Viviamo oggi una rivoluzione economica paragonabile a quella industriale che nell'Ottocento ha segnato l'avvio dell'epoca moderna. Vi partecipano un numero sempre crescente di Paesi. Cosa determina questo straordinario evento? Come inserirvi l'Italia?
Ci troviamo di fronte a tre fattori nuovi e concomitanti, che si sviluppano rapidamente nelle economie liberali. Primo, l'aprirsi di nuovi spazi di attività, reali e virtuali. Secondo, il superamento dei tradizionali vincoli all'espansione dovuti a fattori produttivi «scarsi». Terzo, un meccanismo di innesco fondato sull'economia dell'offerta: la supply side economy. Al centro di tale processo sono le nuove conoscenze, il sistema produttivo e l'imprenditore. L'insieme di questi elementi costituisce quello che viene chiamato oggi la new economy, la nuova economia. Essa non è pertanto rappresentata dalla dicotomia tra prodotti «nuovi» e prodotti «tradizionali». È un meccanismo molto più complesso di sviluppo. È vero tuttavia che questo processo, originato nei settori nuovi, si riversa su quelli tradizionali, modificandoli in modo sostanziale. Ne deriva che restano spiazzate molte convinzioni economiche del passato, e vengono a cadere correlazioni storicamente accettate, come i rapporti capitale-investimenti-lavoro-domanda.
L'Italia, per la sua struttura, per la presenza di una forte imprenditorialità, e per l'esistenza di un tessuto produttivo sensibile a innovazione tecnologica e design (il made in Italy), ha tutte le caratteristiche e le potenzialità per farne parte in tempo e con successo. Tuttavia il sistema produttivo italiano è prigioniero di un muro che solo la politica può abbattere.
La storia insegna che la conquista di nuovi spazi attraverso scoperte scientifiche e geografiche ha coinciso con fasi di espansione economica. Fasi in cui l'innovazione nelle sue diverse forme ha sempre fatto premio sull'ottimizzazione dell'esistente, ossia fasi di un processo che può chiamarsi rivoluzionario. Oggi si aprono continuamente nuovi spazi nel mondo reale e si creano quelli virtuali. Essi si compenetrano sempre più nella globalizzazione. E in questo nuovo processo rivoluzionario occorre essere inseriti.
Sono spazi reali, come l'alta tecnologia, l'economia del terziario e dei servizi, della cultura, del turismo storico e religioso; e come l'affermazione delle nuove economie emergenti. E ancora come gli spazi reali in cui si sviluppano le attività di solidarietà affrontate imprenditorialmente nella formazione, nell'ambiente, nella sanità, nell'assistenza agli anziani. Sono spazi virtuali, come il mondo multimediale, la comunicazione, Internet, l'e-commerce, i nuovi sistemi di pagamento. Spazi in cui velocità, connettività e intangibilità sono le caratteristiche dei prodotti e dei servizi. In essi il valore non deriva dal contenuto del lavoro o capitale (la concezione marxista), ma dalle conoscenze cristallizzate in essi. Sono gli spazi offerti dalla globalizzazione e dallo spillover della ricerca e delle nuove tecnologie, oggi sempre più conosciute e accessibili. Dal rapido sviluppo delle Borse, che offrono agli imprenditori capitali azionari freschi a costi minori per aumentare produzione e produttività, e agli investitori opportunità per maggiori consumi. Da noi invece, per accedere a nuovi spazi, si deve passare attraverso i cancelli della burocrazia, utilizzando vecchie strade, vecchie infrastrutture e gli agguati del dirigismo e dello statalismo, imposti dalla cultura di sinistra. Pochi riescono a varcarli. La lotta storica per accaparrarsi i fattori produttivi scarsi si trasforma oggi in concorrenza per acquisire quelli nuovi. Controllare fattori produttivi tradizionali quali prodotti agricoli, materie prime, capitali o mercati e sistemi di trasporto non è più necessario. Occorre invece adeguarsi e inserirsi più in fretta della concorrenza su nuovi fattori, quali informazione, collegamenti reali e virtuali, connessione in rete, conoscenza. Non più la natura e le sue ricchezze, ma l'uomo con la sua intelligenza sono la frontiera della disponibilità di fattori produttivi. Ecco così nascere la fabbrica basata sulla conoscenza, con i relativi investimenti inseriti in poste di bilancio difficilmente quantificabili, ma il cui significato qualitativo assume un valore sempre maggiore. Da noi sopravvivono altri vincoli, quelli che noi ci siamo dati nel passato; quelli che sottraggono tempo alla vita produttiva: le leggi, le regole, gli adempimenti, che incombono sui produttori come fantasmi di brontosauri. E che molto spesso non riescono a essere utili né a chi produce, né a chi consuma, né alla società.
Il motore è l'impresa. L'innesco del sistema «investimenti, produzione lavoro-domanda-nuovi investimenti» è oggi offerto dalla supply side economy, l'economia trainata dall'offerta.
Nel passato si agiva sulla domanda, con politiche keynesiane. Si distribuiva potere d'acquisto per creare consumo, e se ne attendevano incrementi produttivi, investimenti e crescita. Per un po' ha funzionato, ma ha generato deficit e invadenza statale.
Oggi la rapidità e reattività del sistema produttivo, le tecnologie, la flessibilità, permettono all'economia di far leva sulla produzione per innescare trasformazione e crescita. La ricerca genera innovazione, maggior produttività, prezzi in rapida diminuzione. Si ottengono volumi elevati, indotto in aree correlate, ricadute in altri settori. Ne derivano incremento della domanda, e in ultima analisi, nuova ricchezza. Un meccanismo rapido che non produce tensioni inflazionistiche, in quanto il sistema produttivo è in grado di rispondere prontamente alle richieste del mercato. Le imprese diventano così le macchine economiche della società. Da noi invece si incentiva ancora la domanda, anche con modi surrettizi (come la rottamazione), e si spera di innescare gli investimenti senza fornire adeguate motivazioni economiche agli investitori. La macchina perciò non parte in quanto il motore non si avvia.
L'attore è l'imprenditore. Centrale a questa meccanismo è l'imprenditore, che ha la visione di inserire idee, ricerca e innovazione in prodotti e processi, che supera i vincoli, che sa gestire, che rischia. Motivato dal valore sociale ed economico che può creare, e dal desiderio di far crescere e sopravvivere quanto ha creato. Nei Paesi liberali rappresenta la linfa della nuova economia. Da noi è troppo spesso mortificato nelle azioni e nei valori. Occorre una politica economica: occorre anche una politica industriale.
Entrare in tale rivoluzione richiede un quadro politico e macroeconomico liberale che ne assecondi il processo. Perciò una diversa politica economica, fiscale, del lavoro, del welfare, e di riforma della pubblica amministrazione. E per l'imprenditore, un sistema che lo premi del rischio di innovare. Ma il governo non può creare ricchezza, sono le imprese che lo possono. Al governo spetta tuttavia investire nelle capacità imprenditoriali, scientifiche, professionali, tecnologiche, e finanziarie, che rendano realizzabile il processo. Così alla politica macroeconomica occorre affiancare anche una politica industriale nuova, che abbia come strategia quella di inserire il sistema produttivo nelle nuove attività, e di legare ancor più le attività tradizionali alle ricadute delle nuove tecnologie. Che agevoli l'imprenditore a identificare, trasformare e rendere commerciabile la conoscenza scientifica e tecnologica di oggi. Che lo aiuti a superare i vincoli produttivi e di crescita. Che gli offra canali di accesso ai capitali, alle comunicazioni reali e virtuali, alle infrastrutture. Che sfoltisca la selva degli adempimenti burocratici. Che lo ponga al centro di un diritto societario semplice, fondato e affidabile. Una politica industriale che imposti liberalizzazioni e privatizzazioni sulle regole del mercato e dei consumatori.
Purtroppo in Italia la nuova economia è ancora lontana, e quella tradizionale soffre. La spesa per ricerca e sviluppo è poco più della metà della media europea; l'inflazione dal 1996 al 1999 è superiore di un terzo a quella degli altri Paesi dell'euro; la crescita del Pil negli ultimi dieci anni è pericolosamente vicina alla metà di quella europea. Investiamo poco, e quasi nulla dall'estero. Esportiamo sempre meno. Di conseguenza non innoviamo, ma ottimizziamo nei settori maturi. Usiamo strumenti superati, come contratti d'area, patti territoriali, concertazione, trentacinque ore. In conseguenza non progrediamo più, e anzi perdiamo terreno.
Così oggi siamo fuori da attività a elevato valore aggiunto. Fuori da settori che possono generare elevato indotto e ricadute. Fuori da settori nuovi, e con grosse difficoltà a entrarvi. Fuori dall'affrontare i vincoli che si pongono agli imprenditori della nuova economia. Rischiamo così di diventare terra fornitrice di consumatori, di capitali, di produttori di beni obsoleti. Sui nostri tralicci ingegneristicamente perfetti, svettano sempre più ripetitori elettronici di importazione.
La sfida della politica industriale per un nuovo governo è allora di sviluppare una strategia che assecondi i nostri imprenditori nel cavalcare i grandi cambiamenti in atto nel mondo, liberando le energie imprenditoriali esistenti nel nostro Paese, e sviluppandone nuove.
Nicolò Sella di Monteluce