Vittorio Nisticò è stato un direttore pesante nel giornalismo italiano. Al suo nome è legata la stagione più importante della storia dell'Ora, quotidiano palermitano del pomeriggio (ormai estinto). E la storia dell'Ora è un pezzo di quell'anomalia italiana di cui tanto si discute e che è costituita dalla lunga egemonia culturale esercitata dal Pci. Già, perché senza di lui e senza quella testata, sarebbero quasi certamente mancati alla sinistra sia un punto di aggregazione intellettuale - basti pensare a Leonardo Sciascia, a Vin-cenzo Consolo, a Danilo Dolci, a Giuliana Saladino - sia una voce molto originale, alle cui corde corrispondono, tanto per citarne qualcuno, nomi del calibro di Gioacchino Lanza Tommasi, Felice Chilanti, Mauro De Mauro. Quel che colpisce di più - nel leggere queste pagine, costruite attraverso memoria, documentazione e cronaca - è la complessità di un periodo che spesso si tende invece a liquidare in modo sommario e contraddittorio: l'Italia (e il mondo) del conflitto ideologico o l'Italia del consociativismo. Il ventennio raccontato da Nisticò - tra il 1955 e il 1975 - è invece una lunga e tortuosa stagione di scontri e di incontri, mentre cambiavano sia la società sia i grandi poteri. Una stagione in cui quell'egemonia culturale del Pci più che essere il risultato di un abbaglio ideologico - se così si può chiamare - fu invece soprattutto figlia di flessibilità e di capacità politica.
Nelle pagine riproposte in Accadeva in Sicilia, c'è una minuziosa testimonianza su quella stagione, che coincide con la prima modernizzazione italiana e l'arrivo della società del benessere. Si comincia con la «passione autonomista» e con «il sogno industriale». Si continua con «l'operazione Milazzo», quando la Dc fu estromessa dal governo della Sicilia. Ma lo sfondo ricorrente resta quello dell'urto con i poteri occulti, in primo luogo quelli mafiosi. Se il giornalismo dell'Ora fu un giornalismo utile - oggi si direbbe civile - lo si deve essenzialmente all'uso dello strumento dell'informazione, attraverso le inchieste, i servizi, l'indagine, cioè attraverso il lavoro anche dei tre giornalisti uccisi per quello che avevano scritto - Mauro De Mauro, Cosimo Cristina e Giovanni Spampinato.
Così, leggendo queste pagine, si scopre che un partito come il Pci poteva essere l'editore di un quotidiano vero, che era dichiaratamente di parte, che non scadeva nell'ideologia, che proponeva la chiarezza dei fatti, in altre parole che usava il giornalismo come strumento di lotta politica. Marcello Sorgi, che imparò il mestiere proprio nella redazione dell'Ora di Nisticò, scrive che uno degli ingredienti dell'identità del quotidiano era «il mix di politici, intellettuali, artisti, scrittori che si affacciavano nel pomeriggio...». Cito queste poche parole perché mi sembra che spieghino perfettamente cosa fosse, lì a Palermo, quell'egemonia culturale in una zona e in un periodo in cui il predominio politico era altrove.
Resta una domanda: in che modo un vecchio giornale palermitano, dichiaratamente «fiancheggiatore del Pci», riuscì a diventare in pochi anni, senza neanche troppe risorse, una testata citata in tutto il mondo? Accadde certamente per una serie di circostanze diverse. Ma la prima è costituita dal lavoro di chi costruì un'impresa come quella, cioè un giornalista come Vittorio Nisticò, che anche in questo libro racconta, dimessamente e sotto tono, come spesso nella storia la migliore politica sia stata quella dei non-politici.
Vittorio Nisticò, Acca-deva in Sicilia: gli anni ruggenti dell'«Ora» di Palermo, Sellerio, 760 pagine in due volumi, 48 mila lire ^ top