La realizzazione del libero mercato, soprattutto nei settori che fino a pochi anni fa erano caratterizzati dai monopoli pubblici, rappresenta, nel nostro Paese, un tema di discussione ampiamente dibattuto e un obiettivo ormai condiviso da gran parte degli attori politici, economici e sociali.
Spesso però, sia per la poca chiarezza delle argomentazioni, sia per la tendenza a estremizzare i concetti, in particolare a livello di dibattito politico, il libero mercato viene accostato a una quasi totale mancanza di regole, a un sistema nel quale i comportamenti dei singoli attori, improntati alla massimizzazione del proprio benessere, sono in grado di produrre una situazione di efficienza nell'allocazione delle risorse. È fin troppo chiaro che questa visione è mutuata, e in maniera nemmeno troppo brillante, da teorie economiche che, per la loro natura stessa di costruzioni teoriche, poco si prestano a descrivere la realtà e meno ancora si prestano a suggerire soluzioni efficaci. Un progetto che veramente miri a liberalizzare i mercati non può essere costruito su basi così effimere, ma deve trovare metodi di analisi e strumenti propositivi molto più concreti e realistici. Occorre quindi ripensare i processi di liberalizzazione dei mercati ancora protetti, con l'obiettivo di raggiungere un grado più elevato di democrazia economica. Democrazia economica significa innanzitutto definire con chiarezza obiettivi, regole e comportamenti a cui attenersi. Significa avere idee precise su come deve essere liberalizzato il mercato, come procedere con le privatizzazioni, quale ruolo devono avere i diversi attori - anche pubblici - sul mercato ed essere in grado di incidere sui comportamenti dei diversi soggetti che operano a monte e a valle delle filiere produttive. Significa anche prendere le necessarie misure correttive per assicurare che gli obiettivi vengano poi rispettati e vigilare che la competitività del sistema si realizzi a tutti i livelli.
Quando si parla di competitività delle imprese, particolarmente rilevante in un contesto come quello odierno in cui esse operano sui mercati del mondo, il settore delle utilities e delle infrastrutture in generale assume un'importanza cruciale. Ecco allora che non è assolutamente tollerabile che dal monopolio pubblico si passi a una situazione di oligopolio «concordato», che sta al libero mercato come l'oligarchia sta alla democrazia. Tutto ciò sta purtroppo accadendo oggi nel settore elettrico nel nostro Paese, dove da un regime di monopolio orizzontale (dalla produzione alla trasmissione fino alla distribuzione di energia elettrica) si sta passando - seppur lentamente - a una situazione di oligopolio verticale, dove l'interesse degli attori dominanti è comunque quello di limitare la concorrenza sul mercato, con evidenti e deleteri effetti sulla disponibilità di energia a prezzi competitivi e confrontabili con quelli degli altri Paesi industrializzati. Il vizio originario, da cui tutto sembra discendere, consiste nel fatto che le privatizzazioni non sono mai state veramente pensate come lo strumento propedeutico per la liberalizzazione e la modernizzazione del sistema economico, né tanto meno come una strada obbligata per rafforzare la democrazia economica del Paese e più in generale per migliorare il sistema democratico stesso. Nel settore delle telecomunicazioni, dove, pur con molti difetti, il processo di privatizzazione ha seguito un iter più coerente ed efficace, la concorrenza tra gli operatori ha già portato notevoli vantaggi sul versante del costo dei servizi, che è decisamente calato negli ultimi anni, anche se in misura forse minore rispetto ad altri Paesi europei. La parziale privatizzazione dell'Enel sta creando notevoli difficoltà al processo di liberalizzazione del settore elettrico, proprio per il contrasto di fondo tra gli obiettivi dell'azionista di maggioranza - la massimizzazione del valore dell'azienda - e gli scopi del legislatore - la transizione del mercato elettrico verso la libera concorrenza. La situazione è ancor più complessa e grave, poiché l'Enel, sempre in un'ottica di valorizzazione dell'azienda, agisce con l'obiettivo di trasformarsi in una azienda multiutility, ampliando la propria gamma di servizi - come dimostrano gli investimenti nel settore delle telecomunicazioni, ma anche del gas e dell'acqua - e tentando di inserirsi a valle del suo mercato tradizionale - come testimoniato dal notevole interesse per i servizi post-contatore. Questa strategia, che sarebbe del tutto logica per un'azienda privata, visto che è ben chiaro che nel settore dei servizi di pubblica utilità il futuro è appunto delle aziende multiutility, non è però accettabile per l'Enel, che resta un'azienda a capitale prevalentemente pubblico.
Non è quindi più tollerabile, in un'ottica di democrazia economica, che la strategia di trasformazione in multiutility sia perseguita sfruttando i vantaggi dell'operare tuttora in regime di monopolio nel proprio core business. Occorre quindi intervenire al più presto per correggere una situazione che rischia di compromettere seriamente e per un periodo troppo lungo la competitività del sistema industriale, che necessita di disponibilità di energia a costi competitivi su scala europea. Competitività e democrazia economica hanno difficoltà a realizzarsi in Italia poiché la cultura nazionale prevalente rimane ancora oggi ostile alla logica di mercato. Nonostante le spinte al cambiamento che si avvertono ormai ovunque, si continua, specie a livello istituzionale, a intraprendere iniziative e azioni che sono spesso in contrasto con i principi della democrazia economica. Nell'opinione pubblica resta ancora radicato un profondo, forse atavico, timore del profitto, al quale si aggiunge un diffuso convincimento che molti beni e servizi, specie quelli erogati dalle utilities, debbano essere assicurati a condizioni sociali, indipendentemente dal loro costo. La cultura solidaristica e illiberale di cui è impregnato il Paese, resiste tenacemente a ogni impulso di cambiamento reale e di rinnovamento strutturale. Il libero mercato è certamente, in molti casi, ritenuto più vantaggioso, ma le tentazioni monopolistiche riaffiorano in continuazione. Anche la tentazione al cambiamento, spinto soprattutto dal progresso tecnologico e dalla diffusione delle innovazioni, viene sopraffatta dall'idea che il cambiamento non deve, comunque, comportare la rinuncia alle tutele e alle garanzie acquisite. L'atteggiamento più diffuso di fronte al nuovo che emerge, è tuttora quello di un adattamento difensivo. L'assenza di obiettivi chiari e condivisi sulla possibile rifondazione sociale ed economica dello Stato è la ragione per cui, ancora oggi, aleggia un diffuso pessimismo quando si parla di conciliare i principi di libertà e i principi di solidarietà. È dunque quanto mai necessaria e urgente una profonda riflessione sulle azioni da intraprendere per guidare il nostro Paese verso una democrazia economica completa ed efficiente, la sola direzione che ci potrà permettere di competere con gli altri Paesi industrializzati.
La posta in gioco non è infatti ideologica, non si tratta di far prevalere una filosofia politica su un'altra, bensì di stabilire regole e meccanismi che possano consentire all'Italia di imboccare la strada di uno sviluppo economico sostenuto e sostenibile.
Daniel Kraus