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L’antiamericanismo da Stalin a Bin Laden

LIBERAL BIMESTRALE
di Mauro Canali
Anno V n. 34 - Marzo - Aprile 2006

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cop34

 

Vedono la luce, curati da Craveri e Quagliariello, gli atti del convegno organizzato a Napoli nell'aprile 2002 con l'intento di rinnovare gli studi sull'antiamericanismo in Europa nel secondo dopoguerra alla luce dei nuovi lavori pubblicati al di là e al di qua dell'Atlantico sull'onda emotiva dell'11 settembre. I saggi presenti nell'opera sembrano concordi nel far derivare l'antiamericanismo presente nella nostra cultura da tre distinte ideologie: cattolica, fatta risalire a Leone XIII; di destra, riconducibile al misticismo fascista evoliano, già vivo negli anni Trenta; e infine di sinistra, frutto della «guerra fredda». Per comprendere la genesi di quest'ultima, importante si presenta il lavoro di Zaslavski, L'antiamericanismo organizzato nell'Unione Sovietica staliniana, che ci conduce nel labirinto della propaganda stalinista per spiegarci il contesto da cui scaturirono le nuove direttive antiamericane che il dittatore alla fine della guerra impose all'apparato propagandistico dell'Urss, e a quello di tutti i partiti comunisti dei Paesi occidentali. I saggi di Aga Rossi e Orsina, L'immagine dell'America nella stampa comunista italiana 1945-1953, e quello di Guiso, Antiamericanismo e mobilitazione di massa individuano i meccanismi e le manifestazioni di subalternità alle più viete parole d'ordine di Mosca da parte degli organi di stampa dei comunisti italiani.
Sorprende lo zelo, estraneo alla loro intelligenza critica, con cui intellettuali del livello di Elio Vittorini e Cesare Pavese, dalle colonne del Politecnico e dell'Unità, si prestarono a denigrare quella società americana la cui cultura avevano contribuito a far conoscere in Italia e avevano esaltato, indirettamente ma consapevolmente, come veicolo di valori di libertà contrapposti a quelli del fascismo. Più complesso e tortuoso appare, nel saggio della Gabrielli, il percorso dell'ideologia antiamericana dei socialisti, terreno di scontro tra la componente nenniana, al rimorchio della macchina propagandistica degli alleati comunisti, e quella atlantista saragattiana, mentre innovativi appaiono gli studi, condotti da Capperucci e Saresella, sull'antiamericanismo della sinistra sociale cattolica e terzomondista, il più pregiudizialmente ostile ai processi di modernizzazione imposti dal modello di sviluppo americano. Gronchi, Dossetti, e Fanfani ne sono gli esponenti di maggior spicco, mentre appare francamente forzata l'inclusione di un fedele atlantista come Andreotti, colpevole per Teodori, sembra di capire, di una politica mediterranea aperta alle ragioni degli arabi.
Nell'opera infine non mancano accenni alle varianti più recenti dell'antiamericanismo, individuate, con argomenti condivisibili, nelle nuove tendenze terzomondiste e antiglobalizzatrici. Se un appunto è da muovere al lavoro questo consiste nell'eccessivo sentimento di militanza anti-antiamericana che percorre alcune sue pagine. La spiegazione della vitalità che mostra l'ideologia dell'antiamericanismo non può esaurirsi nella diabolica capacità propagandistica degli avversari dell'american way of life, né escludere l'analisi dei problemi che travagliano la democrazia americana, né limitarsi a un loro fuggevole elenco in cui appaiono, accatastate alla rinfusa, «la discriminazione razziale, il maccartismo, la pena di morte, le ineguaglianze sociali, la violenza urbana e l'arroganza militare» (p. 116). Per terminare con la considerazione che in tutto il volume il nome del senatore Joseph McCarthy fa la sua fugace apparizione solo in un paio di occasioni.
Aa. Vv., L'antiamericanismo in Italia e in Europa nel secondo dopoguerra, a cura di Piero Craveri e Gaetano Quagliariello, Rubbettino Editore, 574 pagine, 30,00 euro
 

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