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L'uomo di fronte alle atrocità. Nasce prima l'etica o l'emozione?

LIBERAL BIMESTRALE
di Emanuele Severino
Liberal n. 9 - Dicembre 2001/Gennaio 2002

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soccorritori delle vittime dell'11 settembre a New York hanno stupito gran parte del mondo. Da quali forze era alimentata la loro solidarietà e il loro sacrificio? È il problema affrontato, in anticipo su quegli avvenimenti, dal libro di Adriano Zamperini Psicologia dell'inerzia e della solidarietà. Lo spettatore di fronte alle atrocità collettive . La tesi, elaborata con penetrante competenza, afferma che di fronte alla violenza presente in situazioni concrete e ravvicinate, la solidarietà non è tanto dovuta alla ragione e all'applicazione di principi morali, quanto piuttosto a quel più profondo stato psichico che è l'emozione, dove lo spettatore si sente unito o addirittura si identifica alla vittima e si trasforma in soccorritore, disposto a sacrificare la propria vita. Zamperini vede in questa circostanza una conferma della crisi dell'etica tradizionale. Egli mette quindi in gioco sia le discipline psicologiche, sia quelle filosofiche - visto che è la filosofia ad aver dato vita al rapporto tra «costume» (mos, èthos) e ragione. Mi sembra che, correttamente, egli consideri la psicologia come un contributo alla diagnosi della crisi e non come la diagnosi tout court. Quando il pericolo incombe, la riflessione razionale passa indubbiamente in secondo piano. Tuttavia l'emotività che in questi casi diventa protagonista dell'altruismo (o dell'inerzia) non è cieca: è pur sempre fondata su una rappresentazione del mondo e della situazione specifica in cui ci si trova. Se l'emozione lascia sullo sfondo le giustificazioni razionali dell'agire e mette in primo piano il profilo tragico della violenza (sì che la debolezza dell'atteggiamento etico, qui, è palese), tuttavia, per sentirsi unito o identico alla vittima, è necessario che il soccorritore abbia una certa «idea» sia di se stesso, sia della forma di unità o identità che egli intende realizzare - un'«idea» che non è un trattato e può avere la rapidità di un lampo. È in questa inevitabile idea che la massa culturale della tradizione etica si rende presente e determina a sua volta l'emozione. Vorrei cioè invitare la psicologia a riflettere sulla circostanza che, come masse gigantesche di emozioni possono annidarsi nel sottosuolo delle «idee» così masse altrettanto e anche più gigantesche di «idee» possono aggirarsi nel sottosuolo delle emozioni e dello stesso inconscio. Di fronte al pericolo immediato l'etica indietreggia e le emozioni si fanno innanzi; ma alle loro spalle, sia pure più pallide ed esangui, quasi fuggitive, ma inevitabili, incalzano le «idee». Zamperini sa bene che nella storia della civiltà il tempo del pericolo incombente e della guerra è largamente inferiore a quello del lavoro, della costruzione, della pace, dove invece protagonista delle decisioni non è l'emozione, bensì l'etica, la «ragion pratica». E sa che l'etica fondata sul senso tradizionale della verità è ormai avviata al tramonto. Si tratta di una crisi che getta e riceve luce da quella dove l'etica indietreggia di fronte alle emozioni. (Oggi è l'etica - evocata per esorcizzare l'atrocità - ad apparire, essa stessa, come atrocità collettiva). Il saggio di Zamperini è un contributo importante per affrontare il problema di questa reciprocità.

Adriano Zamperini, Psicologia dell'inerzia e della solidarietà. Lo spettatore di fronte alle atrocità collettive, Einaudi, 202 pagine, 28 mila lire
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