Il risultato più evidente di quanto avvenuto l’undici settembre è che le nuvole cupe dello statalismo selvaggio s’affacciano di nuovo all’orizzonte. Le circostanze luttuose portano con sé il fantasma del «socialismo di guerra» e, come puntualmente accade, una volta finita la guerra, resterà solo il socialismo. Ecco perché le prescrizioni e i pensieri dei liberali non perdono d’attualità, ma anzi come non mai si rivelano utili e preziosi. Evitare che la storia si ripeta è quasi un dovere morale. The Costs of War, libro maiuscolo pubblicato qualche anno fa per i tipi del Mises Institute ma appena ristampato, è un’opera importante che testimonia l’atteggiamento che il liberalismo classico ha sempre tenuto verso ogni guerra. Pax et commercium: così sta scritto nel porto di Amsterdam. Eroi della libertà come Adam Smith, Benjamin Constant e Frédéric Bastiat hanno chiarito il concetto spiegando l’indissolubile legame che unisce prosperità e pace. Vilfredo Pareto ha bazzicato tutti i movimenti pacifisti della sua epoca. E Ludwig von Mises non ha mai avuto dubbi: il liberalismo è la filosofia della pace.
Nel libro su tutti spicca il saggio di Murray Newton Rothbard che ha l’immenso merito storico di ricordare ai liberali quale è l’essenza della loro tradizione, cioè quella del pensiero tomista: la teoria della «guerra giusta». Una guerra, in sintesi, che abbia luogo per difendersi da un tiranno e non per portare oppressione. Che non coinvolga la popolazione civile. Che non si rifaccia al paradosso moderno dell’ «o con me o contro di me», ma enfatizzi il ruolo e l’importanza della neutralità, rendendola una scelta non solo funzionale ma nobile: per limitare l’estensione dei conflitti. Un altro saggio, meraviglioso e meravigliosamente politically uncorrect, è quello che Ralph Raico, «mostro sacro» della storiografia liberale, dedica a Winston Churchill. È una totale demolizione della figura dello statista inglese, un opportunista che Raico smaschera in tutta la sua meschinità. Solo qualche dato: Churchill cambiò partito due volte, da conservatore a liberale e ritorno. Quando passò con i liberali, lo fece (disse) perché gli stava a cuore il libero scambio. Ma nel 1930 si sbarazzò delle «vestigia del Cobdenismo» e arrivò a promuovere tasse e tariffe, addirittura sul cibo. Erano cambiati gli interessi in campo. Si era opposto alla proliferazione degli armamenti. Ma quando divenne primo Lord dell’Ammiragliato, nel 1911, istantaneamente cominciò a chiedere budget più corposi per ingrassare le forze armate, cioè la fetta di potere di sua competenza. Combatté il socialismo prima e dopo la prima guerra mondiale, ma durante promosse il «socialismo di guerra»: «La nostra intera nazione deve essere organizzata, dev’essere socializzata». L’opportunismo, calcolato e freddo, fu il suo principale attributo fino agli ultimi anni di vita. Durante le elezioni del ‘45, egli applaudì il libro di Friedrich von Hayek, La via della schiavitù, e tratteggiò il carattere totalitario del partito laburista. Peccato che fosse stato lui stesso nel 1943 ad accettare il piano di Beveridge per una gestione centralizzata dell’economia inglese, à la Keynes, basato sugli stessi presupposti demoliti da Hayek e celebrati dai laburisti. Il fatto è che Churchill non aveva interesse per le idee, i dibattiti, la moralità, i principi. La sua regola di vita era semplicamente impossessarsi del potere e goderselo: ecco, questi sono gli «eroi» della democrazia.
The Costs of War - America’s Pyrrhic Vic-tories, a cura di John V. Denson, Transaction Publishers, 525 pagine, $35.00
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