Il mantra pressoché rituale dei convinti sostenitori del centrosinistra è che dal 1992 a oggi nessuno può negare che proprio questa coalizione politica porta il merito di avere centrato due obbiettivi essenziali di politica economica. Il primo è naturalmente l'euro. Il secondo, l'attuazione delle privatizzazioni e liberalizzazioni. Mentre tuttavia sull'euro c'è poco da discutere (anche se non va dimenticato che l'elettroshock dopo le elezioni del 1996, a un Romano Prodi proclive a rinviare, l'ha dato lo spagnolo Aznar, chiarendogli a quattr'occhi che mai e poi mai la Spagna avrebbe atteso l'Italia in un ingresso nella moneta unica in seconda battuta), e molto semmai resta da fare perché il rispetto dei saldi di finanza pubblica cui siamo vincolati dal patto di coesione europea avvenga non più attraverso l'aumento del prelievo fiscale, bensì abbattendolo l'imposizione in maniera congrua e proporzionata al taglio della spesa pubblica, sul secondo fronte, quello delle privatizzazioni e liberalizzazioni, ogni trionfalismo è in realtà fuor di luogo. Non si tratta di disconoscere quanto è stato fatto. Ma inevitabilmente al nuovo governo, dopo le prossime elezioni politiche, spetterà tirare un bilancio, decidere se e come introdurre svolte sui numerosi e rilevanti punti critici che si sono accumulati. A cominciare dalla dizione stessa del termine «privatizzazione».
In Italia, negli anni Novanta, nella maggior parte dei casi sotto questa dizione si sono realizzate operazioni di cofinanziamento da parte di risparmio privato, attraverso il mercato, di imprese il cui controllo è rimasto solidamente in mano pubblica. Su questo punto, convergono entrambi i più recenti e sistematici studi sulle privatizzazioni, predisposti a fine 2000 uno dall'ufficio studi di Confindustria (Le privatizzazioni italiane, il Mulino), l'altro a cura di R&S di Mediobanca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulla competitività del sistema-Paese condotta dalla Commissione Bilancio della Camera dei deputati. Le cifre divergono di pochissimo. Per Confindustria, su un ammontare delle privatizzazioni 1993-2000 delle società in capo al Tesoro per un controvalore complessivo di 183 mila miliardi al netto dell'indebitamento trasferito (la cifra fa gonfiare i muscoli agli apologeti, visto che in termini assoluti è lievemente superiore, depurata dall'effetto di cambio, all'incasso 1984-1999 della Gran Bretagna della signora Thatcher e dei suoi epigoni), solo 83 mila sono derivati da operazioni che hanno configurato cessione di controllo. A ciò vanno ulteriormente sottratti i 12 mila miliardi incassati da fondazioni bancarie, e di conseguenza le privatizzazioni «vere» risultano pari solo a circa 70 mila miliardi. Per Mediobanca, su 198 mila miliardi di smobilizzi tra il '92 e il 2000, solo 87 mila, di cui 55 mila relativi ad aziende industriali, hanno configurato privatizzazioni vere, realizzando cioè la cessione del controllo. Decidere che d'ora in poi «privatizzare» significa «vendere tutto», come annunciato su Mf da Antonio Marzano il 23 settembre scorso, non significa adottare uno slogan. Vuol dire invece far proprie le risultanze di una pila alta così di studi e ricerche eonomiche internazionali accumulatisi negli anni, intorno al motivo essenziale per cui occorre realizzare dismissioni pubbliche. Il volenteroso che volesse ricapitolare le ragioni indicate nei documenti ufficiali dei governi dei centrosinistra, da quello Amato del 1992 sino a oggi, vi troverebbe un vario altalenare tra obiettivi pur fondamentali, come l'accrescimento della concorrenza sui mercati, l'ampliamento del mercato mobiliare, l'aumento dell'internazionalizzazione del sistema industriale, nonché, inevitabilmente prioritaria, l'esigenza di aumentare le entrate dello Stato per recuperare credibilità in sede europea e sul mercato globale dei capitali, visto il livello record continentale del nostro debito pubblico. Mai una sola volta è stato ufficialmente proclamato che il governo adottava come propria la teoria della non-indifferenza della natura proprietaria delle imprese. A tale esito continuano a opporsi derive storico-politico-giuridiche di formidabile residua persistenza. Non solo la nostra Costituzione, realizzata dall'incontro allora fecondo del cattolicesimo sociale e delle forze in ascesa della sinistra marxista, all'articolo 41 continua a porre vincoli e limiti alla proprietà privata (Sturzo ed Einaudi protestarono inascoltati), ma anche il Trattato di Roma su questo punto non è mai stato modificato, talché da Bruxelles tanti vincoli «virtuosi» sono negli anni venuti, ma mai quello a riconoscere la superiorità del controllo proprietario privato ai fini della promozione dell'efficienza.
Se ne comprende del resto bene il motivo. Il favore verso il teorema dell'indifferenza secondo il quale nulla vieta che un'impresa pubblica possa essere efficiente quanto quella privata e verso la classica teoria dei «fallimenti di mercato», nei quali la proprietà pubblica è anzi superiore, continua a essere molto forte in un'Europa dove le due maggiori famiglie politiche continuano a essere quella popolar-democristiana e quella socialista. La svolta liberale degli anni Ottanta-Novanta tarda a prender piede nella «fortezza Europa» (chi avesse dubbi consideri le recenti modifiche peggiorative in materia di Opa e passivity rule portate dal Parlamento europeo allo schema di direttiva predisposto in anni di lavoro dalla Commissione europea). Di conseguenza, non si riconoscono le acquisizioni dottrinarie (i maestri in materia sono americani come Williamson, Stiglitz e Sappington, ma anche europei come Laffont e Tirole) che in base alla teoria Principale-Agente hanno smontato i presupposti dell'equivalenza tra pubblico e privato... Il primo tende inevitabilmente al suo first best che è il consenso elettorale, e fa deviare dall'efficienza in quanto tende a non legarsi le mani, a modificare le regole a proprio vantaggio, a «perdonare», costi elevati e investimenti a basso ritorno ripianando perdite e fabbisogni. E senza stringenza del vincolo di bilancio, non c'è efficienza: come del resto confermano ricerche empiriche comparative, al di là dei presupposti teorici, svolte sul campo da economisti anche italiani come Guido Tabellini su vaste serie di imprese pubbliche e private, operanti in contesti giuridici e concorrenziali diversi. La maggior efficienza privata nel medio-lungo periodo risulta comprovata. È inevitabile, al contrario, che pur compiendo in questi anni un salutare «tuffo nel mercato» - che va riconosciuto - numerosi componenti dell'accademia che ha offerto l'ossatura teorica agli interventi del centrosinistra continuino a subire il fascino di una duplice eredità intellettuale. Da una parte il forte richiamo sraffiano, che si può apprezzare nella prefazione e conclusione del recente saggio Le privatizzazioni edito da Donzelli, scritte con mano fortemente polemica da Marcello De Cecco («il monopolio e il fallimento del mercato si affermano come condizione generale e non eccezione degli assetti produttivvi privati»). Dall'altra, prevalente a dire il vero in esponenti come Amato, Ciampi e Mario Draghi, il quale come direttore generale del Dipartimento del Tesoro è stato in realtà il vero «maestro esecutore» dell'intero complesso delle privatizzazioni, è rimasta molto forte la presa del «dirigismo liberale» di cui Ernesto Rossi scriveva, in frontale polemica ancora una volta con Einaudi e Sturzo, sul Mondo l-8 giugno 1954. Quel filone di pensiero, «convinto che non vi sia alcuna antitesti tra economia di mercato ed economia programmata», afferma che «la virtù di chi sarà posto alla guida delle imprese pubbliche costituisce la garanzia che deve separare un piano buono da un piano cattivo». Una pericolosa illusione, che ha creato il brodo di coltura nel quale sono cresciuti i Bernabè all'Eni, i Tatò all'Enel, i Rossi a Telecom: quei «nuovi Mattei» delle finte privatizzazioni e delle mancate liberalizzazioni italiane contro i quali meritoriamente si è scagliato, rimanendo inascoltato, in tutti questi anni il senatore Franco Debenedetti.
L'occasione a portata di mano non sarà semplicemente quella di accelerare il più possibile la dismissione degli oltre 120 mila miliardi che all'ingrosso valgono ancora le partecipazioni pubbliche residue del Tesoro in Enel, Eni, Finmeccanica, Alitalia e Telecom; nonché affrontare al più presto i bubboni di Ferrovie e Poste che continuano a perdere, meno di un tempo ma perdono ancora, sia pur dopo anni di manager «virtuosi»; nonché ancora dare una vigorosa accelerata alle privatizzazioni delle municipalizzate, rimettendo mano alla legge che questa legislatura speriamo non emani com'è attualmente (sommando le tre voci, lo studio di Confindustria arriva a 300 mila miliardi di asset pubblici ancora da liquidare, come si vede più di quel che si è fatto sinora). La svolta sottesa a questa impostazione è in realtà un'altra, assai più rilevante per l'impatto che può avere per i cittadini-consumatori. Infatti questo approccio non si impone tanto per coerenza liberista alla realtà teorica ed empirica affermatasi nel mondo globalizzato, quanto perché solo così si spezzeranno i vincoli impropri che hanno fatto rallentare l'obiettivo vero che andava, attraverso la maggior efficienza della mano privata, perseguito prioritariamente: e cioè quello della maggior concorrenza. È banalmente evidente che ciò che in questi anni ha più frenato il legislatore da un approccio aggressivo in materia di liberalizzazioni, dall'obiettivo di renderne evidenti gli effetti in archi temporali non diluiti alle calende greche, è stata proprio la persistente natura pubblica del controllo sugli ex monopolisti. È invece in ragione della natura compiutamente privata raggiunta dopo l'opa di Colaninno sulla Telecom, che la più avanzata delle tre maggiori liberalizzazioni imposteci dall'Europa del mercato unico sia da noi quella delle telecomunicazioni, sia pure con tutte le contraddizioni di un Paese dove oggi la convergenza multimediale che si afferma in tutti i mercati avanzati è ancora impedita dalla persistente «intangibilità politica» del duopolio televisivo.
E qui saranno guai per il prossimo governo, se non adotterà un approccio «di sistema» capace di prescindere dalla tutela del duopolista privato: significherebbe continuare a impedire sia il superamento della contraddizione di una Rai commerciale finanziata col canone pubblico, sia la possibilità a imprese di telecomunicazioni di svilupparsi e diversificarsi, rimanendo ancorati a uno schema - legge Maccanico e decisioni come quella recente dell'Autorità guidata da Enzo Cheli sul caso Seat-Tmc - il cui approccio «conservativo» ci taglierebbe fuori dagli sviluppi mondiali. I ritardi e gli annacquamenti delle altre due liberalizzazioni - macroscopici in quella elettrica disegnata dal decreto Bersani, meno gravi ma altrettanto evidenti in quella del gas definita dal decreto Letta - si devono invece pressoché integralmente alla «presa» che sulla politica hanno esercitato i manager pubblici. È in nome della valorizzazione degli asset in vista di più cospicui incassi alla privatizzazione, che Franco Tatò ha ottenuto ciò che a Telecom è stato negato, cioè di espandersi nella telefonia con Wind prima e con l'acquisto di Infostrada poi, malgrado Enel sia ancor più di Telecom monopolista nel suo business primario, quello elettrico. È in questo terreno che ha prosperato la tesi delle multiutility pubbliche e dei «campioni nazionali», ai quali Massimo D'Alema ha pericolosamente inclinato meritandosi le battute sprezzanti di Guido Rossi su «palazzo Chigi come l'unica merchant bank dove non si parla inglese». L'anticipazione dell'apertura dei mercati elettrico ed energetico, inevitabilmente, porrà anche il problema di ritocchi al ruolo delle Autorità: la cui autonomia, per chi sia liberista convinto, va accentuata per avere sempre più energiche spinte alla concorrenza, come quelle che in questi anni ha coraggiosamente cercato di imprimere il professor Pippo Ranci in materia di energia elettrica, piuttosto che decisioni «politicamente allineate» come quelle cui ha purtroppo abituato l'Autorità di garanzia sulle comunicazioni (ricordate il balletto tra licitazione privata e asta, nel caso Umts, concluso poi con una gara tra sei concorrenti di cui uno finto per cinque licenze?). Ma qui entriamo in un discorso diverso, forzatamente più ampio, quale quello delle regole per il mercato. Un unico, ma grandissimo, motivo di insoddisfazione pressoché irrimediabile, va invece espresso per come sono state condotte le privatizzazioni in questi anni. Partiti lancia in resta con l'obiettivo di dare attuazione alla «rivoluzione proprietaria» esposta da Romano Prodi in un non dimenticato saggio sul Mulino del 1991 - impedire che le imprese privatizzande fossero cedute ai «poteri forti» dei salotti buoni italiani, realizzando invece il frazionamento proprietario del modello di public company e la crescita di nuovi gruppi imprenditoriali - i leader del centrosinistra negli anni Novanta hanno in realtà sabotato i due pilastri senza i quali quel piano non poteva reggere. Per realizzarlo occorreva infatti contestualmente privatizzare rapidamente le banche, in maniera tale che esse potessero concorrere nei limiti della nuova legge bancaria alla proprietà industriale, e soprattutto far decollare un investitore istituzionale fondamentale come i fondi pensione. Invece la mancata riforma della previdenza, nonché il cedimento alle pretese di quei centauri pubblici che sono le fondazioni bancarie, che a questo punto rimarranno per anni protagoniste del consolidamento del settore senza render conto ad azionisti, e che bisogna per questo tenere il più possibile alla larga da proprietà industriali, hanno impedito che le dismissioni pubbliche esercitassero in maniera sistemica un potente stimolo all'efficienza proprietaria attraverso gli strumenti di quel particolare mercato che è il market for corporate control, che solo nel caso dell'opa Telecom ha funzionato in maniera davvero «rivoluzionaria». Come ha documentato il presidente della Consob Luigi Spaventa, l'effetto paradossale è stato quello di un ulteriore aumento della concentrazione proprietaria sul totale delle imprese italiane quotate. Una «rivoluzione all'italiana», dunque, anche questa, i cui effetti saranno purtroppo durevoli. Non sarebbe accaduto, se si fosse adottata anche a Roma la massima di Lord Lawson sempre ripetuta come monito dalla signora Thatcher: The business of government is not the government of business.
Oscar Giannino