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Contro l'impero globale una nuova Internazionale

LIBERAL BIMESTRALE
di Pier Giuseppe Monateri
Liberal n. 9 - Dicembre 2001/Gennaio 2002

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Che un libro di autori italiani abbia successo negli Stati Uniti è raro. Se poi l’auore in questione è Toni Negri l’evento merita sicuramente di essere registrato. Empire, scritto da Toni Negri con Michael Hardt, professore associato di Letteratura alla Duke University, per la prestigiosa Harvard University Press, è diventato un must della discussione americana sulla globalizzazione. L’idea portante del libro è quella di analizzare, infatti, il processo di globalizzazione in atto, attraverso il concetto classico di Impero, inteso come ordine universale che non ammette confini o limiti. Il nuovo impero globale in cui cominciamo a vivere deriva le sue caratteristiche principali dal costituzionalismo americano, con la sua tradizione di identità ibride e frontiere in continua espansione.
Definito dalla New Left Review un’opera di «visionaria intensità» il libro di Negri e Hardt muove dall’erosione delle sovranità nazionali imperialiste, per mostrare il sorgere della nuova sovranità imperiale, dove non ha più senso porre la distinzione fra un «dentro» e un «fuori», poiché tutto tende a esservi incluso, attraverso gli strumenti di governance affidati alle organizzazioni sovranazionali, ma sostanzialmente improntati al modello del costituzionalismo americano. Non si tratta quindi di un’America imperialista, ma di una trasfusione di modelli americani nel risorgere di un’entità classica come quella dell’impero universale. Nel far ciò gli autori analizzano la «costituzione giuridica» del nuovo ordine mondiale, per rifiutare tanto la teoria «spontaneista» della globalizzazione, come determinata dalla mano invisible dei mercati internazionali, tanto la teoria «cospiratoria» della stessa, in quanto determinata da un piano occulto di una singola potenza per giungere alla dominanza mondiale. Appartenenti a un filone neo-marxista gli autori vedono il sorgere dell’Impe-ro come un riflesso giuridico della effettiva globalizzazione del processo di produzione capitalistico, della, per così dire, dislocazione su scala planetaria delle singole imprese. L’impero sorge dalla novità, rispetto anche al recente passato, di tale organizzazione economica globale. È molto interessate confrontare questa nozione di Impero con molte cronache degli ultimi anni, dalle sentenze della House of Lords sul caso Pinochet, alla «giuridicizzazione» del conflitto jugoslavo, fino, e qui sta la grande attualità del libro, alle vicende legate alla guerra globale al terrorismo. L’impero, che non conosce un «dentro» e un «fuori», affronta la sfida stessa alla sua esistenza come ordine universale nella questione del mantenimento dell’ordine pubblico internazionale.
Naturalmente gli autori intravedono la possibilità del sorgere di un «contro-impero» all’interno stesso del sistema imperiale, ma ci troviamo qui di fronte a una elaborazione intellettuale e politica spessa e diversa dalla mera opposizione alla globalizzazione, e che fa comunque riferimento alle prassi della nuova «Internazionale» che si sta creando. Il che rende trasparente una riflessione che non viene ancora colta compiutamente, e cioè che il movimento internazionalista è sorto prima del suo controllo da parte del Pcus, e continua a riorganizzarsi dopo la fine di tale controllo. In sostanza il comunismo, quale storicamente si è manifestato, è stata solo una parentesi di un movimento più ampio e più vitale, che trova comunque proprio nell’Internazionale il suo Telos, nelle lotte che indubbiamente vi saranno nell’emergere di un diritto della «cittadinanza globale».

Michael Hardt e Antonio Negri, Empire, Harvard University Press, 478 pagine, $ 18,95

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