archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

La flex tax

LIBERAL BIMESTRALE
di Giuseppe Vitaletti

Anno II n. 1 - Febbraio/Marzo 2001

Torna al sommario
Fl4_th  

Probabilmente il fisco diventerà alle prossime elezioni politiche ciò che da molto tempo rappresenta in quelle americane: il biglietto da visita che segna con immediatezza la diversità delle due coalizioni a confronto. Lo inducono a ritenere i programmi che, seppure non ancora definiti, danno chiare indicazioni in tal senso. Il centrodestra propone due provvedimenti immediati: la riedizione della legge Tremonti del '94, con sgravi collegati agli investimenti e all'occupazione addizionali, e l'abolizione della tassa di successione. Propone inoltre una pronunciata riduzione delle imposte sulle persone e del prelievo fiscale e parafiscale sulle imprese, con provvedimenti da attuarsi nel corso della legislatura, in relazione al successo del rilancio della crescita economica e all'apertura di spazi per i privati su pensioni, sanità e istruzione, in parte sostitutivi dell'intervento pubblico. Il messaggio complessivo è netto: più mercato e meno Stato. Con la specificità originale tuttavia che il «più mercato» verrebbe perseguito all'inizio con provvedimenti tesi a dare spinta all'economia non attraverso sgravi generalizzati, ma attraverso un uso selettivo e mirato della strumentazione tributaria. Il significato è che per ora non si punta allo Stato minimo, ma a uno Stato comunque attivo, anche se un po' ridotto rispetto all'attuale.
Il centrosinistra, se l'impostazione tracciata in interventi non smentiti da parte di Rutelli, Amato e Visco viene portata avanti, propone obiettivi del tutto diversi. Si individua un livello di reddito per la famiglia-tipo al di sopra del quale il prelievo comporterà un'unica aliquota del 30-33% (salvo un'addizionale per i redditi molto alti), e al di sotto del quale in luogo della tassazione zero scatterano sussidi monetari (chiamati anche dividendo fiscale, o imposta negativa), i quali sostituirebbero gli attuali interventi a favore dei lavoratori dipendenti in stato di bisogno, quali la cassa integrazione e gli assegni familiari. Per questa coalizione politica l'accento è sulla riforma qualitativa dello Stato, molto di più che sulla sua compressione quantitativa. È evidente l'intento del centrosinistra di porsi attraverso il fisco come l'interprete di posizioni alla Clinton-Blair (assai differentemente dal 1996, quando si è presentato nella veste di fautore del modello renano di economia sociale di mercato, che paradossalmente ora viene evocato in senso emulativo da Berlusconi), per poter rappresentare gli avversari a piacere come conservatori, come sostenitori di uno Stato corporativo alla tedesca, come attentatori dell'equilibrio del bilancio pubblico.
Le probabilità di riuscita del disegno sono tuttavia molto basse. Modelli complessi di erogazione dei benefici alle fasce a minor reddito soddisfano forse alcune menti accademiche ma risultano assai poco convincenti per la gran parte dei cittadini (e appaiono addirittura sinistri, quando, come nella impostazione di Visco, si fa entrare in campo la Magistratura, prevedendo per chi ha commesso illeciti l'esclusione dal dividendo fiscale). I giovani apprezzano molto di più le promesse di inclusione nel lavoro piuttosto che nei sussidi per i poveri. Considerazioni negative dello stesso tenore valgono infine per le forzature in materia di concessione della cittadinanza agli immigrati.

Il fisco, la globalizzazione, l'Europa. Il progetto fiscale del centrodestra è dunque adeguato e probabilmente vincente nel breve termine. Tuttavia, se lo specifico cambiamento strutturale vagheggiato dal centrosinistra è del tutto fuori bersaglio, ciò nondimeno nel medio termine la questione di mutamenti fondamentali dell'assetto tributario diverrà decisiva.
I problemi maggiori derivano dalla accelerata dissoluzione del modello fiscale storico adottato dagli Stati-nazione nell'ultimo secolo, in particolare nella sua seconda metà. Tale modello è fondato sul tentativo di porre al centro del sistema un prelievo fiscale di tipo progressivo sui redditi delle persone fisiche abitualmente residenti sul territorio nazionale, sulla base della sostanziale tenuta dell'equazione: residenza abituale uguale cittadinanza uguale diritto di voto. Il diritto di voto veniva così in ultima analisi collegato al dovere di pagare le tasse secondo la cosiddetta capacità contributiva: dovere il cui enforcement dipende dalle amministrazioni pubbliche nazionali, se i redditi da ricondurre alle persone sono baricentrati sul territorio di residenza abituale e di cittadinanza delle medesime, come è stato vero fino a gran parte del ventesimo secolo.
Il prelievo sui redditi era accompagnato dalla tassazione dei consumi, intesi come espressione di secondo grado della capacità contributiva. Specie in Europa, dove, con il regime Iva, tale provento è rigidamente gestito dalle amministrazioni centrali, ciò non ha peraltro indebolito la configurazione della fiscalità come fattore caratteristico della nazionalità. Il quadro non era alterato neanche dalla terza grande fonte di prelievo obbligatorio, data dai contributi sociali destinati al finanziamento della previdenza, in gran parte versati dai datori di lavoro in connessione ai redditi erogati ai dipendenti. Essi hanno infatti finito per costituire la spia della partecipazione delle borghesie nazionali al welfare pubblico dei lavoratori, ovvero una sorta di indicatore del tasso di socialdemocrazia del Paese.
In realtà, al di là delle apparenze, l'assetto d'insieme nascondeva grosse sbavature anche quando la sua popolarità era all'apice. In molti Paesi i compensi erogati sul risparmio dagli intermediari finanziari collettivi (banche, fondi comuni) non erano ricondotti alle persone per essere tassati progressivamente, ma subivano semplicemente un'aliquota proporzionale tarata sulla massa dei flussi reddituali. Soprattutto, i redditi delle imprese costituite sotto la forma di società di capitali (in genere, quelle grandi e medie), data la massiccia presenza di utili non distribuiti, sono sempre stati per gran parte irriducibili alla riconduzione alle persone fisiche titolari del patrimonio netto aziendale. Conseguentemente dappertutto all'imposta sulle persone fisiche è stato affiancato un prelievo proporzionale specifico su tali imprese, denominato imposta sulle persone giuridiche. Nome ipocrita, in quanto allude a una piccola variazione rispetto allo schema di fondo, mentre in verità la differenza rispetto alla situazione delle persone fisiche è enorme: le persone giuridiche infatti non votano; possono stabilire la loro testa (sede legale) dove più le aggrada; possono organizzare il loro «corpo operativo» su più Paesi. Al punto che, essendo insostenibile l'idea di ricondurre l'intera tassazione al Paese della sede legale (operazione analoga al riporto di tutti i redditi delle persone fisiche presso il Paese della loro cittadinanza, che rappresenta invece un principio perseguito operativamente), si è introdotto il concetto di «stabile organizzazione sul territorio nazionale» quale strumento per sottoporre a prelievo le «parti di corpo» nello stato di ubicazione di ciascuna, indipendentemente dal luogo della sede legale.
Il bubbone scoppia nell'ultimo scorcio del Ventesimo secolo. Quando, con l'abbattimento dei costi di trasporto e di scambio delle informazioni e dei documenti, diviene potenzialmente massiccio il decentramento della produzione verso i Paesi a più basso costo del lavoro (compresi i contributi sociali), a latere dell'accentramento degli utili di impresa nei Paesi in cui la loro tassazione è più bassa. Quando, con l'esplodere della mobilità dei capitali finanziari, per molti dei redditi a essi pertinenti generati all'interno di un dato Paese, la titolarità risulta appartenere a cittadini esteri. Per cui, nel caso di adozione del modello di tassazione proporzionale della massa dei flussi reddituali senza riporto alle persone, ora, diversamente dal passato, il Paese si appropria di imponibile di pertinenza non nazionale; mentre, nel caso di ricorso al modello del riporto alle persone, se si vuole evitare che il prelievo complessivo sui cespiti in oggetto di fatto scompaia, occorre che i Paesi interrelati finanziariamente si accordino perché ciascuno renda agli altri servizi informativi per il buon fine del gettito presso i medesimi (i quali ovviamente devono accettare sulla fiducia le informazioni ricevute). Quando infine, con la caduta delle dogane, e da ultimo con la diffusione del commercio elettronico, tutte le modalità tradizionali di prelievo sui consumi perdono il riferimento nazionale, e per funzionare correttamente necessitano di accordi valevoli per grandi aree geografiche, in tendenza per tutti i Paesi avanzati.
L'Unione europea nasce anche per dare risposte a queste enormi problematiche. Finora la via seguita punta a un coordinamento fiscale sempre più stretto. Nel campo dei redditi di impresa sono stati proposti gli obiettivi di uniformare le modalità di calcolo della base imponibile e di fissare dei minimali di aliquota, lasciando libertà ai singoli Stati di attestarsi al di sopra. Per i redditi da capitale finanziario, escluse le azioni, si è stabilita la venuta in essere in prospettiva del regime di scambio delle informazioni, che in teoria lascia a ogni Paese libertà di fissare le aliquote: ma di fatto non ci si potrà discostare troppo dalla media, se si vorranno evitare tensioni. Nel campo del prelievo sui consumi sono stati uniformati i prodotti da sottoporre a trattamento similare (aliquota normale, agevolata, intermedia), e sono stati indicati minimali per le due aliquote fondamentali (la normale e la agevolata). Si punta infine ad avvicinare le regole previdenziali, per evitare differenze pronunciate delle aliquote contributive.
Le conseguenze di fondo sono: a) la forte compressione delle autonomie nazionali, sia riguardo al livello di intervento pubblico, sia riguardo alla sua composizione; b) possibili gravi difficoltà, in tale situazione, per i Paesi a più bassa tecnologia, che non riuscirebbero a compensare la minore produttività con più bassi prelievi sulle imprese; c) una decisa spinta alla riproduzione dell'attuale rapporto fiscale in termini allargati: cittadinanza europea dei singoli versus Europa-nazione, con gli stati nazionali ridotti al rango di Stati-Regione; d) la messa in crisi del coordinamento fiscale intra-Ue da parte della concorrenza fiscale attivata da più piccoli Paesi esterni o da un grande Paese (ad esempio la Russia), con effetti che alla fine rischiano di frustrare gli obiettivi che ci si è proposti facendo ricorso a tale impostazione: tra cui, in primis, evitare la venuta in essere in Europa dello Stato minimo.
Lo Stato minimo costituisce difatti l'esito verso cui l'Unione correrebbe velocemente in caso di adozione del modello opposto al coordinamento, che prende il nome di concorrenza fiscale, in cui ciascun Paese è lasciato libero di regolarsi come crede sulle aliquote di prelievo. L'esito dello Stato minimo si produrrebbe per diversi motivi. Perché, con il secondo modello, l'aliquota sui redditi di impresa tenderebbe inevitabilmente verso lo zero, o comunque verso il livello al quale le attività produttive pagano solo i servizi pubblici importanti per il loro buon funzionamento. Perché, se le retribuzioni nette dei lavoratori tra Paesi si attesteranno, come è probabile, su differenze minori rispetto ai divari di aliquote contributive dirette a finanziare sistemi previdenziali di diverso peso, quelli a maggior peso dovranno essere compressi. Perché, in assenza di scambio di informazioni, e in mancanza altresì della fissazione di aliquote minime per il prelievo sui redditi finanziari quando questo è effettuato a prescindere dalla cittadinanza dei titolari (caratteristiche che appartengono entrambe solo al modello del coordinamento), la tassazione su detti redditi tende inevitabilmente verso livelli minimali. Nel modello della concorrenza fiscale resterebbe uno spazio importante solo per il prelievo sui consumi, che tuttavia, senza accordi intergovernativi, abbisogna di dogane e diventa caotico. Va messo in evidenza che, per quanto il punto di arrivo sia assai diverso, esiste un'analogia di fondo tra il modello del coordinamento e quello della concorrenza fiscale: la tendenza all'uniformità e alla perdita delle identità nazionali.

Un possibile riassetto per salvaguardare le differenze e le identità nazionali. Quanto il ruolo del fisco sia importante nelle questioni che stiamo esaminando può essere reso con immediatezza valutando la sua incidenza in termini di costo della produzione nazionale, calcolato nei modi rilevanti ai fini delle comparazioni di competitività. Normalmente ci si limita in proposito a considerare la somma dei costi del fattore capitale (cioè interessi e profitti) e del fattore lavoro (proventi da lavoro), ciascuno considerato al lordo dei prelievi obbligatori che li riguarda (imposte sui redditi, contributi sociali, accise varie sugli input produttivi). Ciò è tuttavia fuorviante. Se si procedesse al calcolo separato dell'insieme di detti prelievi, per evidenziarlo a fronte dei proventi netti del fattore capitale e del fattore lavoro, si troverebbe che nella terna il primo termine è quello maggiore in gran parte dei Paesi, in alcuni di questi con notevole margine. Dunque la sua influenza sulla competitività è decisiva. Va notato che tale conclusione è valida indipendentemente dall'entità delle imposte sui consumi delle famiglie, che vanno escluse dal computo in quanto di per sé non alterano la competitività, dato che in linea di principio esentano le esportazioni e colpiscono le importazioni.
Ciò premesso, un possibile ragionamento su un sistema fiscale che permetta la diversificazione senza minare la concorrenza tra sistemi produttivi non può che muoversi lungo le seguenti direttrici: 1) considerare come cespiti di prelievo, nel campo della produzione, più che i redditi dei fattori (criterio che rimanda all'imposta come dovere sacrificale), le posizioni effettivamente destinatarie di servizi pubblici, che sono le imprese in quanto organizzatrici delle attività economiche (che beneficiano di tutti i servizi di tutela e di promozione del mercato, nonché di parte, sottoponibile a stima, delle grandi infrastrutture e dei servizi di giustizia, difesa, politica estera), e i lavoratori in quanto soggetti a bisogni previdenziali (quali quelli gestiti dall'Inps, che protegge o integra il reddito nei casi di vecchiaia, malattia, infortunio, disoccupazione); 2) fare in modo in modo che i prelievi di finanziamento corrispondano, per ciascuno dei due grandi comparti ed eventualmente per loro articolazioni, alle stime dei benefici complessivamente ricevuti (con criteri di stima che ovviamente andrebbero negoziati a livello europeo); 3) impedire che il prelievo sui consumi alteri eccessivamente l'assetto risultante, specie per quanto riguarda gli equilibri finanziari nel campo dei servizi alle imprese. Cosa che implica, come principale destinazione delle relative entrate, il mantenimento dei servizi pubblici riguardanti la vita civile: in primo luogo quelli erogati localmente (sanità, istruzione, verde, pulizia, infrastrutture locali, ecc.), e in via residuale quelli erogati a livello centrale e non attribuiti alle imprese o ai lavoratori.
Concretamente, le modalità di prelievo che realizzano questi obiettivi possono essere sinteticamente esposte come segue.

A) Riguardo alla tassazione delle attività produttive, al fine di marcare la corrispettività del prelievo andrebbe in primo luogo considerato come imponibile il cespite che rappresenta l'emblema della produzione, cioè il valore aggiunto lordo aziendale, la cui sommatoria è il Pil del settore privato. Su tale base si potrebbero introdurre variazioni, quali la deducibilità di quote degli investimenti e della nuova occupazione, che renderebbero strutturali gli effetti di provvedimenti quali la legge Tremonti, producendo la conseguenza che il prelievo sulla produzione non solo finanzierebbe le attività pubbliche che la favoriscono, ma costituirebbe esso stesso strumento del suo governo e della sua promozione. Ulteriori importanti movimenti in quest'ultima direzione potrebbero essere compiuti più avanti, rendendo più articolato il quadro della tassazione, tramite una piccola aliquota sugli acquisti di input correnti (a fronte di un prelievo sul valore aggiunto ridotto e reso moderatamente progressivo), e tramite la considerazione a fini fiscali della differenza tra il valore di mercato e il capitale netto dell'azienda (in sostituzione delle tasse sui capital gain riscosse al momento della transazione dei titoli). Ne risulterebbero infatti stimoli alla concorrenza; massicci disincentivi alla dispersione di energie imprenditoriali nell'evasione e nell'elusione; semplicità strutturale; smussamento delle oscillazioni della borsa. È evidente in questo quadro la possibilità di divergenze anche notevoli della fiscalità sulla produzione anche tra Paesi che adottano un'unica moneta. Cosa impraticabile oggi, dato che il prelievo sulle imprese finanzia per gran parte la previdenza dei lavoratori (contributi sociali a carico dei datori di lavoro) o benefici a favore della società civile (è il caso in Italia dell'Irap, che finanzia la sanità); mentre, paradossalmente, le imposte sulla carta più generali (l'Irpef e l'Iva) fanno la parte del leone nel finanziare i servizi del governo centrale, in buona misura fruiti dalle imprese.

B) Riguardo alla tassazione del lavoro, il prelievo sarebbe fondato sulla corrispettività ove fosse diretto al finanziamento delle prestazioni pubbliche che hanno lo scopo di stabilizzare i redditi lavorativi nell'intero ciclo vitale: cioè, in pratica, il tipo di prestazioni oggi erogate in Italia dall'Inps e da istituti similari, definite previdenziali. Secondo questa impostazione i soggetti passivi dovrebbero essere principalmente quelli che beneficiano delle medesime, cioè i lavoratori dipendenti e i titolari di piccola impresa: con una certa progressività, per marcare la solidarietà interna tra gli «assicurati». Paradossalmente si tratta con esattezza degli stessi soggetti che, per effetto dei colpi disintegrativi della globalizzazione, sono venuti a essere i soli destinatari legali di obbligazione al pagamento dell'Irpef (e in realtà i secondi solo per la componente lavorativa dei loro redditi): dell'imposta cioè che viene tuttora pomposamente definita dagli idioti regina della fiscalità generale, destinata in quanto tale a essere il perno del sostegno dei servizi pubblici erogati all'intera collettività. Serietà e chiarezza vorrebbero invece che proventi di tale segno vengano destinati al finanziamento delle prestazioni previdenziali. Per di più, stabilendo che a queste sia devoluta anche una quota delle entrate provenienti dalla produzione (da parte delle amministrazioni centrali) e dai consumi (da parte dagli enti locali), risulterebbe con trasparenza che i redditi da lavoro sono trattati nel complesso meglio degli altri, al contrario di quanto sta oggi di fatto accadendo. È infine evidente che in tale ipotesi ogni Paese potrebbe regolarsi diversamente quanto al livello di previdenza pubblica e di sostegno esterno ai redditi da lavoro, senza che la competitività ne soffra. Entro certi limiti, la flessibilità dei livelli previdenziali potrebbe riguardare diverse categorie del mondo del lavoro o addirittura diversi individui. Tutto ciò è oggi impossibile, dato che la previdenza è finanziata per una parte decisiva dai contributi pagati dai datori di lavoro, e dunque ogni differenziazione non minimale tenderebbe ad alterare la competitività oppure sconvolgerebbe la struttura delle retribuzioni lorde.

C) Riguardo alla tassazione dei consumi in maniera tale da costituire il cespite chiave del finanziamento dei servizi pubblici a favore della vita civile, erogati in gran parte a livello locale, si pone al momento come grave ostacolo la configurazione storica assunta (ormai in tendenza a livello mondiale) dal relativo prelievo, l'Iva, che come già notato ha un'intrinseca vocazione centralistica. Ciò dipende dalla circostanza che chi vende è tenuto ad applicare l'aliquota sul valore della transazione (aumentandolo di altrettanto), e a versare il risultante importo Iva presso gli uffici fiscali della propria circoscrizione di operatività; invece chi compra detrae tale importo nella propria circoscrizione, oppure non detrae nulla e resta inciso se è un consumatore. Tale meccanismo fa sì che il gettito collegato all'acquisto di un bene o di un servizio da parte del consumatore si disperda lungo l'intera catena dei luoghi dove si sono svolti gli atti di produzione e scambio precedenti. Per ricondurre il gettito nel luogo del consumo basterebbe tuttavia semplicemente stabilire che il venditore versi l'imposta nella circoscrizione fiscale del compratore (cosa di nessuna complicazione nel mondo attuale), apponendo gli estremi del pagamento nelle fatture che rendono possibile la detrazione da parte di quest'ultimo, quando si tratti di un'impresa. Con piccole varianti su questa impostazione sarebbe perseguibile una tassazione razionale del commercio elettronico, nonché l'introduzione di addizionali locali nel rispetto di griglie di aliquote fissate a livello nazionale o internazionale. Anche per le spese e le entrate pubbliche correlate alla vita civile si supererebbero dunque le attuali rigidità, e diverrebbe invece possibile una grande flessibilità tra nazioni, e tra Regioni all'interno delle nazioni. Alle Regioni potrebbe essere anche lasciata libertà riguardo alla fissazione dei «ticket» a carico dei singoli utenti di certi servizi pubblici locali (scuola, sanità, formazione, ecc.): l'alternativa ai ticket sarebbe infatti l'accollo indiretto sui consumi effettuati nel territorio da parte di tutti gli utenti potenziali, e non la tassazione delle imprese (come con l'Irap in Italia), o degli utenti potenziali solo per una loro frazione (Irpef, o imposte similari all'estero). Tutti gli altri prelievi (immobili, energia, bollo auto, ecc.) possono essere impostati secondo questa logica. In sintesi, il grande cambiamento che renderebbe possibile la flessibilità dei comportamenti nazionali è l'abbandono dell'ideologia del riporto dei redditi dall'intero pianeta a punti fissi, rappresentati dai votanti. L'imposta diventerebbe mobile, come nel mondo contemporaneo sono divenuti i suoi oggetti. Essa seguirebbe il contribuente nei posti di produzione, dove egli la pagherebbe tramite il valore aggiunto assieme agli altri operatori, che beneficiano congiuntamente a lui dei servizi pubblici alle attività produttive. Lo seguirebbe come figura professionale più specifica, quando egli cerca tutela pubblica per la stabilizzazione nel tempo dei propri redditi da lavoro, tutela che si potrà rappresentare come un allargamento della solidarietà a livello familiare. Lo seguirebbe infine nel territorio, quando utilizza i servizi locali che sostengono la vita civile, nel contesto di un rapporto che potrà rappresentarsi come proiezione allargata delle relazioni connesse all'abitare. Nel diventare mobile l'imposta non si abbina più al voto per il Parlamento (la cittadinanza diviene irrilevante per la fiscalità), ma esprime invece una sorta di voto virtuale continuo sul governo, o meglio «sui governi», esercitato dai contribuenti in veste di utenti dei servizi pubblici.

Giuseppe Vitaletti

 

web agency Done Communication