Problema importante, cruciale (ma tuttora insoluto), quello del rapporto tra Fede cattolica e denaro - tra Dio e Mammona, s’usa dire nel gergo laico -; che pare svilupparsi in uno scenario di contraddittorie enunciazioni. Aperture verso il mercato, il profitto, cui fanno da contrappunto denunce autorevoli quanto severe sulla «sete del potere», come nell’enciclica Sollicitudo rei socialis. Sull’esistenza di correlazioni fra religioni e sviluppo economico, i dubbi sono ormai stati dissipati. Se Max Weber ha identificato «l’etica protestante» con «lo spirito del capitalismo»; se per gli ebrei la questione è stata da tempo risolta mentre per le religioni orientali non s’è mai posta; se la sharia frena la modernizzazione dell’I-slam, persistono incertezze sulla posizione della Chiesa di Roma, in chiave di dottrina. Infatti, nella prassi, imprenditori, banchieri e finanzieri cattolici fanno proprie le regole del mercato e del capitalismo. Doppia lealtà o pragmatismo? Ancora: quali sono i «paletti» posti dalla Dot-trina sociale della Chiesa che, per usare le parole del gesuita francese Jean-Yves Calvez, «non è facile afferrare nel suo insieme?». A questa serie di interrogativi, di scottante attualità per credenti e non, cerca di fornire risposte il teologo Gianni Manzone (docente all’Università lateranense, collaboratore della bocconiana Sda, membro dell’Osservatorio finanza etica), in un eccellente quanto impegnativo saggio dove spicca l’affermazione coraggiosa: «La cultura d’ispirazione cristiana (sarebbe meglio dire “cattolica”, n.d.r.), ha sempre avuto difficoltà a inquadrare i fenomeni d’insieme delle grandi trasformazioni, conservando spesso una visione preindustriale. Essa stenta a percepire il compito cruciale di determinare il significato di “economia” e il senso della sua relativa autonomia». E più avanti: «È molto più facile stabilire il significato di disuguaglianza in termini quantitativi che arrivare a una comprensione qualitativa».
Attraverso il dotto, documentatissimo, snodarsi delle pagine, Manzone compie un meritorio sforzo di comprensione del «Mercato». Mai demonizzandolo, e ponendo in luce gli aspetti positivi. Di certo, il teologo non è un anti-global! Tuttavia, subito, scattano le remore: metterlo sotto controllo. Anche qui, però, con un «salto di qualità»: non lacci legislativi o punitivi (in cinquecento pagine, nemmeno un cenno alla Tobintax), bensì un’invocazione alla solidarietà in quanto «il progetto socioeconomico della Chiesa presuppone un modello di società che eleva al livello di scelta collettiva la volontà di ciascuno e di tutti, che propone la partecipazione per tutti... ».
In definitiva, un richiamo al «volontarismo etico», certamente encomiabile, ma che vola un po’ troppo alto rispetto alla realtà. Il prevalere delle ansie per la distribuzione della ricchezza rispetto al primario problema della moderna economia: innanzitutto, produrla! La conferma insomma che per il mondo cattolico, proprio perché universale e non più europeo o occidentale, le scelte siano ancora in fase magmatica. Di «sofferenza teologica», osiamo dire.
Gianni Manzone, Il Mercato - Teorie economiche e dottrina sociale della Chiesa, Queriniana, 522 pagine, 58 mila lire
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