Un posto di lavoro legale? No, grazie. Sembra essere questa una fra le più classiche risposte che riceve chi oggi offre un posto di lavoro. Ma allora c'è disoccupazione in Italia? Per tentare di dare una risposta a questa domanda, che può sembrare provocatoria, vorrei ricordare cos'è la disoccupazione. La disoccupazione è la mancanza di un lavoro legale (e produttivo). Un lavoro che rispetti tutta la legislazione e principalmente orari, sicurezze e livelli retributivi. Quindi la disoccupazione non è la ricerca del lavoro dei propri desideri. Già chiarendo la definizione, ci accorgiamo quante dichiarazioni di «disoccupati» o sui «disoccupati» stonino con la reale ricerca di un lavoro. C'è dunque da chiedersi se in Italia ci sia veramente disoccupazione, in contrasto con i tanti lamenti raccolti un po' ovunque dagli organi di informazione e dichiarati dalle statistiche ufficiali del Ministero del Lavoro. È innanzitutto l'esperienza diretta che il mio mestiere di imprenditore mi fornisce quasi quotidianamente a indurmi a porre questa domanda. Alcuni nostri stabilimenti sono sotto organico da anni e raramente, e con grande difficoltà, riesco a coprire queste mancanze. Inoltre sono gli stessi organi di informazione che forniscono notizie sulla non disoccupazione. La Repubblica titolava recentemente a tutta pagina: «Servono più immigrati»; e anche il Corriere della Sera in prima pagina: «Autogrill offre lavoro al Sud, i giovani rifiutano: "Meglio in nero"». Poi ancora, quasi giornalmente, si ascoltano dichiarazioni di aziende che non trovano operai e che sono stabilmente sotto organico, sindacalisti che dichiarano tranquillamente che nelle loro aree c'è piena occupazione, imprenditori del Sud che hanno dovuto soddisfare le esigenze della campagna o della pesca ricercando, con fatica, extracomunitari. E ancora i vari concorsi per bidelli, infermieri e quant'altro, andati semideserti, anche in aree cosidette ad alta disoccupazione. Il Corriere ha riferito anche il caso di un capocontabile cinquantenne che ha affermato di non trovare un posto da tre milioni al mese, quando nella stessa zona una azienda che conosco ne ricerca diversi da vari mesi, con annunci sullo stesso giornale. Qual è allora la verità? Una risposta chiara a questa domanda è necessaria in quanto se si parte da un'analisi sbagliata le politiche economiche o assistenziali per la disoccupazione non potranno che essere inefficaci o addirittura procurare problemi peggiori del male. Cominciamo dalle analisi. Il nostro sistema di rilevazione del fenomeno è praticamente inesistente. L'amministrazione riceve le dichiarazioni di disoccupazione, le registra e tutto finisce lì. Che la persona ricerchi veramente un lavoro o che non lo ricerchi o che lo rifiuti o che non si presenti alle varie offerte, nessuno lo rileva. E se per caso ciò avviene, poi non viene preso alcun provvedimento. E la persona resta un disoccupato a tutti gli effetti, sia nelle statistiche sia per i vari diritti che matura. Controlli? Praticamente zero. E questo genere di controlli dovrebbe essere gestito solo per la vera disoccupazione.
«Vera disoccupazione», perché poi ce n'è un'altra fatta da quanti - ritengo siano la quasi totalità - sono alla ricerca di un lavoro diverso, del lavoro desiderato, che piace di più o che offre maggiori guadagni. Questa non è disoccupazione. E sono in molti che, non trovando un lavoro che soddisfi le loro aspettative, preferiscono non lavorare, suggerendo così, col sistema di rilevazione italiano e con dichiarazioni a uso di quanti vogliono in quel momento utilizzare l'argomento, una analisi assolutamente errata. Capita purtroppo di sentire anche qualche genitore dire al proprio figlio: «Ma chi te lo fa fare di percorrere dieci chilometri ogni mattina per andare a lavorare per soli due milioni al mese? Tanto ci siamo noi». Legittimo? Senz'altro. Ma, ripeto, questa non è disoccupazione.
Certamente le Regioni italiane non sono tutte uguali. In molte la disoccupazione ufficiale è inferiore al 4%, indice - seppur falsato da quanto dicevo sopra - di piena occupazione. Mentre in altre la percentuale è più elevata. Ma certi numeri non sono indicatori anche di lavoro illegale e non dichiarato? O di convenienze di «disoccupati organizzati» o di vantaggi di «lavori socialmente utili»? Ad esempio, in Francia è cresciuto il fenomeno della disoccupazione voluta. Dopo qualche mese di lavoro ci si fa licenziare e si godono vantaggi retributivi e assistenziali pari quasi alla piena occupazione. Ma bisogna essere licenziati. Cioè le dimissioni non valgono. Con un minimo di fantasia possiamo immaginare quali «ricatti» subiscano le aziende che si ritrovano dipendenti di questo tipo e che genere di mercati distorti si siano creati.
La disoccupazione allora esiste o no? E lo Stato come deve occuparsene? Certamente aree meno favorite ci sono, ma, insisto, vi deve essere anche una analisi seria e puntuale, per fare adeguati piani locali che risolvano strutturalmente il problema disoccupazione. Si cominci a rilevare quali sono le offerte di lavoro non soddisfatte e perché, quanto incide il desiderio di non fare quel determinato lavoro o quanto incide la mancanza di formazione specifica. E si spieghi che c'è e ci sarà offerta di determinati lavori e che il desiderare o prepararsi per qualcosa di diverso porta, nei grandi numeri, a una sicura disoccupazione. Si inizi anche a pianificare meglio il territorio, portando il lavoro dove ci sono persone che lo vogliono e non viceversa.
Ma non bisogna pensare solo alla disoccupazione - esistente o meno - che c'è. Il progresso ne provoca altra se si continua a produrre la stessa qualità e quantità di beni e servizi. Occorre quindi avere le idee chiare sul da farsi, occorre che lo Stato e la classe dirigente siano attrezzati per risolvere in continuazione un fenomeno che si può considerare naturale. Del resto, la piena occupazione non è qualcosa di irraggiungibile, soprattutto in presenza di sempre maggiore produttività e quindi di ricchezza reale. Ricordiamo che negli anni Quaranta gli Usa occupavano quasi la metà delle persone per la produzione agricola e ora soddisfano le loro esigenze e sono forti esportatori col solo 2% di persone. E hanno notevolmente sviluppato l'occupazione generale.
Quali sono oggi i settori più facilmente individuabili per un grandissimo assorbimento di lavoro, oltre ovviamente alla produzione di tutti quei nuovi prodotti e servizi che lo sviluppo tecnico-scientifico mette a disposizione? L'assistenza alle persone, la formazione, la ricerca scientifica e lo sviluppo delle infrastrutture, tanto per fare qualche esempio, possono, fin da subito, occupare milioni di persone solo in Italia. E di capitali per incentivare la piena occupazione ce ne sono tantissimi, come non ce ne sono stati mai in nessun'altra epoca. Ma, insisto, servono vere analisi sul territorio e soluzioni adeguate e permanenti per le singole Regioni. Certo è che non è pensabile risolvere il problema dell'occupazione, così come quello dello sviluppo delle retribuzioni, con soluzioni del tipo di quelle sostenute dagli estimatori del labour capital partnership. Soluzioni di questo tipo non avrebbero altro effetto che congelare un sano ricambio aziendale e limitare quella imprenditorialità così necessaria e indiscutibile, che è la linfa per il progresso di qualsiasi attività o area geografica. E ciò è ancora più vero in nazioni come l'Italia, così dense di imprenditoria diffusa. Né è pensabile applicare le famigerate 35 ore settimanali (sulle quali la Francia sta facendo grandi marce indietro) che, oltre ad aver fallito l'obiettivo portando non pochi problemi organizzativi, limitano le libertà di scelta individuali e impediscono, nelle sempre maggiori attività con tecnologia e know-how avanzati, di far raggiungere agli addetti ai lavori quella massa critica di formazione e conoscenza che serve per poter lavorare e produrre risultati. Anche gli extracomunitari non sono una risposta. I problemi di integrazione - culturale e di identità - anche quando apparentemente risolti, sono destinati a riemergere, perché spesso aggravati da aspettative e rivendicazioni ancora più assillanti. Non vi è una adeguata convinzione - né da parte italiana né da parte della maggioranza degli immigrati - che concorra a farli diventare dei «buoni italiani» (parafrasando De Gaulle, che così rispondeva a chi gli domandava cosa avrebbe chiesto agli immigrati in Francia). L'Italia resta Italia, siano gli «ospiti» ad adattarsi alla nostra cultura e alle nostre regole, così come è richiesto a noi di fare (e facciamo) quando andiamo in altri Paesi. Qualsiasi progetto di sviluppo dell'occupazione deve risultare vincente in un mondo dove le merci circolano ovunque a costi irrisori e i servizi e le comunicazioni avvengono in tempo reale, 24 ore al giorno, 365 giorni all'anno, provenienti da qualsiasi parte del globo.
Adriano Teso