In un articolo pubblicato sul Corriere della sera nell’ottobre scorso, sostenevo che, nel nostro Paese, le manifestazioni di solidarietà col popolo e col governo degli Stati Uniti non sono mai troppe, do-vendo, noi italiani, far dimenticare l’antiamericanismo iniettato nella nostra political culture dalle famiglie ideologiche che si sono spartite l’anima della nazione: il fascismo, il comunismo e, tranne le sue componenti liberali, il cattolicesimo. A volo d’uccello, elencavo le caratteristiche negative attribuite al Nord America: «la fine delle aristocrazie spirituali, la fine della Kultur, la dittatura dell’uomo massificato, l’imperialismo del mercato, la secolarizzazione selvaggia». La qualità liberale della società americana - «società di individui» -, i suoi valori profondi, la sua ispirazione laica e illuministica, lockeana e jeffersoniana, rilevavo, non potevano, certo, essere apprezzati dai nostalgici della comunità organica.
L’articolo non è piaciuto a un «quadro intermedio» di An, il vicepresidente del Consiglio della provincia di Milano, Flavio Nucci, che, rivendicando orgogliosamente le sue radici, ha replicato, sullo stesso giornale, che se in passato, vi erano ottime ragioni per rifiutare la Zivilisation statunitense, dopo l’11 settembre, tutto è mutato, grazie al patriottismo di cui gli americani hanno dato prova. «Noi non siamo cambiati, né cambiamo (sic !), ma salutiamo con gioia il loro cambiamento». Per quanti, come il sottoscritto, avevano creduto a una conversione liberale del Msi dopo Fiuggi, è stata una doccia fredda. Il «quadro intermedio» non è diventato un tory, ovvero un liberalconservatore sociale - à la Bismarck o à la Disraeli - ma è rimasto quello di sempre: un neofascista, che colpevolizza gli Stati Uniti per aver «rimosse con la forza nel 1918 e nel 1945» le «antiche istituzioni europee». Che cosa, tuttavia, avessero di «antico» l’impero guglielmino - deciso a fare a pezzi quanto rimaneva dell’Europa di Metternich e di Talleyrand - e il nazismo - espressione di un modernismo reale per quanto reazionario - lo sa soltanto lui.
Intendiamoci, nessuno gli contesta il diritto a rimpiangere il mondo di Carl Schmitt o a mettere, in un solo vecchio, caro, album di famiglia, il diavolo e l’acqua santa, le monarchie semifeudali e i regimi totalitari di destra. Non si capisce, però, come, con queste idee, possa far parte di un Polo che pur si richiama al liberalismo, all’Occidente, a Einaudi, a Cattaneo. Gianfranco Fini, anch’egli vicepresidente ma di un’istituzione ben più alta, che ne pensa?
Angelo d’Orsi, Intellet-tuali del Novecento italiano, Einaudi, 370 pagine, 34 mila lire
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