Per quanto tempo l’Occidente potrà continuare a essere quella fatherless society che lo psichiatra Alexander Mitscherlich descrisse ormai trent’anni fa? Incalzati dalle statistiche che ci annunciano un’Europa a prevalenza islamica nel giro di 15 anni, ci stiamo finalmente accorgendo (ma a livello mediatico, e scientifico, il nesso - mentre scrivo - non lo fa ancora quasi nessuno), che forse una società senza padri è anche una società senza figli. Vale a dire una civiltà che muore. La psicologia, psicoanalisi compresa, come altre scienze umane ha taciuto quest’elementare verità e non ha indagato questa situazione, come invece doveva. È quindi particolarmente benvenuto il libro Il segno del padre, di Paolo Ferliga, che rompe la solitudine nella quale il sottoscritto si è finora trovato denunciando le conseguenze dell’assenza paterna. Ferliga, analista junghiano, di robusta formazione filosofica, utilizza a fondo gli strumenti di indagine dello junghismo (inconscio collettivo, intervento degli archetipi sulla psiche individuale), stringendoli in un’argomentazione serrata, che non risparmia le contraddizioni dello stesso Jung. Oltre che dell’intera psicanalisi. È difficile infatti capire come mai una disciplina nata su un’intuizione che riguarda il rapporto dei figli col padre, il complesso d’Edipo, si sia poi disinteressata (soprattutto in Italia; in Francia e anche negli Usa le cose sono andate diversamente), dal vedere cosa accadeva quando quel rapporto perdeva significato, anche per l’indebolimento e la scomparsa del padre. Tanto più che (come emerge anche da questo libro), il ripiegamento su di sé della libido, non più diretta verso il mondo dall’incontro/ scontro col padre, alimentava quelle patologie narcisistiche con connotazioni borderline che oggi affollano gli studi degli analisti e gli ambulatori psichiatrici.
Ferliga individua alcune cause di questa distrazione, che ha scollato la psicoanalisi da aspetti fondamentali della realtà contemporanea. In particolare per la corrente analitica nella quale si è formato, quella junghiana. Segnala così le lacune teoriche dell’impianto junghiano relativamente al trattamento dei disagi che hanno a che fare con la figura paterna, in particolare la mancanza di un autonomo archetipo del Padre, i cui aspetti vengono incomprensibilmente diluiti e dispersi tra l’archetipo dello Spirito e quello del Vecchio saggio. Spinto dalla necessità di spiegare queste incongruenze Ferliga arriva, come è giusto, al rapporto tra Carl Gustav Jung e il padre. Che non era affatto quell’oscuro pastore protestante di campagna che Jung ci presenta, ma un uomo singolarmente colto per l’epoca, che conosceva bene arabo ed ebraico e lavorava direttamente su commentari ricercati, e poco conosciuti, dei testi sacri. Jung non accettò il padre nella sua concretezza, con la sua grandezza e anche con la sua depressione. Forse anche per questo diluì il concreto archetipo paterno in due figure spiritualizzanti. Laddove il padre fa due cose concretissime: prima mette il figlio nella madre e poi lo stacca da lei, per metterlo nel mondo. Non stupisce dunque che gli junghiani, seguendo lo spiritualismo intellettualistico del fondatore, non abbiano poi fatto caso alla molto concreta vicenda storico-sociale di uomini, gli europei, che non facevano più né l’una né l’altra di queste due cose, e alle conseguenze, psichiche e politiche, del fenomeno.
Paolo Ferliga, Il segno del padre, Moretti & Vitali editori, 240 pagine, 16,00 euro