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Croce e Gramsci, una sfida inesistente

LIBERAL BIMESTRALE
di Giuseppe Bedeschi
Liberal n. 9 - Dicembre 2001/Gennaio 2002

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Angelo d’Orsi ha raccolto in un volume alcuni suoi saggi su Giovanni Gentile, Marino Parenti, Aldo Capitini, Edoardo Persico, Carlo Levi, Leone Ginzburg, ai quali ha premesso un’ampia introduzione su Gli intellettuali e l’etica della responsabilità (il titolo del volume è Intellettuali del Novecento italiano). Consigliamo vivamente la lettura di questa Introduzione, perché essa dà tutta la misura delle incredibili storture, delle clamorose contraddizioni e dei penosi contorcimenti intellettuali che affliggono i nostri neo-comunisti. D’Orsi rende omaggio a Julien Benda, a Romain Rolland, a Bene-detto Croce, cioè a quei grandi intellettuali che in anni angosciosi e tremendi della storia europea non cedettero alle passioni e alle menzogne nazionalistiche e bellicistiche, e predicarono l’«insostituibile diritto-dovere della persona di cultura come persona della ragione, come sacerdote di verità, come voce critica davanti ai demoni del potere, del denaro, del successo». Senonché, non abbiamo nemmeno il tempo di compiacerci per queste sacrosante affermazioni di d’Orsi, che egli ci avverte, inopinatamente, che i Benda, i Rolland, i Croce meritano critiche gravi: le critiche che rivolse loro Gramsci, quando osservò che essi «astraevano dalla situazione di classe degli intellettuali e della loro funzione». D’Orsi fa poi seguire un grande omaggio a Gramsci, la cui opera, egli dice, costituisce «una sorta di baedeker dell’intellettuale moderno, al quale ogni giorno si può attingere per avventurarsi in quel mondo che (…) Gramsci vedeva “vasto e terribile”».
C’è da trasecolare. Come si può, infatti, esaltare l’atteggiamento mentale e spirituale dei Benda, dei Rolland, dei Croce, e al tempo stesso contrapporre loro la superiorità del pensiero di Gramsci? Non sa d’Orsi che l’obiettivo fondamentale di Gramsci era «l’egemonia del moderno Principe» (cioè del Partito comunista)? E non sa che per Gramsci il moderno Principe «prende il posto, nelle coscienze, della divinità o dell’imperativo categorico», sicché «ogni atto viene concepito come utile o dannoso, come virtuoso e scellerato, solo in quanto ha come punto di riferimento il moderno Principe stesso e serve a incrementare il suo potere o a contrastarlo»?
Domande oziose, evidentemente, per chi ritiene, come d’Orsi, che nel passaggio dal fascismo al dopo-fascismo l’Italia sia «passata da un regime a un altro - quello democristiano, forse più coriaceo di quello mussoliniano». Che dire? Noi, invece, avevamo sempre pensato che l’Italia fosse passata da una dittatura a una democrazia liberale. Noi, poveri ingenui.

Angelo d’Orsi, Intellet-tuali del Novecento italiano, Einaudi, 370 pagine, 34 mila lire

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