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Troppo Stato poco sociale

LIBERAL BIMESTRALE
di Mario Baldassarri

Anno II n. 1 - Febbraio/Marzo 2001

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Iniziamo con il tentativo di una rilettura del bilancio pubblico italiano, anche introducendo criteri della contabilità intergenerazionale, con una specifica attenzione al tema pensionistico. Oggi - teoricamente - ogni volta che viene presentato un disegno di legge che coinvolge la finanza pubblica (quindi quasi sempre) è obbligatorio affiancarlo a un'analisi tecnica per valutarne l'impatto economico in termini di costi sostenuti e benefici conseguiti. I costi, in base a tale legge, sono però misurati in termini statici e soprattutto in termini chiusi. Statici, nel senso che non incorporano gli impatti dinamici di lungo periodo e gli effetti sulle condizioni prospettiche di crescita e di occupazione del sistema economico. Chiusi, perché sono riferiti all'esame degli effetti sulla generazione attuale mentre al contrario uno stato moderno dovrebbe godere di un welfare e un workfare dinamico e aperto, dovendo valutare gli impatti di medio-lungo periodo dei provvedimenti sui percorsi di espansione del sistema economico.
Per quanto, riguarda il tema specifico delle pensioni mi concentrerò principalmente su un aspetto: la gobba «futura», quella che risulta dall'ormai noto documento della Ragioneria generale dello Stato che tende a individuare il problema pensionistico nel fatto che dal 2005 in poi il rapporto tra la spesa pensionistica e il prodotto interno lordo passerà dal 14%, a circa il 16%, tornando a scendere solo dopo il 2035. A mio parere quella non solo è una gobba «futura» ma rischia di essere anche «fuorviante» in quanto devia l'attenzione dal problema vero. Cercherò infatti di contrapporvi quelle che ritengo essere invece le anomalie reali del sistema pensionistico italiano, che ci vengono dagli anni passati, hanno già creato pesanti squilibri presenti e condizionano gravemente il futuro. Domandiamoci allora che cosa abbiamo costruito. Cos'è quello che chiamiamo oggi Stato sociale in questo nostro Paese?
Per rispondere a questa domanda sono andato a valutare i dati essenziali della nostra spesa pubblica negli ultimi venti/venticinque anni. Nel grafico 1 sono indicate le varie componenti della spesa pubblica in percentuale del Pil dal 1980 al 1996. Credo che non occorrano commenti troppo analitici per dimostrare quale tipo di struttura di spesa pubblica abbiamo adottato negli ultimi due decenni. Mi limiterò pertanto a illustrare le tre voci di spesa per le quali è possibile anche una valutazione inter-generazionale: istruzione, sanità e pensioni.

1. Spese per l'istruzione
Come dimensione quantitativa le spese per l'istruzione oscillano, nel nostro Paese durante gli ultimi sedici anni, attorno a una percentuale del 4,5-5% del prodotto interno lordo. Si noti che, dal 1993 a oggi, c'è stato un certo contenimento della spesa per tale comparto.
Teoricamente dovremmo dire che la spesa per l'istruzione è a vantaggio dei giovani e rappresenta un investimento in capitale umano. Osservando il grafico 2 vediamo però che la spesa per l'istruzione è in massima parte dovuta a salari e stipendi dei docenti e del personale. Poco è speso per acquisti di beni e servizi della scuola, ancor meno per gli investimenti. Ciò fa sorgere un punto interrogativo: questi salari e stipendi che paghiamo ai professori, ai non docenti, al personale del settore dell'istruzione sono vera accumulazione di capitale umano a vantaggio dei giovani oppure sono, in qualche misura, protezione corporativa con garanzia di posto o di stipendio a vantaggio di chi vi si è inserito come lavoratore dipendente?
Guardiamo sul grafico 3 la spesa pro capite per ogni studente nei vari ordini di scuole negli ultimi ventidue anni: dal 1975 al 1997. Il costo di un bambino alle scuole elementari supera i 5 milioni l'anno, nella scuola media siamo attorno ai 7 milioni pro capite, nei licei sfioriamo i 6 milioni. Si noti che il liceo costa, nel 1997 un po' meno della scuola media semplicemente perché la scuola media, come vedremo, ha visto ridursi il numero degli alunni mentre il liceo è ancora sotto l'ondata del baby boom. Ogni studente universitario costa infine oltre 12 milioni l'anno, anche se direttamente paga soltanto un milione e 300 mila lire di tasse d'iscrizione.
A fronte di questi costi crescenti la popolazione studentesca è crollata a livello di scuola elementare, come evidenziato dal grafico 4. Siamo infatti passati da poco meno di 5 milioni a circa 2,5 milioni di alunni con una riduzione di quasi il 45%. Anche nella scuola media si è assistito a una diminuzione delle iscrizioni di circa il 30%. Apparentemente la popolazione studentesca sembra crescere nei licei e nelle università, ma in realtà se esaminiamo la serie storica annuale si vede che negli ultimi due anni è già cominciata la riduzione delle iscrizioni anche nei livelli superiori d'istruzione.
Osserviamo adesso (graf. 5) la ridistribuzione per classi di età dei salari e degli stipendi nel settore della scuola. È opportuno ricordare che tutti i dati usati in questa sede sono espressi in termini reali a prezzi costanti 1997 e quindi sono depurati dall'inflazione. È di grande interesse notare che il picco massimo delle retribuzioni è dovuto a dipendenti in età compresa tra i 45 e i 49 anni, dopodiché la spesa per retribuzione nel comparto scuola si riduce fortemente.
Ciò può essere semplicemente e significativamente spiegato se si va a vedere sul grafico 6 la retribuzione media per addetto sempre in relazione alle varie classi d'età. Si può allora notare che quando un occupato del settore (insegnante e non) comincia a lavorare nella scuola - intorno ai ventiquattro anni - guadagna circa due milioni e 300 mila lire al mese a prezzi 1997. Dopo quarant'anni, quando finisce di lavorare, è arrivato a circa tre milioni e 300 mila lire. Si noti però che la crescita della retribuzione, che comunque è modestissima nell'arco della carriera, si ferma in ogni caso attorno ai 50 anni. È ovvio che chi può andare in pensione a 50 anni trova una buona occasione per lasciare la scuola, in presenza di condizioni decisamente favorevoli costituite da:

- scarsa probabilità, dopo i 50 anni, di incrementi di carriera e retributivi;
- ridotta differenza fra retribuzione e trattamento di quiescenza;
- possibilità di trovare altre occupazioni - decrescente all'aumentare dell'età, avendo già a disposizione un'altra sicura fonte di reddito data dalla pensione.

Tutto ciò conferma quanto appare dal grafico precedente che evidenzia come la spesa per le retribuzioni nel comparto scuola crolli dopo i 50 anni. A ben vedere, infatti, dopo quella età non appare affatto economicamente conveniente sia ai docenti sia ai non-docenti prolungare la propria attività di lavoro nell'ambito della scuola stessa.

2. Spese per la sanità
Passiamo ora al settore della sanità, prendendo in considerazione gli anni dal 1980 al 1996. Come si può vedere dal grafico 7 la spesa fino al 1986 ha oscillato attorno al 5,5% del prodotto interno lordo; è cresciuta al 6,5% nel 1992 e poi dal 1992 al 1996 è tornata fra il 5 e il 5,5% in linea con i valori degli anni Ottanta. Che tipo di Stato sociale questo rappresenta?
Per analizzare la destinazione che ha avuto la spesa sanitaria osserviamo i grafici 8 e 9. Nel primo si indica la spesa per voci economiche suddivisa in salari e stipendi (redditi da lavoro), prestazioni sociali (in gran parte quindi farmaci e ricoveri ospedalieri), consumi intermedi (acquisti di beni e servizi da parte delle unità che operano nell'ambito della sanità). Nel secondo si riporta la spesa disaggregata per funzioni, cioè il costo degli ospedali, quello dei farmaci e il costo delle visite mediche.
Vediamo adesso (graf. 10 e 11) quanto costa la sanità per tipo di prestazione ripartita sulle classi di età, allo scopo di introdurre elementi di distribuzione inter-generazionale. La spesa per i farmaci, quella per le visite mediche non mostrano grandi differenze: le visite mediche fornite dal Servizio sanitario nazionale, indipendentemente dall'età, costano tra 27 e 29 mila lire ciascuna. La spesa pro capite per farmaci cresce dopo i 45 anni e diminuisce di poco oltre i 75. Da questo punto di vista quindi la sanità rappresenta una chiara ridistribuzione inter-generazionale a favore degli anziani.
Guardiamo ora il costo per singola prestazione: 27/29 mila lire per visita medica; 220 mila lire (annuali) per spese farmaceutiche, 500 mila lire al giorno nel 1994 - salite a 650 mila nel 1998 - per ricovero in un ospedale pubblico. Pertanto, a oggi, un giorno di ricovero costa mediamente circa 800 mila lire, che ovviamente varia a seconda del tipo di prestazione erogata (interventi chirurgici e cure tecnicamente più sofisticate), anche se per il singolo cittadino-paziente è in apparenza un servizio gratuito.

3. Pensioni e contributi sociali
Passiamo ora al nodo di fondo delle pensioni partendo dalle famose «gobbe future», indicate dalla Ragioneria generale dello Stato, secondo la quale attorno al 2005 il peso della spesa pensionistica sul prodotto interno lordo, che è attualmente di circa il 14%, cresce avvicinandosi al 16%, per ridiscendere dopo il 2035 (graf. 12). Secondo questa analisi il sistema pensionistico italiano sarebbe in sostanziale equilibrio e i problemi sorgerebbero soltanto tra 5-6 anni. Ma, a mio avviso, le «gobbe vere» della previdenza non sono «future», sono passate e presenti e hanno già creato il problema che si trascina da anni. Oggi si pagano 330 mila miliardi di pensioni e si riscuotono circa 220 mila miliardi di contributi sociali. La differenza - pari a circa 110 mila miliardi - viene compensata con trasferimenti dal bilancio pubblico a copertura dei disavanzi degli enti di previdenza. Si può parlare, in queste condizioni, di sistema in equilibrio? E questa situazione peggiorerà ulteriormente dal 2005 in poi, ma si è già determinata negli anni passati ed è tuttora presente con tutta la sua carica di dirompente squilibrio finanziario.
Aiutandoci anche qui con un grafico (graf. 13) tentiamo un'analisi inter-generazionale. Vediamo cioè come sono distribuite per classi di età le pensioni di invalidità, vecchiaia e superstiti (Ivs) complessivamente pagate nel 1975 e nel 1997. Si nota il picco della spesa che cresce per i cinquantenni che negli anni Settanta sono entrati nel sistema pensionistico. È evidente come tale picco si sposti progressivamente verso destra. Il differenziale tra le due curve è il «di più» di pensioni - depurato dall'inflazione poiché i dati sono tutti a prezzi 1997 - che nell'arco degli ultimi ventidue anni si è speso in Italia. Si osservi come questa differenza diventi via via minore con il progredire dell'età dei beneficiari.
Per di più nel 1975 l'importo medio della pensione si diversificava poco tra le varie classi di età, ciò perché si era ancora all'inizio del fenomeno dei pensionamenti anticipati. Si ricordi, infatti, che la riforma pensionistica che prevedeva le pensioni d'anzianità è stata introdotta nel 1969 e le pensioni baby nel pubblico impiego sono state decise dal governo Andreotti-Malagodi nel 1970-1971. I dati del 1997 ci dicono allora che cosa è avvenuto: la pensione media è più elevata tra i 50 e i 55 anni e scende rapidamente per le età più avanzate. Questo non sembra proprio un buon esempio di vero Stato sociale.
Per ciò che attiene agli incrementi totali nel periodo '75-'97 delle pensioni di vecchiaia e anzianità riferiti ai quattro fondi principali gestiti dall'Inps e ripartiti per classi di età c'è da osservare che i pensionati compresi tra i 50 e i 54 anni di età hanno determinato un incremento di spesa del 2000%, che sale al 2300% per i maschi. I percettori di pensione tra i 55 e i 59 anni hanno comportato un aumento della spesa pensionistica di quasi il 900%, che sale al 2600% per i maschi. Insomma l'incremento di spesa per i pensionati oltre i sessant'anni è stato enormemente più modesto.
Tali incrementi della spesa totale si sono determinati per effetto della crescita del numero dei pensionati e dell'importo medio della pensione. Osserviamo infatti il grafico 14: rappresenta l'incremento del numero dei pensionati di vecchiaia e anzianità per classi di età tra il 1975 e il 1997. Come si vede tale incremento è stato modesto per gli ultrasessantenni, ma imponente proprio per la crescita dei pensionati cinquantenni, il numero dei quali risulta aumentato di quasi il 1000%.
Tale crescita dei beneficiari dev'essere sommata all'aumento dell'importo «medio complessivo» (graf. 15), che risulta inversamente proporzionale all'età, e cioè l'incremento è stato maggiore per i pensionati più giovani, e molto minore per quelli più anziani.
Lo stesso fenomeno si verifica nell'ambito del fondo più importante gestito dall'Inps: il fondo pensioni lavoratori dipendenti. Nel 1995 il picco di importo medio della pensione corrisponde all'età 50/54 anni. Il fenomeno rimane in tutta la sua evidenza anche considerando gli incrementi limitati alle sole pensioni di vecchiaia e anzianità, quindi depurati dalle prestazioni di invalidità e ai superstiti. È stata incrementata pochissimo la spesa per le pensioni di chi ha più di sessant'anni e moltiplicata di quasi il 2000% quella dei cinquantenni. Per gli importi medi l'aumento ha avuto, per le stesse classi, un picco del 200% che decresce all'aumentare dell'età del percettore.
È importante a questo punto sottolineare un'ultima osservazione, anche per meglio capire il problema della transizione dalla ripartizione alla capitalizzazione. Nel grafico 16, che rappresenta il rapporto «contributi e pensioni» nel 1975 e nel 1995, le linee tratteggiate indicano il totale dei contributi raccolti dall'Inps in quegli anni distribuiti per classe di età del lavoratore. Le linee continue indicano il totale delle pensioni pagate dall'Inps per classi di età dei percettori.
Nel sistema a ripartizione, regola di equilibrio finanziario vorrebbe che all'area al di sotto della linea tratteggiata corrispondesse l'area al di sotto della linea continua: in altre parole cioè il totale dei contributi pagati dai lavoratori attivi dovrebbe finanziare il totale delle pensioni riscosse dai lavoratori in pensione. Come si vede, nel 1975, la differenza trà le «due aree» (pensioni e contributi) è molto minore della differenza che risulta nel 1995. Si è infatti passati dai 9 mila miliardi di «squilibrio» del 1975 ai 65 mila del 1995. Lo stesso squilibrio - includendo, quindi, tutti i fondi del settore privato e della Pubblica amministrazione - è commisurabile nel 1997 attorno a quei 100 mila miliardi che vengono annualmente posti a carico del bilancio pubblico.
Con il sistema a ripartizione, a differenza del sistema a capitalizzazione, si determina quindi uno «spostamento» di risorse. Con la ripartizione i contributi versati oggi servono a finanziare le pensioni di oggi. Con la capitalizzazione i contributi versati oggi vengono investiti per finanziare le pensioni di domani.
Il grafico 16 conferma che nonostante l'importo medio dei contributi sociali sia stato aumentato in modo consistente, il rapporto pensioni/contributi è aumentato in modo più che proporzionale e anche qui a tutto vantaggio dei cinquantenni di oggi e con un'iniquità assoluta sul piano inter-generazionale.
Questi dati incontrovertibili dimostrano la tesi secondo la quale il sistema a ripartizione italiano non è in equilibrio ormai da anni, e non ha senso rinviare il problema al futuro. Infatti la linea tratteggiata del grafico 16 sottende un'area che è enormemente più piccola della linea continua delle pensioni. Allora è inesatto affermare che i contributi sociali in Italia sono pari al 32,7% delle retribuzioni più il 7% (circa) del Tfr, perché la spesa pensionistica italiana va confrontata con l'aliquota di equilibrio che, secondo i dati Inps, è oggi del 46% e non del 32,7%. Questo squilibrio ha il suo massimo nella fascia d'età 50-60 anni.
A mio parere questa situazione statica e chiusa che privilegia solamente la fascia d'età compresa tra i 50 e i 60 anni non si può definire welfare state, che, al contrario, deve avere una dimensione dinamica e considerare l'impatto di lungo periodo della politica previdenziale sulle condizioni di crescita dell'economia, oltre che salvaguardare più seriamente i più anziani, quantomeno ultrasessantenni.

Mario Baldassarri
 

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