Mai, da quando è venuto così prepotentemente in voga il termine «revisionista», esso è stato scomodato con più frequenza come per i lavori di Sergio Romano. Era stato del resto egli stesso, un po’ provocatoriamente, con le sue Confessioni di un revisionista, a suggerire a estimatori e avversari la chiave di lettura dei suoi lavori di storico e di politologo. E alla polemica con gli antirevisionisti Romano non si sottrae nemmeno in quest’ultima sua fatica, I volti della storia, quando, in una delle sue pagine più incisive, incalzando gli storici antirevisionisti gli fa colpa di aver dimenticato che «ogni proiezione nel futuro di avvenimenti passati è anacronistica», di averlo fatto «nella segreta convinzione di potere assecondare in tal modo il “senso della storia”, secondo le loro convinzioni morali e ideologiche». Ancora una volta, quindi, una forte e argomentata riaffermazione del proprio «revisionismo», del rifiuto di qualsiasi determinismo storiografico e dell’asservimento intellettuale a scuole e parrocchie.
Una posizione non facile quella che Romano da tempo ha assunto, che tuttavia gli ha consentito più di una volta di scuotere il torpido mondo della ricerca storiografica nostrana. Basti pensare alla polemica sulla guerra civile spagnuola. Gli venne allora attribuita una eccessiva simpatia per le ragioni del franchismo, ma le repliche che vennero dal fronte avverso elusero le questioni che sollevava Romano, cioè le oscure prospettive politiche che sarebbero derivate da una vittoria del fronte antifranchista sempre più egemonizzato dai sovietici nell’ultimo periodo di guerra civile. Del resto furono anche tali valutazioni a far assumere allora a Inghilterra e Francia posizioni che di fatto si tradussero nel mancato aiuto alla repubblica spagnuola.
Anche questo ultimo lavoro di Romano fornirà spunti alla polemica storiografica. Alcuni degli articoli che compongono l’opera, e che avevano già visto la luce su giornali e riviste specializzate (ne ricordiamo alcuni apparsi su Nuova Storia Contempo-ranea), testimoniano della lunga strada compiuta dalla vecchia «eresia» defeliciana, felicemente metabolizzata da Romano in alcuni dei suoi temi più significativi. Come ad esempio i complessi e niente affatto subordinati rapporti che legarono gli industriali al fascismo, le riflessioni sugli influssi che le grandi correnti di pensiero europee ebbero sulla cultura italiana del periodo fascista, che, ricorda Romano in dissenso con le vecchie posizioni di Bobbio, non fu un periodo di buio isolazionismo culturale, di soffocamento delle avanguardie. Interessante infine il posto che Romano riserva nella sua opera ai cosiddetti «capitani d’industria» e, in particolare, la bella rievocazione che fa della figura di Vittorio Cini, che meriterebbe davvero, siamo d’accordo con lui, uno studio specifico approfondito. Scarseggiano da noi, sembra rimproverare l’autore, studi mirati sui personaggi di spicco della nostra storia economica e finanziaria; studi, al contrario, fiorenti in altri Paesi, come ad esempio quelli anglosassoni, dove non si fa fatica a riservare un posto nella galleria dei costruttori delle fortune patrie anche ai grandi capitalisti. Ma la passata egemonia culturale del pensiero cattolico e di quello comunista, con distinte motivazioni, ma entrambe convergenti nella condanna ideologica e morale dell’accumulazione dei grandi patrimoni, ha relegato in un angolo poco illuminato della storia quelli che vennero definiti «i padroni del vapore».
Sergio Romano, I volti della storia, Rizzoli, 531 pagine, 34 mila lire
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