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Perché ora non possiamo più dire che il Corano l'ha scritto Maometto

LIBERAL BIMESTRALE
di Franco Cardini
Liberal n. 9 - Dicembre 2001/Gennaio 2002

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«Noi non possiamo far finta di essere arabi - ha detto in Parlamento Ferdinando Adornato il 7 novembre 2001 - , perché senza amore per la propria identità non è possibile nessun vero dialogo». Parole sante. Noi italiani - nella nostra policentrica identità regionale e municipale - non siamo arabi; né americani, né altro. Forse non siamo nemmeno troppo «occidentali»; aggettivo del resto perentorio e pregnante, che ha però il difetto di non voler dire granché. Siamo euro-meridionali, euro-terroni, cioè euromediterranei. In quanto tali, il Corano ci è estraneo sul piano delle conoscenze religioso-testuali (su tale piano, ohimé, ci è estraneo o quasi persino il Vangelo... ), molto familiare però su quello delle tradizioni implicite e intrinseche, quelle segrete e nascoste eppur vive e operanti.
Nel Nono secolo, gran parte delle nostre coste erano occupate, infestate o minacciate dai corsari musulmani. Nella seconda metà di quel secolo, emirati arabi si stabilirono a Bari e a Taranto. Tra Nono, Decimo e Undicesimo secolo, la Sicilia fu un’isola arabo-musulmana. In pieno Duecento, un libro di mistica musulmana scritto in arabo e tradotto in latino (al-Kitab al-Miraj, Il libro della Scala) giunse a Firenze e servì da base ispirativa alla Divina commedia. Il filosofo e teologo Tommaso d’Aquino, il matematico e computista Leonardo Fibonacci, il medico e chimico-alchimista Pietro d’Albano, non avrebbero mai potuto lavorare senza gli arabi. E la lingua dei grandi trattati arabi di filosofia, di astrologia-astronomia, di alchimia-chimica, di medicina, di trigonometria e di algebra, era esemplificata su un illustre modello: il Corano.
Paolo Branca, arabista e islamista dell’Università cattolica, ci spiega ora in un agile libretto che cosa avremmo dovuto «da sempre» sapere e che cosa soprattutto non possiamo più permetterci di ignorare a proposito del Santo libro dell’Islam. Da oggi, quindi, non più scuse. Non potremo più dire, ad esempio, che il Corano è stato «scritto da Mao-metto». Esso è qur’ân («recitazione») della Parola divina: e in quanto tale è - come direbbe il Vangelo di Giovanni - l’in principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum. Parola incorrotta, rivelata all’uomo ma non trasmessa attraverso mediazione umana: secondo alcune scuole coraniche, addirittura increata e in qualche modo connaturata a Lui, Sua emanazione diretta. Ma la Parola increata di Dio, rivelatasi all’ummî («analfabeta») Muhammad, dunque «discesa» tra gli uomini, permane oscura, dotata d’un fascino poetico e profetico che si presenta privo di ordine storico e logico. Fonte di diritto, il Corano non è un libro normativo.
L’uomo entra in qualche modo nella tradizione del Libro santo. Lo trascrive e lo diffonde. In realtà, esiste anche per il Corano una tradizione testuale. Su di essa si fondano teologia e diritto dei musulmani. Una teologia e un diritto straordinariamente liberi e polimorfi, basati come sono sulle categorie dell’esegesi. Familiarizzarsi un po’ con il Corano equivale a entrare in un altro mondo, in apparenza lontano, che finisce con l’aiutarci a comprendere meglio il nostro.

Paolo Branca, Il Corano. Il Libro sacro della civiltà islamica, Il Mulino, 131 pagine, 14 mila lire

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