In una notte umida e triste di Gerusalemme, dieci anni fa, suonò la prima sirena che annunciava i missili di Saddam su Israele. Con Shahar Ayalon, il capo della polizia di Gerusalemme mangiavamo alla svelta humus e pita mentre lo intervistavo. Che avrebbe fatto Gerusalemme se Saddam avesse bombardato? Subito ci alzammo, quasi mi trascinò via per un braccio. Indossai goffamente la maschera antigas. Ayalon mi dette un passaggio fino all'angolo del Russian Compound, dove ha sede la polizia. Mi fece scendere dalla sua macchina quasi spingendomi di sotto: doveva controllare che tutta Gerusalemme non cadesse nel panico, e aspettare che trascorressero i prossimi minuti in una situazione di massimo allarme. Nessuno sapeva cosa sarebbe accaduto. I missili sarebbero piovuti? Sarebbero stati carichi di botulinus, di antrax? Nella notte mi avviai a piedi verso la casa di mia sorella Simona, nel Quartiere Tedesco. Piano, assaporavo quei due chilometri fra la vita e il niente, quel vuoto assoluto condensato intorno alla voce insistente e un po' stupida della sirena. Camminavo con la maschera sul viso, e mi sentivo un animale preistorico; in quei giorni, sembrava che tutto il Medio Oriente fosse in cammino attraverso un tunnel pauroso ma indispensabile. L'Urss non esisteva più. L'aggressione di Saddam non era riuscita a catalizzare intorno a sé il consenso che il dittatore iracheno sperava; la pax americana sembrava incombente, il Medio Oriente pareva addomesticato, compresa Israele. Nonostante un primo ministro duro e realista come Shamir, Israele decise di lasciarsi bombardare senza rispondere, contrariamente a ogni tradizione di autodeterminazione e autodifesa ebraica dopo millenni di persecuzioni. Una svolta storica, che sviò il piano di Saddam di eccitare l'animo antisraeliano dell'area. Sauditi, egiziani, il Golfo, alla fine anche i giordani che pure tentennarono alquanto si unirono agli americani. Solo i palestinesi sui tetti pregavano i missili di «Saddam ha Habib», del dolce Saddam, di distruggere Tel Aviv. Ma poiché si ritrovarono sconfitti insieme al loro beniamino sembrò che si spalancassero le porte del paradiso. La parola «pace» diventò la parola chiave del politically correct, fino a oggi. I commentatori, e io fra questi, scrissero una valanga di sciocchezze. Le rileggo oggi, mentre Saddam, forte e sano, celebra con parate militari e tronfi discorsi al mondo la sua «Madre di tutte le guerre», affermando - non a torto - di averla semplicemente vinta e promettendo di distruggere Israele: e anche qui, dicono gli analisti mediorentali, non c'è migliore fonte d'intelligence dei discorsi dei leader stessi. Ci riproverà. Riproverà a essere l'unificatore del mondo arabo, il nuovo Nasser, e anche il capo dell'Intifada delle Moschee a cavallo della causa palestinese che si lascia ben volentieri cavalcare, quindi con un penchant islamico utilizzerà a fondo l'unica chiave unificante del Medio Oriente arabo e islamico: l'idea che Israele, e con esso i costumi occidentali, debbano essere buttati a mare. Che cosa non ha funzionato allora dopo la sconfitta di Saddam? Niente ha funzionato: le sanzioni avrebbero dovuto essere la chiave per impedire a Saddam di riarmarsi e di intraprendere di nuovo il programma nucleare. Le ispezioni avrebbero dovuto verificare il disarmo, ovvero rappresentare la chiave con cui si verificava che con i soldi della risoluzione oil for food, depositati in un conto controllato dall'Onu, sarebbero state compiute transazioni tutte destinate a sostenere la popolazione (che comunque ha ricevuto nel '97 aiuti umanitari per 16 miliardi di dollari) e non fossero utilizzati per armamenti, convenzionali o non convenzionali. Le ispezioni avrebbero dovuto anche verificare che Saddam distruggesse le armi in suo possesso, missili e porcherie chimiche incluse. Ma l'Unscom come si sa, è stato impacciato in tutti i modi, impedito fino al limite della violenza, e oggi non esiste più: le armi sono sempre in gran parte là e il programma nucleare è ripreso con l'aiuto della Russia rediviva, e anche della Francia. I soldi oil for food si sono dimostrati una piccola parte dei fondi; l'esportazione illegale del petrolio è la maggiore fonte di introiti per Saddam, che naviga verso la rapida ricostruzione di un grosso esercito, come si è visto nella paurosa parata del 31 dicembre, dove sfilavano missili, unità di armi chimiche, carri armati in numero inusitato... e tutto ben organizzato, assistito e trasportato con mezzi dell'Europa orientale e anche francesi. Molte cose sono andate storte rispetto alle previsioni del '91, in parte per una fatale deriva legata all'integralismo islamico e all'imprevisto indurirsi della posizioni di Arafat, che porgono l'offa per un'eccitazione crescente. Ma ci sono stati anche molti errori soggettivi: in generale, gli Usa dopo aver intrapreso la battaglia, l'hanno abbandonata a se stessa, investendo meno in danaro e in fiducia verso l'opposizione e rinunciando in sostanza a vedere nascere un Iraq meno pericoloso. L'entusiasmo per la pax americana ha fatto sì che la politica del dual containment verso Iran e Iraq coprisse la tenace e aggressiva politica irachena con l'idea, fortemente sostenuta da Israele e in particolare da Rabin, che l'Iran fosse il vero nemico da combattere, in quanto leader dell'integralismo islamico.
Si è anche molto contato sulla speranza che Israele facesse una rapida pace con la Siria, sottovalutandone sia il profondo spirito antisraeliano che le ambizioni di area; e si è anche sottovalutato l'aiuto che la Russia è ancora in grado di dare quanto ad assistenza e vendita di pezzi e di know how bellici. Incluso il nucleare. Si è poi ignorata la nuova potenza ideologica della zona, gli hezbollah, i maestri della teoria dell'espulsione di Israele dall'area, una teoria che si è arricchita di vari contributi: Bashar Assad ha chiamato Israele un paese neonazista, il coro della lega Araba è oltremodo aggressivo, la Siria ristabilisce contatti con l'Iraq e così fa anche la Giordania, l'Iran già torna ad avere contatti col vecchio nemico. Solo l'Egitto e in parte la Giordania seguitano a dar segni di autocontrollo. Saddam è in pole position di nuovo. Dall'Iraq viene anche la voce che una nuova invasione del Kuwait, dove giacciono i pozzi di petrolio che Saddam ritiene cosa sua, è nell'agenda. E una volta che il danaro tornerà a scorrere a fiumi, per gli iracheni continuerà il solito regime di fame e di repressione, ma per la corsa al nucleare e a un esercito supertecnologico di cui tutti, inclusa l'Europa, dovremo aver paura, sarà una festa.
Fiamma Nirenstein