LIBERAL BIMESTRALE di Alberto Mingardi e Carlo Stagnaro Liberal n. 9 - Dicembre 2001/Gennaio 2002
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Il destino dei grandi. Un perpetuo oscillare fra la scomunica e l’«appropriazione indebita» da parte di una critica ideologica e faziosa. Non sfugge alla regola John Ronald Reuel Tolkien, che rientra di diritto fra i grandi del nostro tempo. Vent’anni fa era l’estrema destra ad allungare le mani sul Signore degli anelli. Oggi, simmetricamente, sono le falangi degli anti-global, fulminati dall’amore che lo scrittore inglese nutriva per la natura incontaminata e selvaggia. Eppure, dovrebbe essere chiaro a chiunque abbia letto con attenzione il romanzo (e ancor più le lettere dell’autore) che Tolkien non si presta a nessuna strumentalizzazione: è lui stesso a chiarire, in termini molto schietti, il proprio pensiero. Che affonda le proprie radici in un cattolicesimo vibrante. Che è il manifesto narrativo di un «conservatore vecchio stile», come Tolkien amava definirsi, per quanto sia una definizione inappropriata: col «vecchio» conservatorismo inglese, JRRT aveva in comune giusto una visione agraria della vita e della società. Ma i suoi valori profondi, che riecheggiano in ogni pagina, in ogni rigo, sono semmai riconducibili a quell’old whiggism che aveva avuto il suo campione in Edmund Burke, conservatore suo malgrado nella propaganda dei posteri. Immaginarsi un altro Tolkien, un Tolkien politicamente corretto, che prescinda da queste precise coordinate teoriche e religiose, vuol dire perdere molto, addirittura precludersi la comprensione del Signore degli anelli. Opera che oggi sbarca sul grande schermo, grazie all’abilità del regista Peter Jackson, pronta a farsi largo nell’Olimpo dei kolossal. Eppure The lord of rings non sarà mai soltanto un rincorrersi di effetti speciali. Ha scritto bene Andrea Monda, sul primo numero di liberal bimestrale: «Chi non ha letto o voluto leggere la Bibbia e si è buttato a capofitto nell’epica del Signore degli anelli, ha finito, a mio avviso, spesso senza saperlo, per leggere la Bibbia». Non c’è, sia chiaro, alcuna hybris in Tolkien di paragonarsi al libro per eccellenza, la sua poetica non è un’altra torre di Babele letteraria (il Novecento ne è pieno). Solo, ricorrendo a un genere in disuso come l’epica e la fiaba, JRRT non si esime, come modernità imporrebbe, dal pretendere che dalle sue pagine esca, frastornante e glorioso, un messaggio morale. Un aspetto evidente del Signore degli anelli è che, al centro della narrazione non vi è un personaggio particolare. E non è nemmeno quel che si dice un romanzo «corale»: i protagonisti sono diversi, ognuno segue la propria strada. Tutti, però, più o meno consapevolmente (e più o meno casualmente: fin da subito emerge l’impossibilità di pianificare la missione che essi devono assolvere) partecipano alla lotta, faticosa e spesso sfuggente, ingannevole, del Bene contro il Male. Una lotta che però non viene personificata nei caratteri fumettisti dell’eroe e del villain, il personaggio tolkieniano non vive in bianco e nero. Spesso il male contamina anche i più valorosi, e il bene germoglia sui terreni più aridi. Costantemente presente, invece, è un oggetto inanimato eppure malvagio, perché impregnato della malvagità del suo Artefice: l’Unico Anello, capace di conferire a chi lo porti un potere enorme, ma è un potere che si paga, farne uso vuol dire perdere il proprio arbitrio, la propria libertà, e finire schiavi dell’Oscuro Sire. È qui in agguato una prima trappola terminologica: si sarebbe tentati di definire Sauron come «creatore» dell’Anello. Sarebbe un errore. Solo Dio può creare; ogni altro essere vivente è creato, e può solo fabbricare o mutare la natura delle cose. In particolare, non può donare la vita: l’Anello, semmai, la sottrae ai propri portatori. In questo, l’Anello è chiaramente paradigma del Potere: che, come diceva un altro cattolico Whig inglese come Lord Acton, «corrompe». E l’Anello, che conferisce il Potere assoluto, «corrompe assolutamente»: riducendo chi se ne appropria a una larva priva di volontà, un’ombra senza umanità, uno spettro di se stesso. Ci si affida all’Anello per un’esigenza di dominio, ma di fatto si viene dominati da esso - fino a ridursi a umile vassallo di Sauron (che rappresenta il «Male», e che ha al proprio servizio un esercito di Orchetti, ovvero Elfi e uomini la cui natura è stata completamente corrotta in un tempo lontano - «L’Ombra che li allevò sa solo disfare, non sa fare, creare cose nuove da sola. Non credo che abbia generato gli Orchetti; non fece che rovinarli e depravarli»(1) - con cui intende conquistare e soggiogare, e abbruttire, il mondo intero). Il dominio dell’uomo sull’uomo Nel potere dell’Anello molti hanno visto il potere dello Stato: il dominio dell’uomo sull’uomo. La politica. Ecco Burke: «Invano tu mi dici che il Governo Artificiale è cosa buona e devo premunirmi soltanto dall’abuso. La cosa, la cosa in sé è abuso»(2). Siamo alle radici di ciò che è, prima ancora della sfida intellettuale dell’old whiggism, la forma mentis del liberale. Nota Macpherson come Burke, anche nelle sue vesti di uomo politico, «insisteva nell’affermare che ogni questione avrebbe dovuto essere dibattuta sulla base di un qualche parametro di giustizia o di diritto o di vantaggi di lunga durata per l’uomo, piuttosto che di diritti meramente legali»(3), mentre Stanlis sottolinea che «nell’affrontare ogni dilemma politico importante, (...) Burke ha sempre fatto ricorso alla legge naturale»(4). Per legge naturale non s’intende qui una legge fisica, un inchinarsi al destino: quanto piuttosto un riconoscere qual è il ruolo per l’uomo nella trama tessuta da Dio per l’universo. Scoprire cosa è giusto e cosa è sbagliato, e cercare (pur nella fallibilità umana) di comportarsi di conseguenza. La definizione che Tolkien dà di sé come old style conservative sembra sballata, e più appropriatamente sostituibile con old whig, perché JRRT può essere letto esattamente come un burkeano. E Burke, scrive Robert Nisbet, «adesso è riconosciuto come il padre del conservatorismo, ma è bene ricordare che appoggiò i coloni americani e quelli che sia in India sia in Irlanda cercarono di respingere il dominio britannico. Il suo attacco ai rivoluzionari francesi (che gli ha guadagnato un posto a fianco di de Maistre, ndr) era basato totalmente su ciò che lui vedeva come l’espropriazione dei beni della Chiesa, delle corporazioni e dei proprietari terrieri, e sulla crescita del potere arbitrario in nome del popolo. Burke ai suoi tempi era tutto fuorché un Tory, e il suo amore per la libertà era inflessibile»(5). Lo stesso, e a maggior ragione, si può dire di Tolkien - «conservatore» in un’epoca che come icona del conservatorismo ha avuto Winston Churchill(6). Ciò è ancora più evidente, appunto, prendendo in considerazione la metafora dell’anello, che riecheggia quanto Burke diceva del governo artificiale (non-spontaneo, ma usurpatore - lo Stato moderno, per come trionfalmente uscito dal 1789). E che vi mescola un’azzeccata concezione antropologica del fascino del potere: è la sete di dominio, spiega Tolkien, che spinge alcuni uomini a prendere in mano lo Stato, e stabilire regole (e imporre pesanti tributi) sui propri simili. Il risultato è quello che un altro grande cattolico del Novecento inglese, Hilaire Belloc, chiamava Stato servile: «Definiamo Stato servile l’ordinamento di una società nella quale il numero di famiglie e di individui costretti dalla legge a lavorare a beneficio di altre famiglie e di altri individui è tanto grande da far sì che questo lavoro si imprima sull’intera comunità come un marchio»(7). Parole profetiche, letteralmente: Belloc le scrisse nel 1913, avendo in mente quel fenomeno che poi si è verificato con la nascita dello Stato sociale, con l’ennesimo camuffamento del potere dietro una «socialità» tutta presunta. Il potere è seducente, e lo è sempre di più non solo per chi comanda ma anche per chi obbedisce: quest’ambiguità è la cifra dei nostri tempi, ed è sempre, silenziosamente presente nelle pagine di The lord of rings. Non a caso, Tolkien stesso si trovò ad ammettere «Le mie opinioni inclinano sempre più verso l’anarchia (intesa filosoficamente come abolizione di ogni controllo, non come uomini barbuti che lanciano bombe), oppure verso una monarchia non costituzionale. Arresterei chiunque usi la parola Stato (intendendo qualsiasi cosa che non sia la terra inglese e i suoi abitanti, cioè qualcosa che non ha né poteri né diritti né intelligenza); e dopo avergli dato la possibilità di ritrattare, lo giustizierei se rimanesse della sua idea!»(8). Anzi, «Se potessimo tornare ai nomi propri sarebbe molto meglio. Governo è un sostantivo astratto che indica l’arte e il modo di governare e sarebbe offensivo scriverlo con una G maiuscola come per riferirsi al popolo. Se la gente avesse l’abitudine di riferirsi al “Consiglio di Re George, Winston e la sua banda”, si farebbero dei grandi passi avanti e rallenterebbe questo pericoloso scivolare verso la Lorocrazia»(9). Qui, vi è un’evidente assonanza con Belloc e con Acton, «cattolici libertari» per usare la felice espressione di Nisbet, ma anche con quelle correnti del liberalismo contemporaneo che (fino ad Hans-Hermann Hoppe) arrivano a teorizzare come fosse preferibile, da un punto di vista liberale, la monarchia rispetto alla democrazia moderna. Alla base di questa visione iconoclasta dissonante, c’è un’interpretazione del Medioevo che non ha nulla a che vedere né con lo stereotipo dei secoli bui fabbricato dagli entusiasti cultori della modernità, né con una rivalutazione acritica, romantica e posticcia comune ad ampi settori del mondo cattolico. Scrive Nisbet sull’autore de Lo Stato servile: «In Belloc il cattolicesimo ardente si combina con una filosofia della storia che celebra il Medioevo per l’abolizione della schiavitù e della condizione servile, per l’ampia diffusione della proprietà fra la popolazione, che comportava un grado significativo di libertà individuale, e per il fiorire della cultura, dell’arte, della filosofia e della letteratura che aveva fatto uscire l’Europa dai secoli bui»(10). Per molti versi analogo il pensiero di Acton: «La libertà è medioevale, la schiavitù è moderna»(11). Di qui viene la rivalutazione delle istituzioni medioevali tanto cara ai libertari contemporanei: compreso il vituperato feudalismo, vituperato, scrive Nisbet «(specialmente) da intellettuali al servizio spirituale dello Stato moderno e assoluto»(12). In realtà, il dato fondamentale di questa riscoperta del Medioevo è la presa d’atto di come «a dispetto dei principi di sovranità territoriale dello Stato moderno, per quasi un millennio, in Occidente la protezione, i diritti, il benessere, l’autorità e la devozione riguardavano un legame personale, e non territoriale. Per essere «uomo» di un altro uomo, e di conseguenza «uomo» di un altro uomo ancora, e così via fino al vertice della piramide feudale, ognuno doveva rendere all’altro servizi o protezione. L’obbligazione feudale ha molto della relazione che c’è fra guerriero e comandante, ma ricorda ancora di più la relazione tra figlio e padre, congiunto e patriarca... (cioè, i legami feudali sono essenzialmente) relazioni private, personali e contrattuali... la subordinazione del re alla legge era uno dei principi più importanti sotto il feudalesimo»(13). Anche questo è un tema caro a Tolkien, che su un calco feudale in senso lato ha costruito la struttura della Compagnia dell’anello, compagine votata alla mutua protezione e alla sconfitta di un nemico comune, in cui le gerarchie sono fondate sul prestigio dei vari membri (il leader Aragorn, certo, e lo stregone Gandalf su tutti). La preferenza tolkieniana per la monarchia assoluta non è in contrasto con questo intravvedere nell’ordine feudale i semi di una realtà autenticamente liberale. Anzitutto, Tolkien parla di monarchia non-costituzionale, ma egli sa come in realtà il sovrano fosse molto meno legibus solutus di quanto lo siano oggi i Parlamenti. Per una ragione molto semplice: il re non è mai stato artefice della legge, ma sempre interprete di una legge superiore, della legge naturale. Che poi egli potesse governare in modo arbitrario, è un altro problema - ma nella legge naturale stessa, nel lockeano «appello al cielo», c’era già il mezzo per ricondurre il sovrano al suo giusto ruolo. I Parlamenti viceversa sono produttori della legge, non conoscono alcun limite superiore, né si limitano alla pedissequa riscrittura sotto forma di diritto positivo della legge di natura (il che li renderebbe perfettamente inutili). È così che si spiega l’ironico auspicio dell’autore del Signore degli anelli: «Datemi un re il cui interesse principale siano i francobolli, i trenini o le corse di cavalli; e che sia in grado di cacciare il suo visir (o come lo vuoi chiamare) se non gli piace la foggia dei suoi pantaloni»(14). Inoltre, e questa è un’altra grande intuizione di Tolkien adombrata nel passaggio che abbiamo citato da La realtà in trasparenza, egli comprese come la democrazia rappresenti né più né meno una spersonalizzazione delle responsabilità. Non è un caso se nell’età contemporanea sia scomparsa la nobile arte del tirannicidio: identificare responsabilità precise, nell’era della moltiplicazione delle commissioni parlamentari, dei ministeri, delle lobby, delle burocrazie, diventa impossibile. JRRT invece pretende che il potere abbia un nome e un volto. Allora, Tolkien guarda alla politica con uno sguardo crudamente realista; è assente qualunque illusione sull’impersonalità del comando, sull’esistenza di «poteri neutri». L’autore del Signore degli anelli non ha timore di sollevare il «velo di Maya» che occulta la realtà dello Stato, che è una finzione giuridica, di cui qualcuno muove i fili. E riguardo a questo qualcuno, JRRT non nasconde la propria vigorosa condanna morale degli uomini politici: «Lo studio adatto all’uomo è solo l’uomo, e l’occupazione più inadatta per qualsiasi uomo, anche per i santi (che almeno non se l’assumevano volentieri) è governare altri uomini. Non c’è una persona su un milione che sia adatta e men che meno quelli che cercano di afferrare l’opportunità»(15). Nondimeno, certi profeti dell’ideologia tentano, ieri come oggi, di asservire Tolkien al proprio credo: dandone, quantomeno, una lettura assai disinvolta. Ecologisti e neofascisti in questo sono accomunati dal non considerare, volutamente, non solo il Tolkien «liberale». Ma neppure quello «cattolico». La presunzione di Sauron Nel romanzo, invece, non è possibile disgiungere l’appassionata difesa della libertà da una profonda religiosità. «Nel Signore degli anelli - spiegava l’autore - il conflitto fondamentale non riguarda la libertà, che tuttavia è compresa. Riguarda Dio, e il diritto che Lui solo ha di ricevere onori divini… Sauron desiderava essere un Dio-re e i suoi servitori lo consideravano tale; se avesse vinto, avrebbe preteso onori divini da tutte le altre creature razionali e il potere temporale assoluto sul mondo intero… (Allo stesso modo) è giusta la causa di chi oggi si oppone allo Stato-Sovrano e al maresciallo Tizio o Caio come alto sacerdote»(16). Naturalmente, queste parole non vanno interpretate, in maniera riduttiva, come una critica alla tirannide, ma come una riflessione che segue la falsariga di quella di Burke sulla politica come abuso. E dunque la democrazia come abuso. Scrive Tolkien in una lettera del ‘56: «Io non sono “democratico” solo perché l’“umiltà” e l’eguaglianza sono principi spirituali corrotti dal tentativo di meccanizzarli e formalizzarli, con il risultato che non si ottengono piccolezza e umiltà universali, ma grandezza e orgoglio universali, finché qualche orco non riesce a impossessarsi di un anello di potere, per cui noi otteniamo e otterremo solo di finire in schiavitù»(17). Il cattolico whig Acton si è espresso in modo sostanzialmente analogo. «La democrazia totale tende al dispotismo... Il suffragio universale si è rivelato assolutista e retrogrado in Francia, Germania, Belgio e Spagna... In democrazia le istituzioni proteggono le masse dal potere assoluto: ma qual è l’istituzione che protegge l’individuo dal governo?... L’assolutismo è più tollerante di quanto non lo sia la democrazia: se l’opinione della società è corrotta, la democrazia non può punire atti che la maggioranza approva, le sue giurie simpatizzerebbero per il malfattore... Il vizio della democrazia è il disprezzo della morale... L’idea di eguaglianza conduce all’imperialismo... La democrazia è il governo del più forte, proprio come lo è la dittatura militare. Questo è il legame fra le due. Entrambe sono forme brutali di governo e procedono insieme come la forza e l’autorità, necessariamente arbitrarie»(18). Ciò che qui è sottinteso non è solo il rifiuto della dittatura della maggioranza, come degenerazione della democrazia cui il costituzionalismo liberale ha tentato (invano) di costruire un argine. Qui spirito religioso e profondo liberalismo si saldano in una condanna della democrazia che è «brutale» come dice Acton per sé, ancora: la cosa in sé è l’abuso. E questo lo ha spiegato molto bene Tolkien, che non s’avventura in complessi arzigogoli istituzionali volti a dimostrare la necessità di questo o quel «freno» alla degenerazione della maggioranza, ma parla delle istituzioni democratiche come di qualcosa per definizione corrotto e vizioso. Qualcosa che, in virtù della sua stessa struttura, fa emergere quanto di peggio c’è nell’uomo - cioè, il desiderio di dominio, di asservimento dell’altro. La saggezza dei «saggi» di Tolkien è dunque astenersi dal dare sfogo a certi istinti, rifiutare la seduzione del potere. Saruman, stregone potente quanto e forse più di Gandalf, si lascia invece plagiare dall’Anello o, meglio, dal desiderio di possederlo. Egli aspira a instaurare su tutti gli uomini un dominio della saggezza, dopo aver sconfitto Sauron grazie all’Anello: «Abbiamo bisogno di potere, potere per ordinare tutte le cose secondo la nostra volontà, in funzione di quel bene che soltanto i saggi conoscono… Se potessimo comandare (l’Anello) la Potenza passerebbe nelle nostre mani». In sostanza, Saruman propone a Gandalf di allearsi temporaneamente al Nemico, per poi rivolgere l’Anello contro di lui e dare inizio a una nuova epoca. Ma Gandalf gli risponde agitando la propria idea di libertà: «Ho udito prima d’oggi discorsi dello stesso genere, ma soltanto in bocca di emissari inviati da Mordor per ingannare gli ingenui… Una mano sola alla volta può adoperare l’Unico, e lo sai bene; non darti dunque la pena di dire noi!… Ebbene, la scelta era di sottomettersi o a Sauron, o a te. Non accetto né l’una né l’altra»(19). È ben difficile non vedere, dietro queste parole, l’eco della già citata convinzione di Tolkien, secondo cui «l’occupazione più inadatta per qualsiasi uomo… è governare altri uomini». Frodo, eroe suo malgrado L’Anello priva chi ne fa un uso spregiudicato della sua stessa individualità. Le truppe del Nemico sono composte da Orchetti e altre spregevoli creature, prive di identità e l’una indistinguibile dall’altra. Al contrario, i loro avversari sono tutti, a loro modo, individui eroici, capaci di dare il meglio solo quando prendono perfettamente coscienza di sé e gettano il cuore oltre l’ostacolo. Essi si organizzano in una Compagnia - la dimensione comunitaria, dunque, è presente e importante, ma comunque subordinata a quella individuale - che però a un certo punto si scioglie. Ogni individuo, ogni uomo deve assolvere la propria missione, e non può contare su null’altro che su se stesso e sulle proprie virtù (tra le quali occupa un posto particolare l’amicizia che egli sa donare e ricevere). Emblematici, in questo senso, sono tre personaggi che cadono, in qualche misura, vittime dell’Anello: Gollum, Boromir e Frodo. Gollum è colui che, in qualche maniera, dà inizio alla saga. Un tempo era un hobbit, ovvero una specie di buffo nanetto che rimanda in ogni momento allo stereotipo, caro a Tolkien, del contadino inglese. Per puro caso, suo cugino viene in possesso dell’Anello, ed egli lo uccide per impossessarsene a sua volta. Ne viene sempre più soggiogato, e - per fuggire all’infamia - si rintana in profonde caverne abitate dagli Orchetti. A un certo punto, l’Anello gli scivola dal dito e viene trovato da un altro hobbit, Bilbo, che poi, anni dopo, lo lascerà al nipote Frodo. Gollum, disperato, parte alla ricerca dell’Anello, di cui è ormai schiavo e da cui viene perfino fisicamente deformato, al punto che - all’epoca della narrazione - nessuno lo riconosce più come un hobbit. Il lungo tempo passato lontano da esso, però, contribuisce ad addolcire il suo carattere. Al culmine del romanzo, Gollum si ritrova fianco a fianco con Frodo, che riverisce e odia, in quanto portatore dell’Anello. In uno dei più profondi passi del Signore degli anelli, Gollum è prossimo al pentimento: Sam, giardiniere di Frodo e suo strettissimo amico, intravede il suo gesto e, fraintendendolo, aggredisce verbalmente Gollum. È sufficiente così poco a rispedire la sua volontà corrotta e debole negli abissi oscuri in cui, per chissà quanto tempo, aveva dimorato. Boromir è un principe degli Uomini di Gondor, valente condottiero e coraggioso guerriero. Anch’egli, però, viene a un certo punto abbagliato dal Potere dell’Anello e tenta di sottrarlo a Frodo con la forza. Il suo scopo è benefico, almeno in partenza: usare l’Unico per distruggere il male. Subito, però, si rende conto del proprio errore («Sono stato colto da una crisi di follia»(20), ammette). Poco dopo, egli muore eroicamente in battaglia e, appena prima di spirare, spiega: «Ho cercato di togliere a Frodo l’Anello. Chiedo perdono. Ho pagato»(21). Frodo, infine, è il personaggio attorno a cui ruota l’intero romanzo. È un hobbit come tanti; all’apparenza privo di caratteristiche che lo rendano preferibile ai suoi simili per svolgere la difficile missione che, invece, gli verrà affidata. È tutto fuorché un eroe. Eppure, per uno strano gioco della sorte, si trova a essere il portatore (involontario) dell’Anello: «Né la forza né la saggezza ci condurrebbero lontano - spiega Elrond -; questo è un cammino che i deboli possono intraprendere con la medesima speranza dei forti. Eppure tale è il corso degli eventi che muovono le ruote del mondo, che sono spesso le piccole mani ad agire per necessità, mentre gli occhi dei grandi sono rivolti altrove»(22). Frodo, così, si assume il proprio fardello, e intraprendere il difficile viaggio verso la Voragine del Fato, ovvero l’immenso baratro entro cui arde il fuoco nel quale l’Anello venne forgiato. L’unico fuoco che può anche distruggerlo. Gli uomini potranno essere salvi solo quando lo strumento che dà loro la possibilità di esercitare il potere assoluto sarà sottratto alla portata di tutti. Frodo percorre, sempre accompagnato dal fido Sam, una lunga strada, che pochi altri sarebbero riusciti a seguire fino alla fine, e giunge alla propria meta. Ma proprio lì, sull’orlo del burrone, egli cade vittima dell’Anello. Decide di domarlo, e utilizzarlo per sconfiggere Sauron. Ma ecco che, come per effetto di una manzoniana Provvidenza, compare Gollum, il quale compie un’azione in sé cattiva: morde il dito di Frodo, con la speranza di rientrare in possesso dell’Anello. Perde l’equilibrio, e precipita tra le fiamme, portando con sé l’Anello e distruggendolo. Il suo gesto malvagio, insomma, produce le conseguenze più inaspettate e più desiderabili. Le parole che Gandalf aveva pronunciato molto tempo prima, quando Frodo aveva obiettato che Bilbo avrebbe fatto meglio a uccidere la disgraziata creatura, acquistano ora un nuovo significato: «Ma fu la pietà a fermargli la mano. Pietà e Misericordia: egli non volle colpire senza necessità. E fu ben ricompensato di questo suo gesto. Stai pur certo che se è stato grandemente risparmiato dal male, riuscendo infine a scappare e a trarsi in salvo, è proprio perché all’inizio del suo possesso dell’Anello vi era un atto di Pietà»(23). È la Pietà, insomma, lo strumento con cui la Provvidenza può agire, e il grimaldello con cui Dio stesso può far valere il proprio diritto a entrare direttamente nella Storia. Analogamente, questi fatti riecheggiano l’antico dettato biblico (che, nella sub-creazione tolkieniana, è narrato nel Silmarillion). Melkor, l’Angelo caduto, vuole inserire nella sinfonia con cui gli Ainur (gli Angeli) stanno creando il mondo un motivo che Eru/Ilùvatar (Dio) non ha previsto; ma ogni sua nota stonata si raccorda al loro maestoso canto conferendogli maggior splendore. Egli comincia dapprima a tessere una nuova musica e alcuni lo seguono. Ma tutto il male che egli produce non fa che tradursi e rivolgersi in accordo con il canto generale, e ad aumentarne la grandezza e la maestosità. Al termine della sinfonia, Ilùvatar afferma: «Potenti sono gli Ainur, e potentissimo tra di loro è Melkor, ma questo egli deve sapere, e con lui tutti gli Ainur, che io sono Ilùvatar, e le cose che avete cantato io le esibirò sì che voi vediate ciò che avete fatto. E tu, Melkor, t’avvederai che nessun tema può essere eseguito, e che nessuno può alterare la musica a mio dispetto. Poiché colui che vi si provi non farà che comprovare di essere mio strumento nell’immaginare cose più meravigliose di quante egli abbia potuto immaginare»(24). Ogni malvagità, ogni malizia non può che rivelarsi, alla fine, come strumento dell’Onnipotente per ribadire la Sua volontà e la grandiosità del Creato. L’ultimo tradimento Resta comunque il fatto che Frodo, proprio un attimo prima di compiere la propria missione, ha in qualche maniera «tradito» la fiducia che i suoi amici avevano riposto in lui, e che il Destino del mondo è stato salvato solo grazie alla Provvidenza, e per effetto dei tanti atti di Pietà che avevano costellato la storia recente dell’Anello. Anche su questo, Tolkien fornisce un’analisi estremamente chiara: «La Ricerca era destinata a fallire in quanto parte del piano per la salvezza del mondo, ed era anche destinata a finire disastrosamente in quanto storia del percorso del goffo Frodo verso la nobilitazione, la sua santificazione… Ma a questo punto la salvezza del mondo e la salvezza dello stesso Frodo vengono raggiunte grazie alla sua precedente pietà e capacità di perdonare le offese… Avere pietà (di Gollum), proibire che venisse ucciso, era una follia, o l’esempio della convinzione mistica nel valore della pietà e della generosità anche se si fossero dimostrate disastrose nel nostro mondo. Gollum lo derubò alla fine e lo ferì - ma per una «grazia», l’ultimo tradimento avvenne in un momento particolare quando quell’azione malvagia era la più benefica che qualcuno avrebbe potuto fare per il bene di Frodo!»(25). Come l’autore spiega altrove, l’unica persona in grado di compiere vittoriosamente una missione come quella di distruggere l’Anello sarebbe dovuta essere una nuova incarnazione di Gesù: cosa che il sub-creatore Tolkien si è ben guardato dall’inserire nel proprio mondo fantastico. Come dovrebbe essere ormai chiaro, non è possibile scindere la sub-creazione dal sub-creatore: dalle sue credenze, le sue convinzioni, gli ideali e la cultura che lo animano. Particolarmente importante, nel caso di Tolkien, è comprendere il fortissimo legame che esiste tra il romanzo e la religione cattolica. È pur vero che non vi è, nelle pagine del Signore degli anelli, alcun esplicito riferimento a pratiche religiose o culti. Ma è ugualmente vero che esso «è fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica… Questo spiega perché non ho inserito, praticamente qualsiasi allusione a cose tipo la “religione”, oppure culti e pratiche, nel mio mondo immaginario. Perché l’elemento religioso è radicato nella storia e nel simbolismo»(26). Tolkien era cattolico nel senso più stretto del termine. (Sia chiaro che questa precisazione è animata da vena polemica nei confronti di quei funamboli delle parole che tentano di aggirare un punto ineludibile, allorché affermano che egli sarebbe «cattolico» nel senso etimologico del termine, catolikòs, ovvero «universale»). Egli, anzi, non tenta in alcun modo di distinguere o separare il messaggio salvifico del cristianesimo dall’etica cristiana, o da Gesù stesso. Negare la divinità di quest’ultimo significherebbe che i Vangeli sono «racconti di un megalomane demente» e la storia della Chiesa altro non è che «la prova di una gigantesca frode»(27). Tolkien non era solo cristiano, ma anche cattolico (romano, egli specificava, in quanto anglosassone): «Guardandosi intorno nel mondo (non) sembrano esserci molti dubbi (se il cristianesimo è vero) su quale sia la vera Chiesa, tempio dello spirito morto ma vivo, corrotto ma santo, che si rigenera e rivive»(28). L’unico scopo per cui la vita deve essere vissuta, insomma, è «quello di aumentare, in base alla nostra capacità, la nostra conoscenza di Dio con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione e grazie a questa conoscenza esprimere lodi e ringraziamenti»(29). Se proprio una critica a Tolkien deve essere fatta, dunque, quella di essere troppo «bigotto» appare ben più sensata di quella opposta, espressa da critici ignoranti o in malafede. D’altronde, se si vuole prescindere da questo, non è possibile neppure comprendere l’altro polo attorno a cui ruota l’intera narrazione. Tolkien ha voluto scrivere un romanzo sul controverso rapporto tra vita e morte, e sul conseguente desiderio di immortalità («che è come dire che il racconto è stato scritto da un uomo!»(30). Gli Elfi, che sono immortali, considerano la morte come il dono speciale che Ilùvatar ha riservato agli Uomini: essi «non possono sfuggire, sono legati a questo mondo per mai lasciarlo finché esso duri, essendo che la sua vita è la loro. E, voi dite, voialtri invece siete puniti per la ribellione degli Uomini in cui avete avuto scarsa parte, ed è per questo che morite. Ma la morte all’inizio non è stata concepita come una punizione. Morendo, voi sfuggite al mondo che lasciate, non gli siete legati nella speranza o nell’ambascia. Chi di noi dunque dovrebbe invidiare gli altri?»(31). È solo in quest’ottica che è possibile comprendere la ripetuta affermazione tolkieniana secondo cui il Signore degli anelli non è un romanzo per bambini, ma per adulti. Solo una persona adulta, che abbia cominciato a porsi certi dilemmi, può assaporarne fino in fondo il senso, e farne una tappa della propria crescita interiore. E qui si va a toccare una questione ben più ampia. Secondo Tolkien, infatti, «la connessione istituita tra bambini e fiabe non è che un accidente della nostra storia… questi… non amano le fiabe più degli adulti né le capiscono meglio di questi»(32). Gli adulti dovrebbero «leggere le fiabe come uno dei tanti generi letterari, vale a dire né giocando all’infanzia né fingendo di scegliere per i bambini, e neppure in veste di ragazzi che si rifiutano di crescere»(33). Alberto Mingardi è editorialista di "Libero". Carlo Stagnaro è vicedirettore della rivista "Enclave"
NOTE 1) John Ronald Reuel Tolkien, Il Signore degli Anelli (Milano, Rusconi, 1990), p. 1093; 2) Cit. in Anthony de Jasay, Against politics. On government, anarchy, and order (London, Routledge,1997); 3) C.B. Macpherson, Burke (Genova, Il Melangolo, 1999 (1980)), p.34; 4) Peter J. Stanlis, Edmund Burke and the natural law (University of Michigan Press, Ann Arbor, 1958), p.34; 5) Robert Nisbet, Introduzione all’edizione americana di Hilaire Belloc, Lo Stato servile (Liberilibri, Macerata, 1993 (1977)), p.XXXVIII; 6) Per una lettura coraggiosa ed eterodossa della figura di Churchill si rimanda a Ralph Raico, «Rethinking Churchill» in John V. Denson ed., The Costs of War (Transaction Publishers, New Brunswick, 1999), pp.321-360; 7) Hilaire Belloc, Lo Stato servile (Liberilibri, Macerata, 1993 (1977)), p.11; 8) J.R.R. Tolkien, La realtà in trasparenza (Milano, Rusconi, 1990), p.74; 9) Idem; 10) Robert Nisbet, op.cit., p.XXXVII; 11) Lord Acton, Storia della libertà (Ideazione, Roma, 1999), p.257; 12) Robert Nisbet, Prejudices. A Philosophical Dictionary (Cambridge, Harvard University Press, 1982), pp.125-131; 13) Idem; 14) J.R.R. Tolkien, La realtà in trasparenza, p.74; 15) Ib; 16) Ibidem, p. 275-276; 17) Ibidem, p. 279; 18) Lord Acton, Il dovere della libertà (Liberal libri, Firenze, 2000), pp.107-109; 19) Ib., p. 862; 20) Ib., p. 494; 21) Ib., p. 508; 22) Ib., p. 340; 23) Ib., p. 94; 24) J.R.R. Tolkien, Il Simarillion (Milano, Rusconi, 1990), pp. 13-14; 25) J.R.R. Tolkien, La realtà in trasparenza, cit., pp. 264-265; 26) Ibidem, pp. 195-196; 27) Ib., p. 380; 28) Ib., pp. 381-382; 29) Ib., p. 450; 30) Ib., p. 296; 31) J.R.R. Tolkien, Il Silmarillion, cit., pag. 332; 32) J.R.R. Tolkien, Albero e foglia (Milano, Rusconi, 1989), pag. 50; 33) Ibidem, p. 64.
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