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Integrazione? No grazie

LIBERAL BIMESTRALE
di Ernesto Galli della Loggia
Liberal n. 9 - Dicembre 2001/Gennaio 2002

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Non viene ricordato troppo spesso che il monumento simbolico più importante della più importante nazione della terra, la più forte, cioè gli Usa, ovvero, la Statua della Libertà, è una figura femminile, ma è soprattutto un monumento all’emigrazione. È una figura femminile, con dei versi incisi alla base del monumento, che sono stati anch’essi scritti da una donna, la poetessa Emma Lazarus, benché il giorno in cui il monumento fu inaugurato alla presenza del presidente Stephen Grover Cleveland, le donne fossero state bandite dalla cerimonia. Per protesta - e anche questo è interessante - un gruppo di sufragette, con una scialuppa, cercò di arrivare a Ellis Island e disturbare la cerimonia, ma furono prontamente allontanate. È un monumento all’emigrazione, un monumento simbolo della più importante nazione della terra, con dei versi scritti da una donna, che riguardano gli emigranti. Questi versi dicono: «A voi, antiche terre, rimanga il fasto della vostra storia, a me date i vostri poveri, gli stanchi, le vostre masse accalcate che anelano a respirare libere i miseri relitti dei vostri lidi brulicanti. Mandateli a me, i senza tetto, sballottati dalle tempeste. Io alzo la mia torcia presso la porta d’oro». L’emigrazione in America, Paese di emigranti, l’emigrazione storica. L’unico precedente di grandi emigrazioni nell’epoca moderna è costituito da quella verso gli Stati Uniti d’America e verso le Americhe meridionali. Entrambe queste due migrazioni storiche ottocentesche verso le Americhe si pongono come il termine di confronto ineludibile per un nostro discorso sull’emigrazione, oggi. Oggi è il turno dell’Europa. Nella prima emigrazione è stata l’Europa, soprattutto, a mandare milioni di emigranti nelle Americhe. Oggi è il turno dell’Europa di essere meta di migrazioni da altri continenti. Credo che il confronto fra queste due migrazioni mostri, però, più che somiglianze, enormi diversità, che le rendono quasi imparagonabili, e i cui esiti ci suggeriscono una diversità di modello, già in atto, ma ancor più ci fanno pensare agli esiti possibili. Gli Stati Uniti d’America si offrivano innanzitutto, come i versi della Lazarus dimostrano, con una identità storica saldissima. L’America era, appunto, un’identità storica contro la storia dei Paesi europei; rispetto alla quale rivendicava la propria totale alterità e differenza. Era, l’America, come del resto tutti i Paesi di civiltà «bianco-cristiana» o «giudaico-cristiana» (uso questi termini, perché usare l’espressione «civiltà occidentale» per la fine dell’Ottocento sarebbe un po’ bizzarro), un Paese che si offriva come spazio pubblico convinto del proprio destino universale, con un forte progetto universalistico, animato, appunto, dagli ideali della propria coscienza, della propria supposta superiorità storico-culturale. Questo progetto universale aveva, al centro, l’idea di progresso. Uno spazio pubblico, quindi, proprio perché animato da queste certezze, da queste sicurezze. Uno spazio pubblico era anche quello degli Stati Uniti, con cui, immediatamente, dovevano confrontarsi gli emigranti; uno spazio pubblico orientato in un senso prescrittivo-pedagogico fortissimo, quasi feroce. Chiunque ha visitato questo grande museo dell’emigrazione che è Ellis Island, si rende immediatamente conto che chi arrivava lì - ove veniva tenuto in quarantena ed esaminato dalle autorità immigratorie americane - non poteva avere il minimo dubbio sul meccanismo con cui si veniva a confrontare. Capiva di essere in un meccanismo di «prendere o lasciare». Forse, vedendo le fotografie dell’epoca, queste file di emigranti in attesa di essere esaminati, visitati medicalmente, scrutinati, verrebbe più da dire che si trattava di un meccanismo veramente straziante, terribile: quello di «arrendersi o perire». Bisognava arrendersi all’universo prescrittivo e culturale in cui si era arrivati. Soltanto così ci si poteva integrare, o sperare di integrarsi. Una avventura umana che è riuscita a milioni di persone. È stato favorito, questo successo dell’emigrazione in America - sia meridionale che settentrionale - da un dato che noi, forse troppo spesso dimentichiamo: una fortissima comunanza di base dovuta alla comunanza religiosa. La stragrande maggioranza di coloro che emigravano in America condividevano lo stesso retaggio religioso e questo vale anche nel caso degli ebrei. La Bibbia era il testo religioso per tutti coloro che arrivavano in America. E questo, naturalmente, ha avuto un effetto di non poco conto nel favorire la riuscita dell’emigrazione. In un certo senso, proprio per questa fortissima insegna di universalismo e di superiorità culturale, se ci si pensa, l’emigrazione era l’altro volto del colonialismo europeo che avveniva all’insegna della stessa grande sicurezza, della certezza nella propria missione universale perenne. In un certo senso, l’emigrato era posto davanti alla stessa alternativa del colonizzato, e cioè, arrendersi o perire.
Oggi, è singolare il fatto che la figura dell’emigrato è per lo più quella di un ex-colonizzato. Oggi, queste due figure storiche si trovano riunite. L’Europa colonizzava, gli Stati Uniti accoglievano gli emigranti. In entrambi questi rapporti, era molto importante la funzione del controllo. Chi ha visitato Ellis Island si rende conto, immediatamente, come questa misura preventiva, il controllo, fosse al centro di ogni rapporto che la nuova società voleva avere con i nuovi venuti. Il controllo serviva a comunicare dove si era arrivati, quali erano le regole, quale era lo spirito di queste regole, e questo mi suggerisce l’idea che l’integrazione, nel caso dell’emigrazione storica verso le Americhe, sia riuscita in quanto, necessariamente, ci si integra soltanto in ciò che esiste, in ciò che «consiste» fortemente, che ha una forte consapevolezza di sé, che crede che sia giusto esistere, che crede nelle regole che si dà. Ritengo che, proprio per queste ragioni, l’emigrazione verso le Americhe non possa essere più un modello per noi.
Oggi, lo «spazio pubblico europeo», ovvero - per non utilizzare questa espressione storico-politologica da addetti ai lavori - la nostra società, nel suo complesso, le società dei Paesi europei che si trovano al centro del fenomeno migratorio, sono società completamente diverse dallo spazio pubblico delle Americhe, o degli Stati Uniti in particolare. Le nostre società hanno perso ogni ambizione, insieme a ogni sicurezza, di tipo universalistico e, attualmente, anche ogni ambizione e capacità prescrittivo-pedagogiche. Le nostre sono società del relativismo culturale, della perdita dell’identità religiosa, in quanto, molto spesso per oblìo, non riusciamo a riprodurre i meccanismi del passato, della memoria. È la crisi delle identità politiche europee, della storia politica europea, segnata dall’auto-distruzione compiutasi nella guerra dei trent’anni che ha caratterizzato il Novecento, che ha corrisposto a una vera e propria autodistruzione dell’anima dell’Europa.
Credo che questo sia il dato principale della profonda crisi storica in cui si trova il nostro continente e che gli impedisce, dopo ben quarantatré anni, di compiere il minimo passo sulla via dell’unità europea. L’Europa, oggi, è sul punto di conoscere una fase non di unione, ma di grande disunione. Credo, cioè, che siamo alla vigilia di processi di disgregazione. Viviamo in uno spazio pubblico frantumato, non tenuto più insieme da nulla di realmente forte. Al posto delle vecchie certezze, delle vecchie ambizioni del progetto universalistico, così connaturato all’idea di democrazia, c’è invece il pluralismo delle identità. Oggi sono queste le protagoniste centrali della nostra situazione sociale e culturale e qui si è consumata realmente una drammatica frattura rispetto al passato.
Prima, per entrare nello spazio pubblico bisognava spogliarsi delle proprie particolarità personali e di gruppo, della propria famiglia, del localismo; bisognava essere un individuo al centro del progetto democratico-liberale dei Paesi europei, dove c’era l’ideale di individuo, di persona singola, e tutti insieme, fusionalmente, ci si riuniva nello spazio pubblico della democrazia. Oggi è l’opposto. Per entrare nello spazio pubblico, per vedersi riconosciuti dei diritti, bisogna anche appartenere a un’identità, bisogna «essere» una identità. Bisogna, cioè, essere una minoranza. Persino l’elemento della popolazione che minoranza non è, le donne, devono dare di sé l’immagine di minoranza per avere una identità. Avendo un’identità, sono automaticamente una minoranza che chiede, appunto, il rispetto dei propri diritti in quanto minoranza. Minoranza, identità e, quindi, culto delle differenze, culto delle minoranze e della tolleranza che, naturalmente, rende possibile che tutto ciò non produca conflitti insolubili.
Tutta questa situazione viene accolta, e, in genere, descritta con un soddisfatto compiacimento dai gruppi che detengono il comando ideologico delle nostre società - comprese, in genere, le Chiese - i quali trovano che questa è una situazione ampiamente positiva che lascia sperare per il meglio. Non so se è una di quelle situazioni in cui ci si compiace di una cosa perché potrebbe andare peggio, oppure perché si è realmente convinti che la situazione in cui si vive è la migliore possibile. Non lo so. Il problema che però ritengo più importante porsi è se il sentimento di accettazione, di compiacimento di questa situazione da parte dei gruppi e delle centrali che detengono il controllo ideologico della nostra società, corrisponda realmente a quello che pensa la stragrande maggioranza dei cittadini. Se sia cioè in sintonia con l’opinione dei più, con i sentimenti diffusi sui tram, nelle strade, con il sentire comune che, naturalmente, non riesce ad articolarsi e a esprimersi adeguatamente, ad arrivare al livello raffinato della comunicazione, dell’elaborazione ideologica, ma lascia questo interrogativo sullo sfondo. È un interrogativo che mi sembra cruciale, e che poi riprenderò, perché da ciò dipende il funzionamento o meno di tutto.
Vorrei sottolineare come sia difficilissimo, pressoché impossibile, integrarsi in una società fondata sulla molteplicità identitaria e culturale. In che cosa ci si integra se la società è un conglomerato di differenze, senza una sua identità specifica e forte? Al massimo, ci si può integrare nelle procedure della convivenza, nell’accettazione delle regole di non belligeranza, tanto più che, nel frattempo sono cambiate, sì, le società che accolgono, ma sono cambiati forse anche di più coloro che emigrano. È venuto meno quel senso di inferiorità rispetto al Paese in cui si arrivava, di inferiorità culturale, storica, perché, appunto, nel mondo, fortunatamente, negli ultimi cent’anni sono successe molte cose. I Paesi e le aree ex coloniali hanno acquistato dignità e sicurezza; non si arriva più con quel senso d’inferiorità, d’inevitabile subalternità psicologica, con cui milioni di italiani arrivarono nelle Americhe, e quindi è minore il desiderio di integrarsi. È venuto meno anche quell’elemento decisivo che era il senso della distanza. Il senso della distanza irreparabile, con la conseguenza della frattura e dell’oblìo che inevitabilmente portava con sé. Sì, si ritornava, allora; c’erano i transatlantici, non era come andare sulla luna: ma si ritornava a quali prezzi? E cosa succedeva? E questo riguardava comunque un numero limitato di persone. La grande maggioranza di coloro che sono emigrati in America non è più ritornata: si emigrava, in generale, per non più ritornare. Io credo che, anche per tutte queste ragioni, l’integrazione diviene sempre di meno un obiettivo di chi emigra.
Ci troviamo, quindi, di fronte a un nuovo tipo di emigrazione, completamente diverso, e questo produce una fortissima difficoltà nel rapporto con l’emigrante. In questa nuova situazione, a differenza di quella che era la situazione storica dell’emigrazione, l’emigrante non è più percepito come tale. Suggerisco una riflessione, forse non troppo ottimistica: l’emigrante non è più percepito come tale dalla gente comune della società in cui arriva - e ricordiamoci che ciò che decide le cose è ciò che pensa la gente comune (ciò che nei Paesi democratici, della democrazia di massa, decide come vanno a finire le cose, è il pensiero della gente comune). Questo nuovo tipo di emigrazione, di emigrante, viene percepito non più come lo straniero che bussa alla nostra porta per esservi accolto e farne parte stabilmente, non è qualcuno che cerca qualcosa che noi possiamo dargli per vivere con lui. Si presenta, invece, come colui che oggi è qui, domani non è più qui, domani, forse, se ne andrà. L’emigrante tende a diventare, in questa nuova migrazione, l’epitome della mobilità e dell’incertezza. Non è più il diverso.
Siamo abituati, anche nei discorsi edificanti che ci facciamo, a rispettare il diverso. Non è più il diverso, ma è lo straniero; lo straniero che vuole restare straniero, che sarà sempre straniero fra di noi perché poi se ne andrà. È percepito, quindi, non tanto come qualcuno che ci chiede qualcosa, ma come qualcuno che vuole portarci via qualcosa, che vuole stare fuori dalla nostra comunità, prendere quel che gli serve - e che noi possiamo anche avere interesse a dargli, naturalmente; per esempio, appunto, farlo lavorare nelle nostre fabbriche - ma che non vuole integrarsi. Vuole soddisfare alcune sue esigenze, dopodiché deciderà il da farsi. Con grande probabilità, come ci fa capire, non vuole stare fra di noi, nella nostra casa, ma vuole - giustamente, nessuno può chiedergli qualcosa di diverso - prendere e andarsene.
La parola «prendere» non ha alcun connotato negativo. Tutti noi prendiamo delle cose. In un certo senso, colui che vuole stare tra di noi indipendentemente da noi, non ha molto interesse. L’emigrazione, così, diventa lo specchio dell’incertezza della nostra identità culturale, dell’incertezza derivata dal venir meno di qualsiasi prospettiva universalistica, a cominciare dalla prospettiva universalistica religiosa, in cui si trovano le nostre società. E - ritornando appunto alla gente comune - è proprio il venir meno dell’universalismo e della portata integratrice che ha ogni universalismo, che fa emergere, con prepotenza, quelle che credo essere le due caratteristiche schizofreniche del modo in cui la nostra società si rapporta con gli emigranti. Da un lato, tra la gente comune, l’emergere prepotente di atavismi etnico-culturali, che spesso prendono forme di tipo razzistico. Perché se la gente comune non riesce più ad avere modelli culturali che integrino lo straniero-diverso che sia, risponde con il rifiuto, con l’atavismo culturale, con l’etnicità, con la rivendicazione delle proprie appartenenze più elementari e, conseguentemente, con le rivendicazioni più distruttive. Da un lato c’è questa risposta. Dall’altro, la risposta opposta, di cui siamo rappresentanti. La risposta della riflessione colta, dei libri, dei convegni, della sociologia, della storia. Ma le due risposte rischiano di non comunicare più. Penso che ci sia questo fortissimo pericolo nel crollo del referente universalistico che caratterizza il nostro spazio pubblico, che è, ripeto, il referente che integra. Ci troviamo di fronte a due reazioni, in contrasto tra di loro: quella, appunto, dell’atavismo culturale dei più e quella della riflessione colta, pensosa ed edificante dei meno. Non mi pare una situazione che prometta nulla di buono, a meno che queste due posizioni non riescano a incontrarsi. E, per il momento, a me sembra che siano molte le difficoltà perché questo incontro avvenga.

Ernesto Galli della Loggia insegna Storia dei partiti e dei movimenti politici all'Università di Perugia


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