La recente condanna dell’«individualismo liberale», e l’affinità ravvisata dal capo della Chiesa cattolica fra questa corrente del pensiero politico e quella (del pari condannata) che da molti è ritenuta la corrente antitetica per eccellenza alla prima, non sono cose nuove. Esse possono tuttavia dispiacere a coloro che, pur sinceramente cattolici, si professano individualisti e liberali, e possono inoltre dispiacere a coloro che, sinceramente individualisti e liberali, non intendono riconoscere alcuna parentela fra le proprie opinioni politiche e le dottrine del socialismo, massime di quello cosiddetto «comunista». Chi ha dunque ragione? Benedetto Croce, il quale proclama la compatibilità, ed entro certi limiti l’affinità fra la dottrina cristiana e il pensiero liberale, oppure Pio XII, il quale condanna l’«individualismo liberale» come contrario al Cristianesimo o, quanto meno, al Cristianesimo cattolico? A costo di fare la figura del giudice conciliatore di manzoniana memoria, noi vorremmo sommessamente esprimere l’opinione che Pio XII e Benedetto Croce hanno entrambi ragione: tutto sta a intendersi su quel che si ha in mente quando si parla di «individualismo liberale».
Forse Pio XII ha avuto l’involontario torto di usare, ancora nel 1940, senza definirlo, un termine («individualismo liberale»), che gran parte della critica degli avversari del liberalismo, nel secolo passato e nel nostro, ha reso abbondantemente equivoco. Il merito di una chiarificazione, sempre notevole, ci sembra tanto più notevole e attuale nel nostro caso, in quanto essa può dar modo a cattolici, a liberali e a socialisti di meditare in qual senso la condanna e l’opinione del Papa siano interpretabili e accettabili, e in quale non lo siano: in quale più preciso senso, in particolare, il Papa stesso, che è notoriamente una persona assai colta, può (con molta probabilità) aver inteso pronunciare una condanna del cosiddetto «individualismo liberale» o proclamare un’affinità fra il cosiddetto «individualismo liberale» e il socialismo.
Colui che ha tentato recentemente, meglio di ogni altro (crediamo), una simile chiarificazione (sebbene non si sia posto, se non di sfuggita, il problema del rapporto tra l’«individualismo liberale» e il cristianesimo) è Friedrich Hayek, al cui nome molti studi di economia e la celebre Via verso la schiavitù hanno conferito, in questi ultimi tempi, una fama mondiale. È un vero peccato che il saggio di cui qui vogliamo discorrere - Individualism: true and false - non sia ancora tradotto in italiano (il saggio è stato tradotto in italiano nel 1997, cioè quarantasette anni dopo questo articolo di Leoni. Friedrich A. von Hayek, Individualismo: quello vero e quello falso, con prefazione di Dario Antiseri, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1997 ndr). Lo Hayek è mosso dall’idea che né la morale, né la religione siano guide sufficienti e complete a risolvere i problemi politici: che poi, il cristianesimo, da solo, sia a ciò insufficiente, è dimostrato dalla grande disparità di conclusione cui si è pervenuti da più pensatori, partiti dai medesimi presupposti «cristiani». Ci occorre dunque una «politica» intesa come complesso di principi definiti, che ci fermino sulla strada nella quale siamo tuttora incamminati e per cui «stiamo regredendo da un ordine sociale poggiato sul riconoscimento generale di certi principi verso un sistema in cui l’ordine (o il disordine?) è creato da comandi diretti» dell’autorità.
Lo Hayek ritiene che una simile politica esista: e che i suoi principi siano in realtà impliciti anche in gran parte della tradizione politica dei popoli dell’Occidente cristiano, sebbene vengano espressi da un termine non univoco, e pertanto suscettibile di immediata comprensione da parte di tutti: il termine «individualismo». La parola individualismo designa anzitutto il complesso delle dottrine (cui lo Hayek si ricollega) che iniziano il loro sviluppo moderno con John Locke, Bernard de Mandeville e con David Hume, per prendere pieno risalto con Josiah Tucker, con Adam Ferguson, con Adam Smith e con Edmund Burke. Nel Diciannovesimo secolo, Alexis de Tocqueville e Lord Acton sono i più completi rappresentanti di questa corrente di pensiero, in quanto sviluppano i motivi più originali della filosofia politica degli Scozzesi, del Burke, e dei Whigs; mentre gli economisti classici del secolo Diciannovesimo, o almeno i Benthamiani e i filosofi «radicali» fra essi, cadono progressivamente sotto l’influsso di un altro «individualismo» di assai diversa origine. Quest’altro tipo di «individualismo» è rappresentato soprattutto dagli scrittori francesi e continentali: un fatto, questo, dovuto all’influsso dominante che il razionalismo cartesiano ha esercitato sull’evoluzione della cultura del continente europeo. Rappresentato dal Rousseau, questo «individualismo» tende, in realtà, a trasformarsi in una dottrina opposta, cioè nel socialismo e nel collettivismo, così da costruire una fonte assai importante del socialismo moderno. Come caratteristica essenziale della prima specie, non-razionalistica e inglese (che lo Hayek ritiene sia la sola coerente perché, a differenza della seconda specie, razionalistica e francese, essa non sacrifica mai l’individuo), va senz’altro rilevato che l’individualismo non-razionalistico è una teoria scientifica della società prima ancora che una dottrina politica. Nel suo esame della società, questa teoria scopre che molte istituzioni (il linguaggio, i costumi, le regole spontanee della convivenza umana, il mercato) non sono riducibili ad alcun singolo piano individuale, sebbene sussistano per il concorso spontaneo, attivo e costante, di innumerevoli individui. L’idea (così a lungo schernita dai socialisti, e ora accolta da taluni degli esponenti più moderni di quel movimento, tipo il Lerner) che la spontanea collaborazione degli uomini liberi crei spesso cose più vaste e durature di quanto i loro pensieri individuali possano mai pienamente comprendere, è infatti il grande tema di Josiah Tucker, di Adam Smith, di Ferguson e di Edmund Burke fin dal secolo Diciottesimo: e la scoperta del «mercato» (a opera degli economisti classici) non è che un’applicazione particolare di quest’idea, che è diventata la base della nostra comprensione, non soltanto della vita economica, ma di tutti i fenomeni realmente sociali. Questa teoria ha una sua particolare umiltà; essa è acutamente consapevole dei limiti della ragione umana e del potere individuale per determinare i processi della società. Essa rileva, pertanto, la spontaneità dei processi sociali, e il loro determinarsi, non già per il disegno o la volontà di un qualche singolo genio, ma per il decorso del tempo, e l’esperienza delle generazioni. Per contro, è conforme allo spirito e alla lettera dell’insegnamento di Cartesio, e dell’individualismo razionalistico che da esso trae origine, la fiducia nell’eccellenza delle opere della ragione individuale, in politica come in ogni sorta di arte o di scienza.
Muovendo da questi presupposti, l’individualismo razionalistico considera l’individuo ragionante come punto di partenza della società e delle istituzioni, concepite quali creazioni consapevoli di uno, o di molti individui deliberanti: il che porta infine alla conclusione pratica che i processi sociali possono essere fatti servire a fini umani, soltanto se sottoposti al controllo della ragione individuale umana, che organizza la società secondo un piano deliberato (socialismo). Per contro, la sostanza dell’insegnamento degli individualisti del primo tipo sta (secondo l’esatto rilievo dello Hayek) nel riconoscimento del fatto che le conoscenze e le facoltà dell’individuo, quali che siano la potenza del suo ingegno o il suo atteggiamento morale, sono sempre limitate alla sua ristretta cerchia di azione; e che pertanto a nessun individuo può essere ragionevolmente concesso, oltre l’ambito ristretto della sua conoscenza e della sua azione, di guidare coercitivamente altri individui; così come nessun individuo può essere ragionevolmente costretto a lasciarsi guidare da altri individui, o gruppi di individui, nella sfera (pur limitata) delle sue individuali conoscenze e delle sue azioni. Ciò non significa che, per questa dottrina, gli individui siano «uguali» o debbano essere «resi uguali» anzi, appunto perché diseguali, gli individui debbono essere semplicemente trattati «in modo eguale»: lasciati cioè operare liberamente ciascuno nell’ambito della propria sfera, così che ciascuno contribuisca all’organizzazione della società, trovando in essa il proprio livello. Dalla consapevolezza dei limiti della conoscenza e della ragione individuale umana, e dal fatto che nessun uomo, o ristretto gruppo di uomini, può conoscere tutto ciò che è noto a ognuno, l’individualismo (di tipo inglese) deriva dunque la sua più importante conclusione pratica: la necessità di limitare strettamente nell’interesse di tutti ogni potere coercitivo ed esclusivo. Da questa esigenza fondamentale, l’individualismo di questo tipo trae alcuni corollari necessari: il singolo deve avere una sfera di responsabilità sua propria, non già assegnatagli da un’autorità, sotto forma di fini specifici da raggiungere, o di mezzi specifici da impiegare, ma semplicemente riconosciutagli da principii e da norme generali e formali, in base a cui l’individuo possa liberamente esercitare la propria spontanea attività e mettere a profitto le sue conoscenze. È inoltre interesse di un sistema individualistico di questo tipo che le regole della convivenza e dell’azione umana siano il più possibile spontanee, permanenti e inalterate: così da consentire a ogni individuo la sicura previsione delle conseguenze delle sue azioni. Con tali regole non vanno quindi confusi in alcun modo gli ordini dell’autorità, necessariamente mutevoli col mutare degli individui che governano, e dei particolari scopi, pur sempre individuali, che essi si prefiggono. Per contro l’individualismo razionalistico è portato a concepire la sfera individuale come il risultato di un’assegnazione coattiva, puntuale, deliberata e programmatica, a ogni individuo, di mezzi e di fini (donde, ad esempio, l’idea della «uguaglianza delle basi di partenza» e, in definitiva, la negazione della libera disponibilità dei beni da parte degli individui); questa dottrina tende quindi a concepire la società come il prodotto attuale, o almeno attuabile, di un piano elaborato da un individuo, o da un gruppo di individui, consapevolmente deliberanti, e dotati di un potere coercitivo per mettere in opera il piano; l’individualismo razionalistico disconosce pertanto il valore delle istituzioni spontanee (economiche, giuridiche, religiose, linguistiche e così via) la cui razionalità non sia immediatamente e attualmente accessibile all’individuo, e tende infine a contrapporre direttamente l’individuo (la «polvere delle individualità» di cui parlava Burke) allo Stato, misconoscendo le formazioni sociali intermedie. Per contro, l’individualismo del primo tipo (che è l’unico veramente coerente) rimane fedele al suo principio fondamentale: che nessun uomo o gruppo di uomini debba avere il potere (perché non ne ha la capacità) di decidere quale dovrebbe essere lo status personale di altri uomini: e questa è una condizione essenziale, che non può essere sacrificata neppure all’appagamento del nostro desiderio di giustizia (egualitaria) o della nostra invidia per coloro che stanno meglio di noi.
Crediamo di aver reso la sostanza dell’indagine dello Hayek. Taluni studiosi potranno trovarvi motivo per un riesame storico dell’argomento (riesame che, a parer nostro, potrebbe utilmente essere esteso al pensiero antico specialmente quello, così affine all’inglese, dei Romani); molti uomini «politici» potranno trovarvi (sebbene ciò sia dubbio!) un incitamento alla modestia; molti «socialisti» confusamente liberaleggianti molti «liberali» confusamente socialisteggianti, e infine molti cattolici, di sentimenti liberali, potranno forse essere indotti a meditare quale degli individualismi sia quello cui veramente ognuno di essi si ricollega e infine quale degli «individualismi liberali» sia quello che Pio XII ha inteso coerentemente condannare come «anticristiano» o Benedetto Croce esaltare come «cristiano».
Da “Il Mondo”, 18 Marzo 1950 (ristampato con l’autorizzazione di Silvana Leoni).
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