archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

Ci si può davvero fidare di Vladimir Putin?

LIBERAL BIMESTRALE
di Vittorio Strada

Anno II n. 1 - Febbraio/Marzo 2001

Torna al sommario
Fl4_th  
La prospettiva della «lunga durata» di tre secoli di sviluppo di rapporti tra Russia ed Europa occidentale ha una sua omogeneità di costanti, ma anche una non meno importante discontinuità di momenti, il che impone di considerare in modo analitico i concreti segmenti dello sviluppo storico. Nel nostro secolo le scansioni principali sono, evidentemente, legate a due date: il 1917 e il 1991. La prima segna il passaggio dall'impero zarista a quello che diventerà l'impero sovietico e la seconda divide quest'ultimo dalla Federazione russa che, pur nella sua profonda «novità» sia territoriale sia strutturale rispetto ai secoli precedenti, ha inevitabilmente l'impronta del passato recente e remoto. Nella «breve durata» del primo decennio circa di questa «nuova» Russia si devono individuare fasi diverse per quel che concerne il tema che qui ci interessa: la fase eltsiniana e quella da poco iniziata, legata al nome di Vladimir Putin. Anche il periodo di Eltsin ha, in politica estera, una divisione tra il primo quinquennio circa, in cui il Ministero degli esteri fu affidato a Andrej Kozyrev, e quello successivo, in cui la politica estera fu condotta da Evgenij Primakov. L'eredità ricevuta da Eltsin, e quindi dapprima da Kozyrev, in politica estera e, in particolare, europea era quella della perestrojka di Gorbaciov-Scevardnadze, con lo smantellamento ultrarapido dell'impero sia della fascia esterna (i Paesi «socialisti» dell'Europa centro-orientale), sia della fascia interna (delle Repubbliche sovietiche diventate stati indipendenti), smantellamento storicamente inevitabile, ma politicamente maldestro nelle sue modalità, condotto nell'illusione di una mitica «casa comune europea» («dall'Atlantico agli Urali»), nella quale la Russia (anzi l'Urss, nel miraggio di Gorbaciov) sarebbe stata accolta festosamente.

Le cose, come si sa, andarono ben diversamente. Dopo lo sfacelo, in sé e per sé liberatorio, che portò alla formazione della Federazione Russa accanto agli altri nuovi Stati ex-sovietici indipendenti, la politica estera del nuovo Stato russo, ormai non più superpotenza e non più «polo» di un sistema mondiale bipolare, fu orientata nella scia della nuova egemonia (monopolare) americana, senza una adeguata visione degli interessi nazional-statali russi in un mondo che offriva «case comuni», ma guardava alla Russia post-comunista con diffidenza e distacco, come era naturale di fronte a un ex nemico sconfitto che, per la sua mole e per il suo passato, oltre che per le enormi difficoltà in cui si dibatteva, non veniva facilmente accolto come amico. La fase successiva, legata alla figura di Primakov come ministro degli esteri, impresse una nuova direzione autonoma e tracciò le linee di una presenza attiva della Russia nel mondo, in particolare nelle aree di suo maggior interesse. Ma la situazione interna, caratterizzata da fenomeni come l'instabilità economica e le lacerazioni politiche, per non parlare del primo conflitto ceceno, rivelava il primo progressivo esaurirsi della «transizione» eltsiniana, seguita al gran finale caotico e catastrofico della perestrojka gorbacioviana: il potenziale ricostruttivo della leadership di Boris Eltsin era finito in un'inerzia segnata da scandali finanziari che investivano il vertice del potere, paralizzando il Paese nelle riforme interne e nell'azione esterna. La politica di Vladimir Putin è chiaramente, e dichiaratamente, orientata verso un superamento della fase di transizione e una affermazione della Federazione russa, senza velleità di riconquistare un ruolo di superpotenza, ma, nella visione realistica di una debolezza economica, demografica e socioculturale che a lungo non potrà essere sanata, col progetto di far uscire il Paese da uno strato di minorità e di assicurargli un posto adeguato in mondo «monopolare» (la pax americana), ma, in prospettiva, multipolare, pur riconoscendo l'ovvio primato americano. L'«incognita Putin», argomento corrente dei commentatori politici occidentali, non riguarda tanto il suo passato nei servizi segreti occidentali, quanto il suo futuro pubblico russo, i fini concreti, le tappe intermedie e i mezzi politici che egli adotterà per realizzare un progetto che, dopo la fine del periodo eltsiniano, appare naturale e necessario. Il potenziamento dello Stato è, nel progetto putiano, il primo e principale strumento della nuova politica. Potenziamento come centralità del potere federale rispetto a tutte le spinte centrifughe e quindi come difesa della intangibilità territoriale della Federazione (la seconda guerra cecena ne è l'effetto più drammatico). Ma non solo: nelle intenzioni dichiarate di Putin lo «Stato forte» non è lo Stato ideologico di tipo sovietico o zarista, ma lo Stato efficiente, capace di promuovere una rinascita economica sulla base di garanzie giuridiche a un'economia di mercato e di una società civile democratica.

Aspettarsi che ciò avvenga nelle modalità di una democrazia matura, come lo sono per lo più le democrazie occidentali, è un'ingenuità in cui può incorrere chi non si rende conto di quanto disastrosi siano stati tre quarti di secolo di potere comunista. Ma, e qui sta la vera «incognita» della politica di Putin, c'è un «minimo democratico» che Putin non potrà non rispettare, pena il fallimento del suo progetto modernizzatore. La «mano forte», se sarà anche «razionale», dovrà esercitarsi non a danno della società coi suoi incipienti, ma ormai radicati istituti democratici (in primo luogo la libertà di espressione), bensì a danno della mastodontica burocrazia statale, con la sua inerzia corporativa e corruzione amministrativa. L'ulteriore «europeizzazione» della Russia postcomunista non potrà essere che una ulteriore democratizzazione contro le risorgenti velleità sciovinistico-imperiali, nostalgicamente orientate verso il passato sovietico ancor più che verso quello zarista. Il confine tra politica nazionale e politica nazionalistica, confine non sempre netto, ma comunque distinguibile, costituirà la linea di demarcazione e di verificazione della politica di Putin.

Finita la politica ideologica del settantennio comunista, e archiviata l'economia imperiale dello zarismo, ai nuovi governanti russi, e in particolare a Putin, non resta che un criterio geopolitico per l'elaborazione della politica estera. La geopolitica, denigrata un tempo dall'ideologia comunista come pseudoscienza borghese, è tornata in onore nella Russia postsovietica sia in chiave nazionalbolscevica sia in chiave «accademica». Naturalmente anche nella riflessione geopolitica può facilmente annidarsi la «distorsione» ideologica, come è avvenuto in passato nella geopolitica occidentale, in particolare tedesca, e anche oggi, come in certe analisi strategiche di Zbigniew Brzezinski. Neppure la geopolitica russa, naturalmente, è immune da questo pericolo. Del resto, nella definizione degli «interessi nazionali» da difendere e nella strutturazione dei «grandi spazi» mondiali è impossibile pretendere posizioni neutre, obiettive, «scientifiche». Il problema è quello della serietà dell'analisi geopolitica e del suo controllo critico, nonché della possibilità di geopolitiche diverse a confronto in uno spazio di ricerca aperta.

In una prospettiva geopolitica si pone la politica estera russa nelle sue varie direzioni: occidentale (europea) e orientale (asiatica), settentrionale (Paesi sviluppati) e meridionale (Paesi in via di sviluppo o in stato di non-sviluppo). Per quel che riguarda la direttrice occidentale (lasciando da parte ora la questione specifica del rapporto con l'America), la politica estera russa si svolge lungo tre fasce spaziali: la prima riguarda gli Stati europei ex sovietici, i tre Paesi baltici, la Bielorussia e l'Ucraina; la seconda riguarda gli ex Paesi «socialisti» dell'Europa centro-orientale; la terza, infine, è costituita dall'Europa occidentale ovvero della Comunità europea. La prima fascia, come del resto tutto l'insieme degli Stati indipendenti ex-sovietici, è assai differenziata e deve essere presa in considerazione nei suoi elementi singoli, andando da rapporti non amichevoli con i Paesi baltici a rapporti di integrazione e persino unione con la Bielorussia a rapporti di opposizione e insieme di collaborazione con l'Ucraina: insomma è tutta l'area ex sovietica che, anche a Oriente (gli Stati transcaucasici) e a Meridione (l'Asia centrale), costituisce per la Federazione russa un complesso spazio di azione, aperto a futuri sviluppi. Quanto alla fascia dell'ex «campo socialista» i rapporti con la Federazione russa non sono particolarmente produttivi, ma più o meno ostili e più o meno neutri, con la grande eccezione dell'ex Jugoslavia o, meglio, della Serbia e del Kosovo (o dei Balcani) dopo l'intervento militare Nato, che ha aperto una ferita nella politica estera russa e che costituisce un tema di analisi a se stante.

La terza fascia (l'Europa occidentale) è la zona di una politica estera molto attiva per la Federazione russa, che privilegia in modo evidente i due Paesi maggiori, Germania e Francia, ai quali si aggiunge, in particolare, l'Italia. Politica di collaborazione, non più nella formula retorica della «casa comune europea», tanto più che dal tempo in cui essa era in auge sono avvenuti e stanno avvenendo fatti decisivi come il già ricordato intervento Nato in Serbia, sentito dai russi come una minacciosa lesione dell'autonomia degli Stati nazionali e come una redifinizione egemonica della strategia della Nato, e come la progettata estensione verso est delle istituzioni militari (Nato) e economiche (Cee) fino a lambire i confini della Federazione russa, mentre un Paese come l'Ucraina aspira chiaramente, con il non meno chiaro appoggio americano, a costituirsi come una nuova frontiera «occidentale» antirussa.

Nel recente documento sulla «concezione della politica estera della Federazione russa», pubblicato nel luglio scorso, si legge che «l'interazione con gli altri Stati dell'Europa occidentale, in primo luogo con Paesi influenti come la Gran Bretagna, la Germania, l'Italia e la Francia, costituisce una importante risorsa per la difesa da parte della Russia dei propri interessi nazionali nelle vicende europee e mondiali, per la stabilizzazione e la crescita dell'economia della Russia». Queste parole rendono bene gli intenti della politica europeo-occidentale della Federazione russa, politica che, senza le velleità anacronistiche di un «distacco» rispetto all'America (in questa chiave non è interpretabile la proposta di Putin a Stati non solo europei di un'alternativa al progettato «scudo spaziale» americano), si propone un inserimento operativo e collaborativo della Russia nella realtà economica e politica europeo-occidentale. Si può però aggiungere che non si tratta solo di rapporti necessari per la «stabilizzazione e la crescita dell'economia della Russia» e per «la difesa dei suoi interessi nazionali», ma di un'apertura non meno necessaria per lo sviluppo civile e culturale della Russia in senso democratico. Putin in più riprese ha sottolineato che i russi sono «europei», ma «essere europei» significa diventare europei incessantemente (ciò vale anche per l'Europa occidentale), secondo i movimenti del tempo storico, tenendo presente che è possibile anche una sorta di «deuropeizzazione» (o, meglio, di europeità perversa), come fu nel caso del nazismo e del comunismo. Per di più, per la Russia oggi si pone un problema molto meno sentito dagli altri Paesi europei: quello di una ricerca della propria identità nazionale dopo il lungo periodo sovietico e dentro la multinazionalità della Federazione russa.

Torniamo così al problema «eterno» della Russia e dell'Europa o, per dir meglio, poiché la Russia è nell'Europa, della Russia come parte speciale dell'Europa, e dei suoi rapporti con l'Occidente ormai non solo europeo. Un problema che non è solo di politica estera, ma altrettanto, e forse di più, di politica interna. Saprà la nuova Russia essere a suo modo europea e, insieme, essere in modo nuovo russa? Ma che significa oggi, in un mondo culturale e postmoderno, globalizzato ma differenziato, in bilico tra nuovo ordine e nuovo disordine, essere «europeo»? Ecco il problema. Un problema più acuto e arduo, forse, per gli europei occidentali che per quelli russi. Ed è su di esso che, a Mosca come a Parigi, si dovrebbe riflettere.

Vittorio Strada
 

web agency Done Communication