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L'austro-liberale

LIBERAL BIMESTRALE
di Raimondo Cubeddu
Liberal n. 9 - Dicembre 2001/Gennaio 2002

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Bruno Leoni, sardo da parte di padre, nacque ad Ancona nel 1913 e si laureò a Torino con Gioele Solari. Appartiene, quindi, per genealogia, all’aristocrazia della cultura politica italiana. Tuttavia, e diversamente da molti dei suoi condiscepoli, non fece l’«azionista», anche se partecipò attivamente alla Resistenza assistendo i piloti alleati abbattuti e trovando loro ospitalità nelle cascine padane. I piloti, finita la guerra gli mostrarono la propria riconoscenza; e Leoni si limitò a ricordare le sue esperienze belliche di ufficiale italiano nella A Force (i servizi segreti e speciali degli alleati), in un articoletto del 1957. Divenne ordinario di Dottrina dello Stato nel 1942 e, nell’immediato dopoguerra, iniziò la sua carriera di docente a Pavia. Qui, nel 1951, fonda Il Politico: la prima rivista accademica italiana che rompe con gli schemi ottocenteschi e alla quale chiama a collaborare futuri premi Nobel, come Buchanan, Hayek, Allais, Stigler, Friedman, già allora suoi amici, e tanti altri illustri studiosi di problemi politici, economici, sociali e giuridici. Immette così, nella asfittica cultura italiana, quella che era la rivoluzionaria filosofia delle scienze sociali anglosassone della quale egli stesso fu un protagonista. Dopo i primi lavori accademici sul problema dell’«irrazionale nel diritto», nel 1949, in seguito all’incontro con le opere di Mises e di Hayek, matura ed esplode il Leoni che conosciamo. Saggi e discussioni, il più delle volte su quella palestra internazionale che era ormai diventata Il Politico (e per averne un’idea non resta che aspettare l’uscita del numero commemorativo dei primi cinquant’anni, curato da colui al quale, ancora studente, Leoni affidò l’arduo compito di correttore di bozze, e che da oltre trent’anni ne è il direttore: Pasquale Scaramozzino) e su 24 Ore (un’antologia, La Libertà, è stata pubblicata da Il Sole-24 Ore nel 1990, a cura di Salvatore Carrubba e con un’Introduzione di Valerio Zanone), nei quali Leoni si confronta da protagonista con gli economisti, giuristi, filosofi e scienziati politici che stavano preparando la rinascita della cultura liberale che sarebbe avvenuta nei primi anni Sessanta.
Colleghi e discepoli (e purtroppo Mario Stoppino, che accademicamente ne fu a Pavia l’erede, è scomparso pochi mesi fa) lo ricordano come un personaggio, talora bizzarro e irruento, di grande carisma e di vasti interessi culturali (tra i quali la musica e l’arte orientale). Le stesse doti che gli vengono riconosciute (commemorandone la scomparsa) dai colleghi della Mont Pèlerin Society. Di essa, nel periodo più aspro dello scontro tra Hayek e Röpke, Leoni fu segretario e poi presidente. Nel frattempo, in Italia, fervevano i dibattiti sull’epistemologia, sulla pianificazione economica e sul positivismo giuridico. E anche di essi, come di quelli che nella cultura politica americana si svolgevano sulla rifondazione della scienza politica, sull’approccio «economicistico» alla politica, Leoni fu ascoltato protagonista. Nel 1961, frutti di seminari a Clermont in California, apparvero The Constitution of Liberty di Hayek, Freedom and Capitalism di Friedman, Freedom and the Law di Leoni. Nel 1962, The Calculus of Consent di Buchanan e Man, Economy and State di Rothbard. La cultura politico-economica liberale si lasciava così alle spalle il passato, smetteva di occuparsi di socialismo e pianificazione con l’atteggiamento di chi vuole difendere i vecchi e cari valori di un’epoca ormai trascorsa. Iniziava quella fase nuova della cultura politica liberale che tuttora viviamo.
Questo fu Leoni: un ascoltato «leone» tra gli amici giganti del secolo scorso. Poi, nel 1967, la morte, tragica e stupida, lo portò via; e con lui portò via la speranza di una rinascita della cultura liberale italiana. Le vecchie scuole, le annose dispute tra liberali e liberisti e sul fondamento etico-religioso del liberalismo, occuparono inutilmente tempo e volumi. Di che cosa fosse il «vero liberalismo» si perse il ricordo e ci si chiuse a quello che Leoni e i suoi amici proponevano. Il loro nome, come il suo, venne dimenticato. La rinascita d’interesse per quei pensatori e per quelle problematiche doveva avvenire soltanto decenni dopo, e grazie a una generazione nuova che intendeva fare criticamente i conti con la sterile tradizione del liberalismo italiano.
Per una serie di ragioni Freedom and the Law non venne neanche tradotto. Solo nel 1980, quando Stoppino ne ripubblicò in volume una raccolta di saggi (Scritti di scienza politica e teoria del diritto, Milano, Giuffrè), ci si ricordò, per un attimo, di quello che negli anni Sessanta, prima ancora di Sartori e di Bobbio, era il politologo italiano più conosciuto nel mondo. Recensii quel volume e afflissi Stoppino con continue sollecitazioni a tradurre Freedom and the Law che nel frattempo era stato tradotto in spagnolo, portoghese e ripubblicato in inglese. Nel 1991, la Liberty Fund, ne fece la terza edizione che recensii. Nel 1992 morì anche Hayek, e Scaramozzino chiese a me e ad Angelo Maria Petroni di ricordarlo su Il Politico. Scrissi così un articolo su Hayek e Leoni, e fu allora che Aldo Canovari-Liberilibri-Macerata (così, ormai, è noto; e si tenga presente che è un piccolo ma lungimirante editore), mi chiese di curarne la traduzione. Naturalmente accettai con entusiasmo e, nel 1995, apparve La libertà e la legge. Seguirono recensioni, presentazioni, discussioni, saggi. Ci si rese conto che la cultura liberale italiana per decenni aveva girato a vuoto. Che anche da noi c’era stato un protagonista della rinascita liberale del Novecento il quale era riuscito a immettere il meglio della nostra cultura politica nel dibattito internazionale. Semplicemente non ci si era accorti di quale tesoro si aveva in casa. Nel 1997, in occasione del trentennale della morte, Società Aperta pubblica una raccolta di saggi di Leoni, Le pretese e i poteri: le radici individuali del diritto e della politica, curata da Stoppino, e Ideazione ne pubblica un’altra, La sovranità del consumatore, curata da Sergio Ricossa.
Inizia la Leoni’s Renaissance. E il miglior riconoscimento della sua figura e del suo rilievo viene da Bobbio, il quale (in L’intellettuale e l’uomo comune, di Luigi Ferrajoli e Paolo Di Lucia, Diritto e democrazia nella filosofia di Norberto Bobbio, Torino, Giappichelli), così scrive: «Gran parte di quello che ho scritto, il mio impianto sistematico, è ormai un cantiere abbandonato. Penso alla teoria generale del diritto costruita in gran parte sul formalismo della dottrina pura del diritto e di orientamento positivistico (…) Ho letto in questi giorni un dibattito interessante, che mi ha insieme affascinato e respinto, sul libro di un vecchio amico torinese, morto precocemente, Bruno Leoni, allievo, come me, dello stesso maestro Gioele Solari, La libertà e il diritto (scritto in inglese alcuni anni fa ma tradotto soltanto recentemente in italiano), che rovescia completamente la prospettiva positivistica: diritto spontaneo contro diritto riflesso, diritto contrattuale contrapposto a diritto legislativo, il diritto della società civile dove vigono le leggi del mercato, contrapposto al diritto dello Stato, non l’obbligo come punto di partenza ma la pretesa». Con la riscoperta di Leoni, degli Austriaci, dei Libertarians, della Public Choice, della Chicago School, e dei teorici della Property Rights e del neo-istituzionalismo, inizia una nuova stagione anche del liberalismo italiano. Non so prevedere su quali linee si evolverà e quale potrà essere il suo impatto politico. So solo che attira i giovani e che grazie a questi autori, anche in Italia, la cultura liberale non ha più quei complessi di inferiorità che la caratterizzarono per decenni e che contribuirono a relegarla nella famigerata cabina telefonica in cui vecchi gentiluomini giocavano a carte senza aver più neanche la forza di inveire contro i tempi e il socialismo. Quel che bastava a costoro: conservare il ricordo di un’età ormai passata, non basta più a quanti ritengono che grazie all’«austro-liberalismo» (categoria politica ormai «internazionale») la cultura liberale abbia molto da dire e da proporre. Dell’«austro-liberalismo» Leoni fu uno dei principali esponenti. Nelle sue idee, per molti versi, si iniziano però a vedere anche i limiti del Classical Liberalism e dei suoi tentativi di conciliare il liberalismo e la democrazia. In Freedom and the Law - quando si tratta del rapporto tra libertà individuale, certezza del diritto, legislazione, rappresentanza, e volontà comune - Leoni (già prima di molti suoi amici) aveva infatti previsto che il modello politico democratico rappresentativo avrebbe incontrato sempre maggiori difficoltà a far coesistere le «decisioni di gruppo» con la libertà individuale. La sua soluzione era quella di estendere la teoria dell’azione umana dell’«economia soggettivistica austriaca» alla politica onde limitare le scelte collettive. Di fronte all’impossibilità dello Stato liberal-democratico di produrre «certezza», egli riteneva quindi necessario indagare sulla possibilità di un «ordine» nel quale la dimensione delle scelte collettive fosse minima. Di contro alla concezione del positivismo giuridico che poneva vincoli formali e facilmente aggirabili al potere delle maggioranze e alla produzione legislativa del diritto, Leoni rivaluta i pregi della tradizione della Rule of Law. In questo modo egli critica il presupposto milliano del modello di Stato liberal-democratico, vale a dire la rappresentanza, e rigettandolo e avvertendo che lo Stato democratico sarebbe potuto diventare un pericolo per la sopravvivenza della libertà individuale, cerca di fondare lo Stato su basi diverse non solo da quelle liberal-democratiche, ma anche da quelle del Classical Liberalism. Per molti versi fu forse il primo a esprimere la constatazione, oggi diffusa nell’ambito della tradizione Libertarian, che le scelte collettive sono incompatibili con la salvaguardia della libertà individuale, e che il costituzionalismo del Classical Liberalism non si è mostrato in grado di contenere e di controllare l’estensione del potere dei governanti e delle competenze dello Stato. Chi oggi legge le opere dei Libertarians anarco-capitalisti e le amare considerazioni con le quali Hayek apre l’opera Law, Legislation and Liberty, troverà analoghe considerazioni sugli esiti perversi della democrazia, e avrà anche modo di rendersi conto di come Leoni sia stato un precursore della critica non più soltanto allo statalismo, ma allo stesso Stato inteso come strumento di produzione politica della «certezza». Non intendo sostenere che se fosse vivo Leoni sarebbe oggi un anarco-capitalista (anche perché, come gli obietta Rothbard, tra i teorici della Rule of Law e quelli del Natural Right vi sono differenze teoriche non facilmente componibili), ma mi sento di sostenere che in quegli anni la sua critica allo Stato era, anche nell’ambito del Classical Liberalism, tra le più radicali e perspicue.
La filosofia politica, economica e giuridica del liberalismo riassume così, anche grazie a Leoni, quel ruolo di stimolo e di rottura con la tradizione che l’aveva caratterizzata per secoli e che si era persa nel suo storicamente forzato abbraccio con la democrazia al fine di combattere il totalitarismo comunista e nazi-fascista. Dopo Leoni, Hayek e Buchanan possiamo chiederci se il Classical Liberalism non abbia raggiunto il suo apice. Ma sappiamo anche che son stati loro a porre le premesse di quella rinascita della cultura liberale dalla quale c’è molto da imparare e sulla cui base tanto da fare per riformare le istituzioni, adeguarle ai tempi, e per elaborare criteri razionali di valutazione delle scelte politiche. A iniziare dalla risposta alla domanda su quale sia oggi il criterio di delimitazione tra scelte individuali e scelte collettive che, per l’insorgenza di problemi nuovi come quelli della bioetica e delle biotecnologie, e per la crescente differenziazione delle componenti delle società occidentali, si va configurando come il nodo teorico di ogni possibile concezione della politica e dei suoi limiti. Difficile dire in quale direzione, ma sicuramente senza nessun complesso di inferiorità. Né nei confronti della tradizione socialdemocratica, né di quella cristiano-sociale e neanche di quella Liberal à la Rawls. Se si vuole, si potrà ancora ignorare tali pensatori e il contributo da loro dato alle scienze sociali. Ma il prezzo sarà sempre più alto. Soprattutto se li si confronta con quei tanti pensatori ai quali menti sprovvedute si rivolgono per aver lumi e per poter continuare a definirsi «liberali» (cosa che non è affatto obbligatoria). La cultura liberale del nostro secolo coincide infatti con la cultura politica, giuridica ed economica di Hayek, Mises, Buchanan, Leoni. E far finta che non siano esistiti significa solo rendersi ridicoli.

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