Qualcuno ricorda ancora la primavera del 1994? Quando la sinistra stentava a capire cosa fosse successo, quando non riusciva proprio ad accettare la vittoria elettorale di Berlusconi, quando cercava spiegazioni solo nella potenza del mezzo televisivo, indicato da Bobbio come naturaliter di destra, quando proprio non poteva riconoscere il diritto di sedere a Palazzo Chigi a un «non politico», per di più ricco imprenditore, per di più amico di Craxi, per di più inventore di un partito istantaneo, come era Forza Italia, per di più nella stagione in cui «Mani pulite» avrebbe dovuto dividere l'Italia buona e onesta dall'Italia cattiva, premiando l'una e punendo l'altra. Prima ancora che politico, era stato un rifiuto a metà culturale e a metà umorale. Ma era stato un rifiuto netto e senza possibilità di appello. Per la prima volta in una parte importante di società e di classe dirigente - che da decenni stava contribuendo in modo determinante alla stabilità della democrazia - in fondo non veniva riconosciuta alcuna legittimità a un risultato elettorale. Fu quella la prima esplosione della «sindrome Berlusconi». Qualcuno ricorda ancora l'autunno del 1998? Quando la sinistra stentava a capire che la liquidazione del governo di Prodi non era l'occasione finalmente venuta per portare un ex comunista a Palazzo Chigi, ma coincideva piuttosto con il momento di una verifica elettorale, quando poi la sinistra era finita prigioniera dell'idea che in ogni modo non si doveva votare perché avrebbe vinto il Polo quando era entrata in un tunnel in cui, nel nome della legittimità del proprio potere, aveva scomposto vecchi partiti, formati altri, costituito alleanze innaturali, inventato presidenti del Consiglio, bruciato brillanti carriere politiche, visto vecchi nemici diventare improvvisamente amici. Quando, infine, era giunta ad ammettere di aver perduto quel che restava della sua identità. Il tutto pur di allontanare il più possibile o per cercare, perfino, di annullare l'eventualità che il centrodestra si prendesse la rivincita. Qualcuno ricorda - sono solo pochi mesi fa - la primavera del 2000? Quando la sinistra aveva continuato a non saper leggere né capire il Paese e si era illusa di poter vincere le elezioni regionali, quando aveva invece deciso con un gesto per metà di arroganza e per metà di disperazione di non lasciare «le stanze dei bottoni», dicendosi sicura che da lì a un anno il clima sarebbe cambiato, quando era tornata ancora una volta a mostrare il proprio peggior volto. Che è il volto - va ripetuto - di una parte importante di classe dirigente e di società che non riconosce al leader di uno schieramento politico e, di conseguenza, all'intero schieramento politico che questo leader guida il diritto di tornare a Palazzo Chigi. C'è tutta la nota casistica di questi tentativi di delegittimazione preventiva, dalla necessaria legge sul «conflitto di interessi» sventolata però come «strumento di civiltà politica» solo a fine legislatura ai ritornelli propagandistici sulla «peggior destra d'Europa» le cui note sono svanite con l'ultimo congresso del Ppe, fino al tentativo di cambiare in extremis la legge elettorale. Ma c'è soprattutto l'altrettanto nota casistica degli «argomenti» culturali utilizzati per dare a questi tentativi una dignità e una consistenza politica. In altre parole, proprio quella tentazione di «guerra civile» di cui parla Biagio de Giovanni in un'altra parte di questo fascicolo di Fl. Già, perché c'è un'ultima domanda: come sarà ricordata la primavera del 2001? Come una stagione politica in cui la sinistra aveva continuato a non capire le tendenze e gli umori del Paese che governava ed era andata allo scontro elettorale incartandosi ancora una volta nel tentativo di delegittimare l'avversario? Già, ora che la campagna elettorale più lunga della storia italiana si avvia finalmente alla sua conclusione, per la prima volta sembra importante non solo il risultato che verrà fuori dalle urne, ma anche il modo in cui i due schieramenti ci arriveranno. L'interrogativo più rilevante riguarda la sinistra e i suoi alleati, raccolti in questo strano nuovo Ulivo: se rinunciassero alla pregiudiziale di legittimità nei confronti di Berlusconi chi ci guadagnerebbe e chi ci perderebbe? La prima risposta riguarda la stessa sinistra. Perderebbe la figura del nemico, il suo ultimo elemento di coesione ideologica, ciò che dal '94 in poi le ha consentito e giustificato tutto e il contrario di tutto, dall'occupazione del potere alle alleanze più disinvolte, ricaricando nello stesso tempo le batterie della radicalità e diventando anche l'alibi di ogni errore.
Guadagnerebbe però molto di più. Guadagnerebbe finalmente in coerenza, sarebbe finalmente libera di presentarsi all'opinione pubblica per fare qualcosa e non contro qualcuno, ma soprattutto comincerebbe davvero a misurarsi con la domanda sul tappeto da anni: a cosa serve una sinistra in Occidente? Al momento, solo Fausto Bertinotti sta dando una risposta concreta e comprensibile e non è certo la risposta di una possibile sinistra di governo. La seconda risposta riguarda la democrazia italiana. Perché non ci si chiede mai cosa sarebbe successo se in Spagna Gonzalez avesse contestato ad Aznar, leader di un partito erede della Falange, il diritto di guidare il governo o se, negli Stati Uniti, Al Gore non fosse stato costretto a un certo punto a fermarsi nelle sue contestazioni, peraltro legali e non politiche, nei confronti di George W. Bush? Non ce lo si chiede perché si sa che nessuna democrazia può reggere una prova simile, può reggere la sfida di una parte di classe dirigente e di società che si arroga il diritto esclusivo di governare oltretutto nel nome della sovranità popolare. In Italia, questa prova ha già provocato un profondo logoramento e difficilmente potrà sopravvivere al prossimo appuntamento elettorale. Se, contro ogni attesa, a vincere sarà il centrosinistra il problema sarà risolto in modo quasi automatico. Ma se, non solo come prevedono i sondaggi, ma come rivela l'umore profondo di questo Paese, ci sarà un successo della Casa delle libertà, il problema del riconoscimento della legittimità riconosciuta al vincitore sarà invece centrale. D'Alema, Veltroni o chi succederà a loro rinunceranno a delegittimare Berlusconi? Anche da qui - una cosa è l'opposizione, una cosa ben diversa è la delegittimazione - dipenderà quale forma prenderà la sinistra e quali culture vi predomineranno, se quelle radicali o quelle riformiste; anche da qui dipenderà molto della possibilità di azione del governo. Insomma anche da qui, e non solo dalla nitidezza del risultato elettorale, dipenderà se la prossima legislatura potrà essere o no l'inizio della fine di questa interminabile «transizione».
Renzo Foa