Caro lettore, cominciamo questo impegnativo 2001 che speriamo possa costituire l'inizio di una nuova era riformista per l'Italia, con una proposta in più che avevamo già annunciato alla fine dello scorso anno. Da questo numero, infatti, parte il supplemento Élites, studi e progetti sul federalismo, un fascicolo che pubblicheremo tre volte all'anno, interamente dedicato a indagare, in chiave europea e nazionale, quella prospettiva federale da molti auspicata ma spesso, purtroppo, solo in modo propagandistico. Abbiamo pensato di centrare la riflessione del primo numero del nostro supplemento sul destino del Sud. Infatti, in quell'Italia da rifare da capo di cui parliamo nella copertina e nei saggi di apertura della rivista, il nostro Mezzogiorno ha e deve sempre più avere un ruolo centrale. Del resto: la competitività internazionale dell'Italia, il suo riemergere dalla decadenza culturale in cui è caduta, il recupero della sua identità nazionale non sono obiettivi raggiungibili se non si aprirà il tempo di una «Seconda Repubblica del Sud» nel quale istituzioni e società lavorino al riscatto di una terra cui, non si finirà mai di ripeterlo, non mancano energie e risorse ma solo organizzazione e fiducia. Da questo punto di vista il federalismo non è bene solo «nordista», ma è una leva preziosa anche, e soprattutto, per restituire ai meridionali la responsabilità del proprio destino in un nuovo quadro di solidarietà e di sussidiarietà di uno Stato ricostruito. Discuteremo di queste prospettive anche in due giornate di pubblico convegno che la fondazione liberal sta organizzando per il 2 e il 3 di marzo, a Catania e a Napoli. La nostra speranza è che lo sviluppo di un nuovo pensiero meridionale per il quale lavoriamo su queste pagine costituisca l'inizio di una nuova politica che unisca Nord e Sud nella necessaria rivoluzione liberale che il Paese continua ad attendere da questa infinita transizione italiana. Buona lettura, dunque. E grazie ancora a tutti coloro che sostengono la rivista e che stanno aprendo club liberal in tutte le città d'Italia.
Lettere & opinioni
Pensando alla globalizzazione ricordiamoci di Montesquieu
Oggi la globalizzazione sembra un grande fantasma, è vissuto da molti come il nuovo grande nemico. Ma queste paure non ci sono sempre state? Il mondo, anche se in forme diverse non è stato sempre unico? Senta questo pensiero di Montesquieu: «Uno Stato che rovina gli altri, rovina se stesso, e se si sottrae alla prosperità comune, si sottrae alla propria. La ragione è chiara. Uno Stato rovinato non può fare scambi con gli altri; né gli altri possono fare scambi con esso. La ragione per cui questo non è molto inteso sta nel fatto che non s'intende bene se non il male che ci viene dalla perdita del commercio immediato. Tutte le Nazioni sono unite in una sola catena e si comunicano a vicenda i propri beni e i propri mali. Non faccio un discorso retorico; dico una verità: la prosperità del mondo creerà sempre la nostra; e, come dice Marco Antonino: "Quel che non è utile all'alveare, non è utile all'ape"».
Giovanni Marai
Quando finirà questa logorante transizione
Si chiuderà questa lunghissima «transizione italiana»? Comincio a essere pessimista. Sette anni fa, nel 1994, sembravamo sul punto di esserci, con l'inattesa vittoria del Polo, ma poi tutto svanì. Anche cinque anni fa sembrava che stessimo per arrivarne a capo, di fronte al governo dell'Ulivo che rappresentava un progetto politico compiuto. Invece niente. Ora, la mia attesa per le elezioni di primavera (che comunque sarebbe stato meglio se si fossero svolte già l'anno scorso) riguarda appunto quel traguardo: diventeremo un Paese normale? Dove l'aggettivo normale non dovrebbe riguardare solo la sfera della politica e dei poteri, ma l'insieme del funzionamento dello Stato e dei rapporti sociali. Il mio pessimismo non nasce tanto dalla sfiducia nel fatto che Berlusconi e la Casa delle libertà, dopo le elezioni, non riescano a realizzare le riforme necessarie (a cominciare dalla legge elettorale) e a ridisegnare fisco e assetto federale. Nasce piuttosto dalla durata della «transizione», dalle sue incrostazioni e, soprattutto, dalle arretratezze che nel giro di pochi anni si sono amplificate in questo Paese. Insomma, credo che ci vorrà molto tempo, che la classe dirigente dovrà fare un grosso sforzo, ma che la conclusione della «transizione» richieda uno sforzo di tutta la società.
Ottavia Giammarco
Per me il pericolo sono sempre Bossi e Bertinotti
Signor direttore, la vicinanza del voto ha riportato in modo molto visibile sulla scena politica sia Umberto Bossi che Fausto Bertinotti. Mi sembra quasi di essere entrato in una fase di instabilità politica, prima ancora di aver raggiunto quella stabilità politica che speravo finalmente si ottenesse con le elezioni politiche. Mi vengono in mente il 1994, quando «il ribaltone» mise fuori gioco Silvio Berlusconi e il Polo per quasi cinque anni e il 1998, quando l'ambiguo rapporto tra Rifondazione il governo Prodi, portò all'implosione dell'Ulivo e alla cancellazione dell'ultima esperienza positiva della sinistra italiana. Può darsi che io sia troppo preoccupato. Ma temo che la difficoltà del rapporto tra la Casa delle libertà e la Lega stia nella disomogeneità fra progetti, uomini e - perché no? - stili. E temo anche che questa difficoltà sia accentuata dall'obbligo di allearsi, richiesto dalla legge elettorale. Spero che queste siano le ultime elezioni con questo maggioritario, impreciso, incompleto e quasi fallimentare e che si vada a un proporzionale con premio di maggioranza grazie al quale ogni forza potrà pesare per i voti che raccoglierà e non per la voce grossa o per una rendita di posizione.
Attilio Russo
Complimenti
Caro direttore, questi tre numeri di Fl hanno portato una ventata d'aria in un dibattito politico e culturale che tende a essere sempre molto asfittico. Complimenti da un lettore che vi ha conosciuto quando uscivate ogni mese e che vi ha letto anche nella sfortunata ma bellissima stagione del settimanale.
Corrado Giovannini