Kant mette in luce l’analogia tra lo «stato di natura» degli uomini e quello in cui si trovano gli Stati del suo tempo (e, aggiungiamo, del nostro). Come ogni individuo è in guerra contro tutti gli altri (il bellum omnium contra omnes, di cui parla Hobbes), così ogni Stato contro gli altri Stati. È la tragica impotenza del diritto internazionale. Kant afferma la possibilità di oltrepassarla. Il problema riguarda il senso di tale possibilità. A questo ordine di problemi si rivolge un libro di grande importanza Kant e l’idea di Europa, che contiene gli «Atti del Convegno Internazionale di Studi», tenutosi a Genova il 6-8 maggio 2004, con contributi di specialisti della filosofia politica e morale di Kant, quali, oltre ai curatori, G. Marini, prematuramente scomparso, R. Brandt, V. Gerhardt, D. Zolo, S. Veca, O. Hoffe, E. Garzon Valdés, S. Goyard-Fabre, G. Bedeschi e altri. Anche per chi considera utopico il progetto kantiano della «pace perpetua», o constata gli ondeggiamenti del filosofo su questo tema, l’attualità della filosofia politica kantiana (per certuni anticipatrice della prospettiva che ha condotto alla Società delle Nazioni e all’Onu) è incontestabile ed eclissa quella di Hegel. Molti di questi autori hanno ben presente il legame indissolubile tra il progetto politico di Kant e la sua filosofia morale. Egli è pienamente consapevole dei giganteschi ostacoli che attraversano il cammino verso l’instaurazione della «pace perpetua» e il bando definitivo di ogni forma di guerra; ma egli fonda la politica su quell’«imperativo categorico» che si fa ascoltare da ogni uomo anche se nessuno si comporterà mai conformemente a esso. Essenziale, per la comprensione di questa implicazione della morale da parte della politica, la strettissima congruenza, anche stilistica - opportunamente sottolineata da G. Marini -, tra il celebre passo evangelico di Matteo, 6.33: Quaerite autem primum regnum Dei et justitiam eius, et haec omnia adiacentur vobis, e il passo kantiano della Pace perpetua che dice: «Mirate innanzitutto al regno della ragion pura pratica e alla sua giustizia, e il vostro fine (il beneficio della pace perpetua) vi si aggiungerà da sé». Il «regno della ragion pura pratica» è per Kant il vero regno di Dio. Nella sua essenza, cioè al di là della sua forma esteriore, il cristianesimo è l’annuncio del regno (quaerite primum regnum dei), e dunque non avendo come scopo la felicità, si diventa «degni della felicità», dice Kant. Appunto per questo, solo non avendo altro scopo che quel regno si diventa degni, su questa terra, di quella felicità, ossia di quel «beneficio» che è «la pace perpetua». Si aprono poi, per Kant, i problemi relativi al «legno storto» che l’uomo si trova a essere. L’Europa, per il filosofo, è sì una grande opportunità per raddrizzare quella stortura; ma pur sentendo la voce del regno della ragione, l’uomo è propenso a non ascoltarla e quindi a non diventare degno della felicità e della pace.
Aa.Vv., Kant e l’idea di Europa. Atti del convegno internazionale di Studi, Genova, 6-8 maggio 2004, Il Melangolo, 365 pagine, 25,00 euro