Ho avuto molta simpatia per Lucio Colletti - credo ricambiata. Le nostre discussioni si sono sempre svolte all’interno di questo clima affettivo anche quando si sono fatte ruvide. Ne rievoco la sostanza, perché riguardano un tema tuttora decisivo per il pensiero filosofico e per la comprensione del nostro tempo. Dopo essere stato marxista muovendosi con rilevante chiarezza tra le categorie filosofico-economiche di Marx e di Hegel, a un certo punto Colletti ritiene che il marxismo sia insostenibile. La critica di Colletti al marxismo è sostanzialmente la stessa di quella avanzata da Popper e da Kelsen: il marxismo nega il principio fondamentale della scienza, ossia il principio di non contraddizione, per il quale la realtà non può essere contraddittoria. Affermando che il capitalismo è contraddizione, il marxismo verrebbe infatti a sostenere, per questi suoi critici, che la realtà - o almeno quella certa realtà in cui il capitalismo consiste - è contraddittoria. Questa catastrofe concettuale sarebbe dovuta all’eredità hegeliana del marxismo, nel senso che Marx eredita da Hegel quella logica «dialettica» che sarebbe la più lampante negazione del principio di non contraddizione.
Colletti esponeva queste tesi nella sua Intervista politico-filosofica (Bari, 1974), pochi mesi dopo che l’avevo invitato a parlare di questi temi all’università di Venezia, in due seminari dove la nostra discussione prese inizio - e dove gli anticipai la mia intenzione di scrivere un saggio in cui avrei messo in discussione la sua critica al marxismo. Certo, il mio pensiero non ha mai avuto nulla a che vedere col marxismo. Il marxismo - come l’intera tradizione dell’Occidente per un verso, e, per altro verso, come la stessa critica che la modernità dell’Occidente ha rivolto alla propria tradizione - è destinato al tramonto; ma per una malattia mortale e insieme profondamente nascosta; e quindi essenzialmente diversa da quella, inesistente, diagnosticata nelle critiche rivolte al marxismo da Popper e da Kelsen, e riprese in Italia da Colletti, anche sotto la suggestione del suo maestro Galvano della Volpe. Qualche tempo dopo il nostro incontro a Venezia pubblicai infatti il mio libro Gli abitatori del tempo (Roma, 1978), dove il capitolo secondo è intitolato Tramonto del marxismo. Discussione con Lucio Colletti e risposta semiseria a Paolo Rossi. Vi si mostrava che la dialettica hegeliana non è la negazione del principio di non contraddizione, ma del modo inadeguato - astratto, intellettualistico - di intenderlo (e il discorso si appoggiava alle analisi del metodo dialettico hegeliano sviluppate nel mio libro del 1958 La struttura originaria); sì che l’eredità hegeliana di Marx non è inficiata da un presunto rifiuto del principio fondamentale della scienza. E si mostrava, in quel capitolo, che la «contraddizione» - il contraddirsi, ossia l’atto di quell’errare in cui appunto consiste il contraddirsi - non va confuso con la «contraddittorietà» della realtà: il principio di non contraddizione esclude che la realtà sia contraddittoria, ma non esclude l’esistenza di chi erra contraddicendosi. Pertanto, quando afferma che il capitalismo è contraddizione, Marx si riferisce appunto al contraddirsi che compete al capitalismo, ossia afferma (si tratterà di stabilire se a torto o a ragione) l’esistenza di quella grandiosa forma del contraddirsi in cui il capitalismo consisterebbe, ma non afferma l’esistenza di una realtà contraddittoria. Colletti aveva collaborato a lungo, e con risultati brillanti, con uno dei nostri maggiori economisti, anch’egli scomparso: Claudio Napoleoni, marxista e senatore del Pci. È singolare che quel mio capitolo sul «tramonto del marxismo» abbia indotto Napoleoni a leggere i miei scritti fondamentali e che questa lettura l’abbia portato non solo a rifiutare la posizione che Colletti aveva esposto nella sua Intervista, ma anche ad accogliere la struttura di fondo del mio discorso filosofico. La simpatia e stima che ho avuto per Lucio Colletti non possono a questo punto essere disgiunte dalla mia amicizia con Claudio Napoleoni e dalla mia ammirazione per la sua capacità di comprendere un discorso come il mio, del tutto estraneo alla sua formazione culturale. Napoleoni vedeva nel mio discorso non solo la possibilità di salvare il marxismo - e su questo punto non potevo essere d’accordo con lui -; ma scorgeva anche la possibilità di uscire da una contraddizione essenzialmente più radicale di quella che i popperiani credono di trovare nel marxismo: la contraddizione essenzialmente più radicale che avvolge l’intera storia dell’Occidente e in cui consiste il senso autentico del nichilismo, il senso cioè che differisce essenzialmente da ciò che Nietzsche e Heidegger hanno inteso con questa parola. Questa svolta di Napoleoni - che, certo, amareggiò Colletti - compare nella terza parte del saggio poderoso e originale Sull’economia politica, pubblicato da Napoleoni nel 1985 (Boringhieri); ed è ripresa nel volume di Napoleoni Dalla scienza all’utopia, pubblicato nel 1992 a cura di Gian Luigi Vaccarino presso lo stesso editore. Da parte mia, sono ritornato più volte su questo mio incontro con Colletti e Napoleoni: richiamo, tra i miei vari interventi su questo tema, La tendenza fondamentale del nostro tempo (Adelphi) e Il declino del capitalismo (Rizzoli). Colletti sapeva bene, comunque, che la politica non può evitare la filosofia e che senza le «astrazioni» della filosofia la «concretezza» dell’agire politico, economico, ecc. rimane alla superficie, cioè si muove in un mondo illusorio, da cui l’inesorabilità degli eventi continua a risvegliarla bruscamente. E quale astrazione è maggiore di quella espressa dal concetto di «contraddizione»? Anche oggi - soprattutto oggi - il capitalismo è costretto a ripensare se stesso. La globalizzazione capitalistica è un’azione a cui non può non corrispondere una reazione, ossia la crescente pressione dei popoli poveri su quelli ricchi, che oggi si manifesta soprattutto nelle forme del fondamentalismo terroristico islamico. Si crede che, oltre alle forze politiche direttamente impegnate, debbano essere innanzitutto le scienze sociali ad affrontare il problema. Ma esistono problemi là dove non ci sono contraddizioni? Il rapporto di azione-reazione di cui abbiamo parlato qui sopra non è forse una contraddizione? E come è possibile affrontare autenticamente i problemi, se non si sa che cosa sia la contraddizione, o, peggio ancora, si crede che il suo significato sia ovvio e quindi non valga la pena di perder tempo per essa?
Emanuele Severino insegna Filosofia teoretica all'Università di Venezia
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