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Il sorriso della libertà

LIBERAL BIMESTRALE
di Ferdinando Adornato
Liberal n. 9 - Dicembre 2001/Gennaio 2002

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Caro Lucio,
fra tutti i ricordi importanti, le sacre parole che ti sei guadagnato e che (ora che non ci sei più) ti hanno rivolto anche i tuoi avversari, permettimi di tirar fuori dal tempo un’ immagine più profana e più lontana, quella di una capricciosa estate dei primi anni Settanta, quando eri a nuotare nelle acque di Vietri, mille volte più azzurre e più dolci di quelle che ti hanno inghiottito. Ci siamo conosciuti lì. Io avevo quindici o sedici anni e prima ancora di studiare sui tuoi libri le critiche al marxismo del Diamat, l’engelsiano materialismo dialettico, fui coinvolto dalle tue «lezioni» di tressette e di scopone. Ore e ore, intere mattinate e pomeriggi, sempre allo stesso tavolo, sotto il cannucciato di uno stabilimento balneare, più trasandato che povero. Un gruppo di pescatori intorno al tavolo faceva perennemente corolla a quel fiore esotico rappresentato da un «professorone» di Roma che giocava a carte.
Stavano lì a guardare in religioso silenzio, gli occhi e le orecchie tesi a catturare ogni mossa, a carpire magari un segreto di gioco da rivendersi nelle loro sfide in famiglia. Poi quando ti capitava (sì, capitava anche a te caro Lucio) di sbagliare una mossa, di far perdere un sette al tuo socio, il loro volto si irritava incredulo e un tenue sussurro si diffondeva sotto il cannucciato: ma può sbagliare così un professore di Roma? E tu che, come si dice, a perdere non ci stavi, e tantomeno ci stavi a perdere la faccia, prendevi allora di petto quei pescatori delusi, apostrofandoli sul perché e sul percome l’errore non era tuo, che quel sette, magari d’oro, non poteva che essere giocato così. E lo facevi, ovviamente, con il tuo scandito eloquio professorale, tanto che non si capiva bene se stessi parlando della logica di Popper o delle regole di Chitarrella. Ma lo facevi anche con il sorriso sulle labbra, appassionandoti della stessa esagerata passione di quei pescatori, lasciando perennemente tutti in dubbio se fossi tu a prendere in giro loro o viceversa.
Perdonami caro Lucio, è un piccolo ricordo che vale solo per me: perché non dimenticherò mai quell’estivo esordio di un’amicizia non certo assidua ma sempre viva e anche un po’ scanzonata. Ma forse è anche qualcosa di più. Perché quel metodo guascone di porgere e difendere le tue idee tu, nella vita, l’hai usato sia con i pescatori che con i leader politici, sia con le carte da gioco che con le carte da studio. Perennemente alla ricerca di un’identità radicale: della capacità cioè di andare sempre e comunque, spietatamente, alla radice ultima delle cose, degli errori come delle verità. Sapendo spiazzare così, con profondità e ironia, i tartufismi, le ipocrisie, i ritardi della politica e della cultura. Perciò, molto spesso, arrivavi per primo alla radice delle cose. Ma ci arrivavi con tale anticipo che poi ti annoiavi a dover aspettare che gli altri giungessero anni dopo dove tu eri già fermo da tempo. E allora ricominciavi. A correre, ad anticipare. Mi piace pensare che il tuo grande insegnamento di libertà, quello che prima hai cercato di trasmettere alla sinistra e che poi hai vissuto dentro Forza Italia, sia proprio nella perenne insoddisfazione per lo status quo, nell’insopprimibile vocazione di andar sempre alla radice delle cose, a ragionare sempre in grande, a non accontentarsi mai di sopravvivere nelle nicchie delle verità consolidate. Era l’insegnamento di un maestro ma anche un concreta testimonianza esistenziale, la tua personalissima filosofia della gara che affrontavi ogni giorno con la vita, per rompere il ritmo della noia e delle abitudini consolidate, per sfuggire all’angoscia della vecchiaia e della morte. Sempre controcorrente: cioè contro la corrente di ogni pensiero conservatore che è la vecchiaia e la morte dell’intelligenza. Con l’hegeliana consapevolezza, che hai trasmesso tu tra i primi a una generazione ribelle, di quanta conservazione possa nascondersi in ogni pensiero pseudorivoluzionario e, viceversa, di quanta innovazione si possa incontrare in una sana frequentazione del pensiero conservatore.
Sembra che non hai sofferto nell’andar via. E questa, nel dolore, è una piccola gioia. Soffriremo noi, invece, nel non vederti più in aula o girare per il transatlantico raccontando, insegnando, scherzando. Ora possiamo solo cercare di ricordare a tutti, soprattutto ai più giovani, come si può giocar bene, con libertà, intelligenza e ironia come hai sempre fatto tu, tutti i «sette» di quella difficilissima partita che è la vita.

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