"Entro nel duomo rossonero del fitto bosco d'abeti, che vive senza strepito e mimeticamente si osserva. Gli occhi dei tronchi, che folti s'afferrano ed espirano, visibile, umido fiato. Come si sta bene! Tutto vivo e morto". Ammettiamolo, non facile "attribuire" a un poeta conosciuto, questa strana lirica, torva e insieme solenne, stranamente serena, quasi un poemetto, che proviene da una voce postuma. Che insieme s'inspira ed esalta di vita e di morte, quasi la morte fosse una felicitˆ. Che concepisce boschi e prati come se si trattasse d'un enorme cattedrale naturale. Che respira una natura antropomorfa e nomade, dove anche i tronchi vantano vigili pupille. No, non pu˜ essere Rilke. Qualcosa di Morgenstern, semmai, un poco di Celan magari, qualche striscia di Benn, e certamente un'aura d'ambito mitteleuropeo. Ma anche certe accensioni che sono delle fulminanti poesie di Klee, oppure le macchie espressioniste dei libretti visionari del primo Schoenberg. Soltanto che nell'insieme l'identikit non torna. E infatti si tratta di una poco nota e sorprendente lirica frammentaria di quel poeta sui generis che fu Egon Schiele e di cui questo prezioso libro composito, a cura del suo collezionista e studioso Rudolf Leopold, ci restituisce lettere, prose, pensieri davvero illuminanti. Un libro che, via via che si svela, risulta imprescindibile per la comprensione di quel suo mondo insieme torbido e candido ed esaltato, e una chiave folgorante di decifrazione, per chi ama i morbosi e perversi arabeschi anatomici della sua vulnerata pittura. Poesie, brevi prose aforismatiche, lettere a donne amate e a protagonisti della Secessione, soprattutto al suo amico-sostenitore Roessler, con cui avrebbe poi rotto dolorosamente. Spesso sembra di vedere animarsi e parlare le sua natura dipinta, tra "gli atomi gialli che giocano per gioia di vivere": "Ho visto campi altalenanti tagliuzzati/ in mozziconi minuscoli/ da migliaia di punti dispersi nel giallo/ specchi di stagni e morbide nuvole": serpeggiate sulla tela come visionarie forme di donne. Particolarmente strazianti sono le pagine del diario di prigionia a Neulengbach, quando il giovanissimo artista, appena divenuto padre, fu incarcerato (senza comunicargli il motivo) quale pedofilo e corruttore di ragazzi (avendo lasciato in vista nell'atelier i suoi disegni "scandalosi"). Ma ecco la sua forza quasi religiosa: "Non mi sento punito! Mi sento purificato!". La prosa verissima e sconvolta di questo martire moderno si fa ora drammaticamente, cliniamente, percussiva, sincopata: "Finalmente! Finalmente! Finalmente! Finalmente un alleviamento della pena! Finalmente carta, matite, pennello, colori, per disegnare e scrivere. Sono state atroci queste ore crudeli, confuse, indistinte, informi, monotonamente grigie, che ho dovuto trascorrere privo di tutto, nudo tra freddi muri spogli". E bisogna esser grati a quella concessione penitenziaria, perchŽ ha permesso a noi di conoscere tanti splendidi fogli di desolazione d'interni e di umili cose. Che forse il solo Van Gogh ha saputo eguagliare e che terribilmente anticipano lo strazio dei disegni di lager. Tragedie concentrate in lampi di scopini, lenzuola, buglioni, ma oggetti-simboli miracolosamente redenti, su cui Schiele ha tracciato una frase capitale per la storia del Novecento: "L'arte non pu˜ essere moderna. é eterna".
Egon Schiele, Ritratto d'artista, SE, 153 pagine, 28 mila lire