Ho l’onore di parlare davanti ai rappresentanti delle più antiche istituzioni universitarie europee, e poiché io stesso ho dedicato la mia vita all’insegnamento e alla ricerca in una prestigiosa università europea, desidero rivolgermi a voi affrontando il tema del nostro incontro da un punto di vista che io ritengo fondamentale per il futuro delle università europee e dell’Europa stessa. Mi riferisco al tema della conoscenza. Come voi sapete, appartiene alla tradizione europea e occidentale considerare la conoscenza non solo come un valore strumentale ed economico, ma anche come un valore intrinseco, uno scopo o un fine in sé. La sophia, l’amore per la conoscenza pura, disinteressata, rigorosa per come il mondo è, è uno di quei fondamenti della nostra civiltà che superano i particolarismi culturali e nazionali. Certamente, oggi non saremmo più disposti a intendere la sophia nel significato originario che ci fu trasmesso dai greci. Ad esempio, non saremmo disposti ad accompagnare la difesa e la diffusione della sophia con una svalutazione delle attività pratiche e del lavoro manuale. Tuttavia, nonostante tutte le trasformazioni che il concetto di sophia ha subito, dall’antichità, al Rinascimento, fino a oggi, è anche grazie a questo concetto che si può parlare di un modello culturale occidentale.
A volte, si sostiene che questa continuità è venuta meno con l’avvento del mondo industriale e tecnologico, che il sapere puro è stato piegato, anche nelle università, alle esigenze della produzione. Non è così. Non solo perché, fin dagli inizi della scienza moderna, l’attività pratica, produttiva, sperimentale ha accompagnato la riflessione teorica. Galileo, Newton, Boyle, Huyghens e tutti i padri fondatori della scienza moderna non sarebbero esistiti senza gli artigiani. Non è così perché la stessa ricerca tecnologica che si svolge nelle nostre università risponde ai criteri delle scienze esatte. Temo che la portata culturale della tecnologia sia sovente fraintesa, sia dai suoi detrattori - che sfortunatamente sono molti - sia dai suoi difensori - che invece sono sempre meno e dalla voce sempre più flebile. Dal punto di vista storico, la tecnologia è nata come un discorso sulle tecniche, ovverosia come una conoscenza volta a giustificare il nostro sapere pratico, non come un insieme di istruzioni il cui compito è il raggiungimento di fini particolari. La tecnologia è sia episteme, cioè conoscenza scientifica, sia techne, cioè arte. In altre parole, per riprendere una nota distinzione, la tecnologia non riguarda soltanto il «sapere come», ma anche il «sapere perché» certi fini sono conseguibili mediante certi mezzi.
*****
Ricordo questa radice europea della nostra scienza non per sottolineare una peculiarità che appartiene solo a noi. Ho già detto che la sophia contiene in sé un’esigenza universale. Neppure intendo far riferimento a una nostra superiorità, anche se abbiamo ogni buona ragione per ritenere che il progresso scientifico e tecnologico - che, incidentalmente, è un altro concetto occidentale - renda la nostra civiltà di oggi migliore di quella dei nostri avi. Piuttosto, il mio scopo è mostrare che l’universalità della sophia non è incompatibile con la conservazione delle tradizioni nazionali. Chiunque abbia avuto esperienza didattica in una università europea, ha potuto constatare la grande facilità con cui gli studenti dei nostri Paesi riescono a integrarsi, superando le indubbie differenze del loro retroterra culturale. Perché? La mia risposta è che essi sono stati educati a un ideale unico, la sophia, appartengono a una tradizione unica, quella di avanzare idee e metterle alla prova, e usano un metodo unico, quella della discussione critica. Trial and error e conjectures and refutations non sono soltanto i metodi raccomandati da Darwin o Popper, sono l’essenza stessa della cultura occidentale. È per questo che noi possiamo comprendere, mantenere e rispettare le culture specifiche delle nostre nazioni o dei nostri luoghi di nascita. Perché condividere uno stesso ideale, tradizione e metodo ha come effetto benefico che nessuna cultura particolare è radicalmente incommensurabile con ciascun’altra. Non ci sono frontiere insormontabili o cornici che ci imprigionano e ci impediscono di comprenderci. Il dialogo è possibile. Basta volerlo e sforzarsi per ottenerlo. I nostri studenti lo vogliono e lo ottengono.
*****
Al mio richiamo alla sophia europea, la quale, come ho detto, aspira a essere universale, si potrebbe replicare: questa universalità non implica il rischio di un pensiero unico? In vista dell’integrazione e dell’allargamento dell’Europa, la questione può essere posta in termini un po’ diversi: è possibile conciliare il processo di integrazione con la salvaguardia delle differenze culturali presenti in ciascun Paese europeo? Non è forse vero che ogni nazione europea ha una sua specificità storico-culturale che rischia di smarrirsi in un grigio e indifferenziato «mercato comune dell’istruzione», in una koiné indifferenziata? Io credo di no. Ma poiché il tema è così controverso, devo spendere qualche parola in più. Io sono convinto che le diversità culturali non solo sono compatibili tra loro, ma anzi, se governate da un indirizzo politico adeguato, possono reciprocamente rafforzarsi. In ultima analisi, questa mia convinzione si fonda sul fatto che alla base della nostra tradizione e del nostro modo di pensare vi è precisamente il valore del pluralismo culturale.
Questo è un punto importante. Solitamente si è portati a pensare che il pluralismo culturale riguardi la coesistenza di culture differenti, una sorta di convivenza pacifica in cui ogni cultura sta accanto a ogni altra senza interferire. Non è così. Il pluralismo è competizione, come dimostra la stessa storia della nostra conoscenza. Nella loro evoluzione storica, tutte le discipline insegnate nel mondo accademico sono state caratterizzate da una pluralità di approcci in competizione reciproca fra loro. Le stesse hard sciences, apparentemente più immuni da differenze culturali, sono evolute mediante il confronto e il conflitto. Non c’è una fisica francese e una fisica tedesca, ma come ricordava il grande Pierre Duhem, ci sono una tradizione francese e una tradizione tedesca nell’impostare i problemi fisici. Anche nella scienza e non solo nell’arte e nella letteratura, esistono scuole, stili, tradizioni locali, modi specifici di pensare o di guardare il mondo. Togliete queste scuole e avrete tolto la molla del progresso scientifico. Togliete il pluralismo e, alla fine, avrete abbattuto la stessa sophia.
Capisco i timori che molti nutrono per il «pensiero unico». Ma sono timori infondati. Fin dalle sue origini greche, la sophia è stata accompagnata dalle diversità. Basti ricordare che per Aristotele la ricerca scientifica è strettamente legata al metodo dialettico, dove il confronto di diverse impostazioni è una condizione per la ricerca della verità. La forma della prova scientifica, per Galileo, è il dialogo e, per Darwin, è un one long argument, dunque una discussione.
Devo aggiungere che la conservazione delle diversità, il pluralismo culturale, non è, dal mio punto di vista, solo un fatto o un bisogno. È anche un bene: l’abitudine al confronto e al dibattito crea buoni cittadini e, nel caso degli studenti universitari, buoni futuri dirigenti, professionisti, tecnici, capaci di valutare autonomamente e criticamente i problemi che devono affrontare nelle loro specifiche attività lavorative. Naturalmente, questo bene dobbiamo difenderlo e perciò dobbiamo ideare comuni strumenti politici e istituzionali, in grado di facilitare la mobilità degli studenti e dei docenti, e di rendere visibili e confrontabili i contenuti delle loro esperienze. La costruzione di un unico mercato europeo dell’istruzione non è né più né meno che la costruzione di questa comune cornice istituzionale.
*****
Vale la pena di ricordare, sia pure brevemente, gli strumenti che oggi abbiamo a disposizione. Vi è, innanzitutto, il Programma Socrates, che ha assorbito in sé gli obiettivi del vecchio Programma Erasmus. Il Programma Socrates, basato sugli articoli 126 e 127 del trattato di Maastricht, intende precisamente promuovere la mobilità degli studenti e dei docenti, agevolare il riconoscimento reciproco dei diplomi e incoraggiare una dimensione interculturale dell’insegnamento. L’obiettivo più generale e ambizioso del Programma è quello di contribuire al miglioramento della qualità dell’istruzione in ciascuno Stato membro attraverso scambi transnazionali. Vi è, poi, il Programma Leonardo da Vinci, il quale coglie un altro importante aspetto della cooperazione europea: la formazione professionale che si svolge in imprese europee, attraverso un miglior interscambio tra scuola, università e mondo del lavoro. Da ultimo, vorrei citare il dispositivo Europass Formazione, tra le cui finalità vi è quella di promuovere l’adozione di un libretto individuale che certifichi, rendendolo trasparente e leggibile, il percorso di formazione e di lavoro dei cittadini europei. Si tratta di progetti importanti e ambiziosi, i cui effetti potranno essere valutati appieno solo nel lungo periodo. Essi, comunque, ben incarnano, la «filosofia» che ho cercato di delineare: integrare per meglio valorizzare le specificità.
*****
Vi saranno certamente molti ostacoli nella realizzazione dell’obbiettivo di avere una comune dimensione europea dell’istruzione e della ricerca. Uno di questi è il problema assai dibattuto della lingua. Permettetemi di spendere qualche parola su questo punto. Una lingua non è un veicolo neutrale di idee e di concetti, poiché contribuisce a formarli e a definirli. Perciò, rinunciare alla propria lingua significa rinunciare a una parte importante della propria cultura. Allo stesso tempo, è evidente che la costruzione di una qualsiasi comunità culturale spinge verso una scelta monolinguistica. È possibile conciliare queste opposte esigenze? Io credo che ci siano due approcci i quali sono ugualmente e simmetricamente sbagliati. Il primo approccio è cercare di difendere la propria identità linguistica con una politica attiva per scoraggiare l’uso di altre lingue nelle università del proprio Paese. Ciò porterebbe all’isolamento e alla perdita dei benefici dello scambio interculturale. Occorre inoltre ricordare che lo sforzo ermeneutico di superare le barriere linguistiche è esso stesso un processo di arricchimento culturale, in vista di quello che è stato efficacemente descritto un processo di «fusione di orizzonti». Il secondo approccio è quello di imporre un’unica lingua in tutte le università. Dopotutto, in che modo si potrebbe giustificare una simile imposizione? Si dovrebbe scegliere la lingua parlata dal maggior numero di persone? Oppure la lingua storicamente più antica? Oppure ancora la lingua che appare maggiormente semplice e flessibile?
La mia risposta consiste nel dire che il mondo scientifico e accademico è un sistema aperto, cioè un ordine fra diverse componenti le cui caratteristiche emergono spontaneamente. Le lingue nazionali sono siffatte componenti. Se, nel sistema, emergerà l’uso di una singola lingua, oppure l’uso di un numero limitato di lingue, è una questione in cui la politica non può e non deve entrare senza far violenza all’autonomia del mondo accademico, culturale e scientifico.
*****
Termino questo mio intervento tornando all’inizio. Ho parlato della sophia, dell’ideale della conoscenza universale, come uno dei fondamenti della civiltà europea e occidentale. Ma non è l’unico. Già con i greci, la sophia doveva essere congiunta alla sophrosune. Noi non abbiamo bisogno soltanto di sapienza, ma anche di saggezza. Vi sono state epoche nella storia dell’Europa, in cui alcuni grandi pensatori hanno pensato di costruire la saggezza sul modello della sapienza, di dettare i fondamenti, per citare uno di essi, di una ethica more geometrico demonstrata. E vi sono state epoche in cui altri grandi pensatori hanno ritenuto che questo fondamento fosse impossibile. Noi viviamo una di queste epoche: come sempre più spesso si legge nei libri e nei saggi dei nostri intellettuali, siamo dopo la modernità, cioè dopo l’epoca della fondazione dei valori. Questo atteggiamento oggi diffuso viene considerato più aperto, più tollerante, più democratico. Forse lo è. Ma è un atteggiamento che ha un rischio e noi dobbiamo essere molto onesti nel segnalarlo. È il rischio di considerare tutte le culture, tutte le civiltà, tutte le tradizioni, come relative e poi, poiché sono tutte relative, di considerarle anche come equivalenti. Se non si evita questo rischio, non solo si abbatte l’idea dell’Unica Concezione del Mondo Vera e Giusta, ciò che è bene, non solo si abbatte il mito della dimostrazione matematica dell’etica, ma si perde anche la possibilità di argomentare a favore o contro questa o quella visione del mondo. In una parola, se crediamo nella equivalenza di tutte le culture, perdiamo il concetto stesso della sophrosune, della saggezza. Noi non possiamo permetterlo, soprattutto in un momento come questo in cui il mondo occidentale è impegnato in un duello difficile contro chi vuole abbatterne le radici. Noi dobbiamo riaffermare quella sophrosune fatta di dialogo, comprensione reciproca, tolleranza, solidarietà, apertura di mente, su cui oggi si fonda l’Occidente. Questa saggezza non ci è piovuta dal cielo. Ci è costata discussioni, dibattiti, conflitti, ma anche sangue e miserie. Vogliamo costruire un’Europa più unita proprio perché vogliamo lasciare definitivamente alle nostre spalle questo sangue e queste miserie. Ma proprio perché vogliamo e dobbiamo costruire un’Europa più unita, non dobbiamo dimenticare le radici culturali profonde della nostra unione.
Marcello Pera è Presidente del Senato
^ top