Si avvicinano i mondiali di Giappone e Corea 2002, quelli che, per via del fuso orario, si disputeranno di mattina. Mondiali che nascono tra polemiche (i troppi, assurdi miliardi per i diritti tv) e attese, soprattutto per gli azzurri di Giovanni Trapattoni. Nel mio percorso di giornalista, quando ero inviato speciale di Tuttosport al fianco del poeta Vladimiro Caminiti, ho raccontato quattro coppe del mondo: Spagna '82, Messico '86, Italia '90 e Usa '94. La Spagna rappresent˜ l'apoteosi di un gruppo prima martoriato e poi santificato, protetto, sino al dolore fisico e morale, da Enzo Bearzot, il Vecio narrato da Giovanni Arpino. Le a-marezze di Vigo, la ca-valcata trionfale di Barcel-lona, l'apoteosi di Madrid, 3-1 alla Germania occidentale nella finale al Santiago Bernabeu. Nell'im-maginario collettivo resterˆ per sempre una partita, quella del Sarriˆ catalano, 5 luglio, 3-2 al Brasile favorito, con tripletta del risorto Paolo Rossi, unico calciatore ad aver segnato, nello stesso match, tre gol a un portiere brasiliano. Ricordo i momenti del riscaldamento, a pochi minuti dalla Grande Sfida. Edinho che non si sentiva tranquillo: "Non mi fido, gli italiani hanno mille vite, e contro l'Argentina hanno vinto in modo netto". Claudio Gentile mi confid˜: "Dovr˜ marcare Eder, l'ala sinistra, siamo tranquilli, perchŽ no?". Poi, sul campo, Gentile and˜ su Zico, fermandolo, cos“ come fece con Diego Armando Maradona. A fine gara, gli chiesi: "PerchŽ mi hai mentito?". Mi sorrise: "Nessuna bugia, eravamo appena usciti dallo spogliatoio quando Bearzot ci riconvoc˜ dentro. E modific˜ i suoi piani tattici. Url˜, quasi: a marcare Eder sarˆ Oriali, tu, Claudio, vai su Zico". E fu la svolta, il momento cruciale e dominante. I brasiliani (Junior e Toninho Cerezo, Socrates e Paulo Roberto Falao) tornarono a casa in lacrime: "la generazione sconfitta", cos“ sono stati inchiodati dalla storia. Mi sovviene il sorriso leggero di Scirea, recupero i dribbling di Bruno Conti ("il miglior calciatore della manifestazione", sentenzi˜ il re PelŽ), la capacitˆ di giocare guardando le stelle di Antognoni, il viso vecchio del bambino Bergo-mi, la serenitˆ olimpica di Zoff, la bellezza apollinea di Cabrini, la bravura archetipa di Tardelli. Messico '86, caldo infernale, partite in altura, colleghi e giocatori bloccati dalla vendetta di Monte-zuma. L'Italia di Bearzot che naufrag˜ sulle glorie dell'82, dentro De Napoli e Galderisi al posto di Tardelli e Paolo Rossi, da salvare soltanto le reti di Spillo Altobelli. Agli ottavi di finale (17 giugno) a farci fuori fu la Francia di Michel Platini: 2-0, si torna a Roma. Furono i mondiali di Maradona: travolgente, beffardo (il gol di pugno), capace di gol talmente belli da non sembrare nemmeno veri. Diego prese per mano non solo una nazionale, ma una intera nazione, un popolo. Italia '90, l'immensa illusione. Gli azzurri di Azeglio Vicini "bruciati" in semifinale dall'Ar-gentina, malgrado le notti magiche di Schillaci e Roberto Baggio. Successo della Germania sull'Argen-tina dimezzata, con Mara-dona che piange sul petto di Montezemolo dopo le offese dell'Olimpico e i fischi all'inno nazionale argentino. Usa '94, il mondiale hot dog, partite disputate sotto un sole cocente, calciatori in apnea, sfiniti, Italia e Brasile che vanno, nella finale del Rose Bowl di Pasadena, ai rigori. Vincono i brasiliani, fatali gli errori di Massaro, Fra-nco Baresi e Roberto Bag-gio. Resterˆ la Coppa di Arrigo Sacchi che, contro la Norvegia, sostituisce Bag-gio con un portiere. Cos“ va il calcio, cos“ va la vita (a volte).