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La nazione senza forza

LIBERAL BIMESTRALE
di Domenico Fisichella
Liberal n. 9 - Dicembre 2001/Gennaio 2002

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Perchè in Italia è politicamente scorretto parlare di guerra? Credo che al quesito si possa rispondere con due ordini di considerazioni: uno di carattere storico, l’altro di carattere culturale. Il primo ha il suo fondamento nel fatto che abbiamo perduto l’ultimo conflitto, la seconda guerra mondiale. Ciò ha reso il nostro Paese un Paese nel quale si è cancellata la nozione stessa di guerra. Non solo nell’opinione pubblica, ma anche e soprattutto nella cultura istituzionale. Basti pensare che l’odierno ministero della Difesa in passato non così lontano si chiamava ministero della Guerra. Ma si dimenticano troppo facilmente anche alcuni dati oggettivi: ad esempio che la guerra precedente, la Grande Guerra, l’avevamo vinta; pur tra mille difficoltà, l’Italia era stata tra le nazioni vincitrici. E ci si dimentica anche che attraverso le guerre risorgimentali abbiamo ottenuto l’unità nazionale. Un popolo che voglia avere consapevolezza della propria storia non può dimenticare questi dati. Il secondo ordine di considerazioni riguarda la cultura che ha prevalso nel Paese. C’è stato un atteggiamento di ripudio nei confronti del concetto stesso di guerra, ed è emerso l’umanitarismo come carattere dominante della cultura politica delle classi dirigenti. Io appartengo a una famiglia di militari. Chi intraprende la carriera militare non lo fa perché ama la guerra. Ne conosce fino in fondo tutti i costi, tutti i sacrifici e tutti i dolori. Dunque non mi muove affatto una logica guerrafondaia. Mi muove però la consapevolezza che il realismo politico, pur non considerando la guerra un evento inevitabile, non può non giudicare la guerra un’ipotesi possibile. L’umanitarismo, viceversa, è un approccio che disarma le coscienze, delle classi dirigenti e dei popoli, rendendole impotenti di fronte alle prepotenze degli Stati o dei gruppi estremistici. Inoltre, in tutto l’Occidente e in particolar modo in Italia, si è stati convinti che il progresso rendesse sempre meno realistici i conflitti. Anche gli stessi Stati Uniti, che certamente non hanno il medesimo approccio intimidito e disarmato, non giudicavano possibile l’inizio di un conflitto nei modi in cui si è tragicamente verificato. Avvenimenti come quello accaduto l’undici settembre erano confinati nella letteratura di genere fantapolitico. Purtroppo si è sottovalutato il potenziale dei terroristi e ci si è cullati in questa illusione progressista. Ma c’è un altro elemento che ha concorso a depotenziare la capacità italiana, e occidentale in genere, di rispondere a emergenze di questa gravità: l’ormai debordante prevalenza della sfera economica su quella politica. L’ecomicizzazione dei rapporti interpersonali e internazionali ha fatto immaginare che tutte le controversie potessero essere solo di carattere economico e quindi che lo strumento coattivo del ricorso alla forza militare fosse ormai superato. Questo convincimento, che ha avuto anche una sua teorizzazione accademica, che definiva il primato dell’economia sulla politica come qualcosa di ineludibile, ha progressivamente indebolito la capacità della politica di esercitare un controllo adeguato, sapendo prevenire gli attacchi violenti e avendo quindi la capacità di reprimerli sul nascere. Questa drastica riduzione delle nostre società a luoghi, fisici o virtuali, nei quali o si compete selvaggiamente e senza regole o ci si mette d’accordo tra oligarchi del mercato, comunque e sempre per sopraffare i più deboli, ha drammaticamente delegittimato il realismo come forma di governo. Si è detto da parte di molti che la Storia dopo l’undici settembre non sarà più la stessa. Forse però la Storia non era più la stessa da quando si è cominciato a pensare che certi avvenimenti non potessero più accadere e, al contrario, è tragicamente tornata a essere la stessa di sempre. Certi avvenimenti sono intrensicamente inerenti alla Storia, e proprio per questo si deve essere costantemente attenti per evitare che si verifichino. Per far questo ci vuole un’adeguata preparazione, fatta di programmi a lunga scadenza, ma purtroppo non c’è stato nulla di tutto ciò. Per rendersi conto di ciò basta leggere i bilanci dei dicasteri preposti alla Difesa di molti Paesi, primo fra tutti il nostro. In Italia oltretutto le Forze Armate sono state mortificate per aver perso la seconda guerra mondiale. Ora, in merito io vorrei solo ricordare che il nostro esercito, pur con tutti i suoi limiti, sopportò più di tre anni di guerra su una molteplicità di fronti. E mi chiedo quanto resisterebbero le Forze Armate di oggi. Le indicazioni che abbiamo parlano di una resistenza ad attacco esterno stimata nell’ordine delle trentasei ore. Insomma oggi siamo all’inconsistenza assoluta. Ciò è stato provocato da vari fattori: prima di tutto la cultura marxista che ha depotenziato lo Stato in quanto espressione di una egemonia borghese; e dunque le Forze armate in quanto braccio militare di questa egemonia andavano a fortiori indebolite. Ma anche e non ultima la presunzione da parte delle classi dirigenti democratico-cristiane che comunque saremmo stati difesi da altri. Quando ho ricoperto la carica di ministro dei Beni Culturali, seppur non mi competesse, mi ero fatto portatore dell’esigenza di non trascurare la Difesa. Purtroppo non è stato fatto nulla e si è continuato a tagliare il bilancio del ministero preposto. Ora registriamo i buoni propositi di dotarsi dei mezzi e della preparazione necessari per fronteggiare l’emergenza terroristica. Ma per recuperare terreno ci vorranno almeno dieci anni. È sperabile che gli ultimi avvenimenti aiutino a capire quanto sia importante dotare il nostro Paese di Forze Armate degne del ruolo che l’Italia recita a livello internazionale. Dovremmo ricordarci più spesso che senza rispetto per la propria storia non si può far nulla. Noi abbiamo disintegrato, smembrato, tagliato a fette la storia nazionale. I danni sono stati gravissimi. Spero che la situazione sia ancora recuperabile. Certamente si dovrebbe prendere coscienza del fatto che le nazioni non sono degli aggregati di mercanti. Alla base di una nazione c’è un complesso tessuto di valori, di credenze comuni, di rispetto del passato, di stratificazioni istituzionali - che si integrano e non si contraddicono - che noi ormai possediamo in misura minima. Forse lo spavento potrà giocare un ruolo nel restituire importanza alle istituzioni militari, ma non basta. Oggi ci si spaventa e domani si dimentica. C’è da sperare, invece, che questo «schiaffo della Storia» segni l’inizio di una cultura nuova, che sappia riconettersi con le nostre tradizioni e doti finalmente il Paese degli strumenti di difesa di cui ha bisogno.

(Testo raccolto da Benedetto Marcucci)

Domenico Fisichella è vicepresidente del Senato

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