Storie di straordinaria follia. é il 1976, e il Grande Camaleonte non riesce pi a mutare pelle: David Bowie vuole ritrovarsi uomo azzerando le proprie megalomanie d'artista. Troppe spettacolari identitˆ ha macinato dal '72: l'androgino alieno delle galassie Ziggy Stardust; e poi l'efebico Soul Man che da Londra finisce a Filadelfia per guardare dritto negli occhi la black music; e ancora Thin White Duke, il pallido duca bianco dall'aplomb viscontiano. Questa volta Re Bowie nudo, senza maschere, sniffando cocaina in una Los Angeles che lo calpesta come un verme. Nell'utopia della rinascita, decide allora di recarsi a Berlino e trova casa al 155 di Hauptstrasse, nel quartiere di Schšneberg, dove riscopre il gusto di uscire in solitudine senza l'angoscia che qualcuno lo riconosca. Visita spesso il Museo d'arte espressionista di BrŸcke, si lascia catturare dalle notti di KurfŸrstendamm, riconosce in certi orizzonti le immagini spigolose della Metropolis di Fritz Lang, comincia a pugnalare i propri incubi dipingendoli alla maniera di Egon Schiele. Nel '77 Berlino lo ha giˆ salvato, quando si rimette a ragionar di musica pensando al gelido technopop dei Kraftwerk e ai suoni cosmici dei Tangerine Dream. Si mette in contatto con Brian Eno, il sommo stratega dell'ambient music, con lui, a un soffio dal Muro, incide gli album Low e Heroes che escono a pochi mesi di distanza l'uno dall'altro. Su entrambi i dischi sfilano pezzi strumentali soggiogati dalla sperimentazione. Talmente belli da oscurare le altre, semplici canzoni.Raggiungiamo il 1993. David Bowie esce dal rock-blues acuminato dei Tin Machine e dal pop graffiato di jazz dell'album Black Tie, White Noise. Registra The Buddha Of Suburbia, colonna sonora del film tratto dall'omonimo romanzo di Hanif Kureishi, decidendo di includervi due "movimenti" strumentali che lo riportano idealmente al berlinese periodo della sua redenzione. Due anni che rivive per filo e per segno a Natale, quando fa stampare per pochi amici All Saints, una compilation gonfia di nostalgia che racchiude quei suoni autoterapeutici concepiti e manipolati a un soffio dal Muro. Quell'album, delizia dei collezionisti che lo hanno pagato a caro prezzo, vede ora la luce per il grande pubblico: il titolo rimane All Saints, il sottotitolo recita Collected Instrumentals 1977-1999. Ed un'emozione (ri)scoprire l'esclusivitˆ di un Bowie senza voce, armato di tastiera elettronica. Quelle schegge mute di Low e Heroes, ventiquattro anni dopo, sono ancora scintillanti gemme d'avanguardia, audaci omaggi a Steve Reich, Erik Satie, Philip Glass, Kraftwerk. Ecco le danze robotiche di A New Career In A New Town e di V-2 Schneider, la claustrofobia computerizzata di Sense Of Doubt, gli orientalismi di Moss Garden e Crystal Japan, le tenebre mitteleuropee di Neukšln e Warszawa, le lacerazioni esistenziali di Sub-terraneans. Ma c' dell'altro, recuperato dalle sessions dei due dischi berlinesi: il respiro mediorientale di Abdulmajid e il caos ragionato di All Saints. E ancora: l'ambient music di The Mysteries e Ian Fish UK Heir, tratti da The Buddha Of Suburbia, e l'aggiunta di Brilliant Adventure, che l'artista londinese inser“ nell'album hours... pubblicato due anni fa. Anche quella volta, ne siamo certi, ha voluto ricongiungersi al ricordo di quell'irripetibile biennio: di quando a Berlino un uomo a pezzi riscopr“ l'arte di fare musica. Senza maschere nŽ finzioni, abbattendo il Muro della propria angoscia.
David Bowie, All Saints, Collected Instrumentals 1977-1999, Emi, 38 mila lire c.a.