Forse, se venisse realizzato oggi, il film American Psycho, ispirato all'omonimo romanzo di Bret Easton Ellis, non sarebbe pi lo stesso. Nemmeno un fotogramma di quel godibile pastrocchio sanguinolento potrebbe sopravvivere - anche soltanto come idea larvata - dopo l'11 settembre. Ho riletto il romanzo in questi giorni, stavolta nell'edizione Einaudi tradotta (non magnificamente) da Giuseppe Culicchia. Avevo letto Ame-rican Psycho per la prima volta solo sei mesi fa. La data dell'11 settembre ha determinato due letture diverse - o, meglio: l'apertura di un nuovo livello di lettura. Spesso un romanziere alle prese con un lavoro di grandi dimensioni non sa bene quello che sta facendo, e ci˜ comprensibile data l'enorme quantitˆ di materiali di cui fa uso per edificare la sua opera. Questi materiali sono come bombe a orologeria, che possono esplodere anche dopo che il libro stato scritto e stampato. Il romanzo, che molti conosceranno, racconta la storia (o, meglio, la non-storia) di Patrick, un giovane rampante newyorchese degli anni Ottanta. Lavora in borsa, ha una bella fidanzata che tradisce (cos“ come lei tradisce lui), bellissimo, ha una cura straordinaria di sŽ, fa uso di cocaina, sa tutto sulla moda, sui ristoranti trendy, sulla musica (un capitolo in realtˆ un articoletto monografico sui Genesis), sulle palestre, e invidia un giovane e rampante collega perfettamente uguale a lui ma meglio introdotto. Inoltre, Patrick un serial killer. Talvolta i raptus omicidi lo prendono cos“ all'improvviso da sorprendere lo stesso protagonista, mentre altre volte una voluttˆ sorda e inesorabile, che sale travolgendo ogni altra voluttˆ, compresi quella del sesso e quella della droga. La citazione dantesca all'inizio - come anche il tormentone ossessivo del telefilm Les misŽrables - ci indica che ci troviamo all'inferno. La mancata citazione finale ci dice che da questo inferno non c' uscita. La lettura di sei mesi fa era stata una lettura di tipo moralistico. L'uomo rampante, che non cerca altro che il successo e l'affermazione di sŽ a qualsiasi costo, diventa - non senza una certa, raccapricciante coerenza - un criminale. La differenza con il capolavoro di Hitchicock che, in questo caso, non c' nessuno sdoppiamento di personalitˆ: l'uomo di successo e l'uomo che uccide sono la stessa, identica persona, la stessa coscienza. Il rampante sa che ucciderˆ, l'assassino sa che per l'indomani avrˆ tot appuntamenti. La lettura odierna di American Psycho spalanca in questa moralitŽ un'autentica voragine. Ci strappa via dagli anni Ottanta (puro folklore) e ci scaraventa nell'astrazione dei nostri giorni. Patrick, da piccolo yuppie si trasforma nell'emblema di un mondo economico ricchissimo e fragile, che si era gettato a pesce nell'avventura della finanza informatica, e aveva fatto della coincidenza dell'economia (da cui dipende il benessere, che un diritto primario dell'uomo) con gli umori della borsa il proprio vangelo. Un'illusione che due aerei sono bastati a distruggere. Allora American Psycho non pi la storia di un rampante malato di cervello, ma la storia di un uomo che, preda di una vita astratta, patisce la mancanza di una direzione, di un senso nella propria vita, sente l'assedio del nulla, e nella distruzione e nell'uccisione trova l'unica possibile immagine speculare di sŽ. Se io non esisto, devo vedere anche negli altri la non-esistenza: il Nulla. Guai se vi scorgessi una consistenza diversa. A una lettura etica, sul dover-essere, ne succeduta una ontologica, sull'essere. Forse l'11 settembre ha significato questo per tutti.
Bret Easton Ellis, American Psycho, Einaudi, 517 pagine, 15 mila 500 lire