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Cosa è cambiato da Napoleone a Bin Laden

LIBERAL BIMESTRALE
di Vittorio Mathieu
Liberal n. 9 - Dicembre 2001/Gennaio 2002

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L'eco più tragica della pur bella comparazione di Hegel tra la guerra e il moto ondoso che conserva salubre il mare si ebbe in quella che un libro americano di qualche anno fa chiamò «la generazione del ‘14». Ci fu un tempo, prima della guerra, in cui la maggior parte delle persone giovani e colte, in Europa, pensava che una guerra di quando in quando fosse necessaria per ragioni morali, indipendentemente dalle motivazioni pragmatiche. Guerra come fuoco purificatore e rigeneratore. Come sempre, la posizione più coerente fu assunta da Giovanni Gentile: intervenire era necessario, non importa da che parte, se a favore dell’Intesa o degli Imperi centrali, purché s’intervenisse. Follia geniale, come rovesciamento assoluto della diplomazia tradizionale e della celebre definizione di von Clausewitz della guerra come continuazione della politica con altri mezzi. La mattana durò poco. Già nel 1915, visto che cosa la guerra era, anche le persone colte cominciarono, per lo più a proprie spese, a rinsavire. Ma l’Europa ormai era finita, perché la guerra era cambiata. Per colpa, se volete, della mitragliatrice, a cui solo alla fine del conflitto trovarono rimedio i carri armati. Ma per colpa anche di una diversa concezione, che aveva distrutto quasi tutto ciò che rimaneva della guerra medievale come «ordalia». Il conflitto mondiale fu interpretato come una guerra tra nazioni, e la Rivoluzione francese aveva ridotto la guerra tra nazioni a guerra ideologica, cioè a una guerra di religione passata attraverso la secolarizzazione illuministica. Napoleone l’aveva esportata in tutta Europa, sostituendo (come osservò Marx) la guerra continua alla rivoluzione continua. Nations, in origine, significava gentes, ossia i «gentili», i popoli che non riconoscevano come universale il Dio d’Israele. Ma, con la rivoluzione, la Nation, al singolare, diviene la Francia, portatrice di salvezza a tutti. Ossia, rovesciando i termini, la Francia prende il posto del popolo d’Israele, custode dell’Alleanza e portatore di una verità universale. Ma la mistica della «nazione» risale più in là. Risale a Giovanna d’Arco, attraverso un movimento ascendente che va dalla sua esecuzione come eretica alla sua canonizzazione come santa.
Il grave è che dopo Napoleone, anche le altre genti si riconoscono «nazione» in quel senso - singolare in linea di principio e plurale in linea di fatto - sicché nascono i nazionalismi incompatibili tra loro (pangermanesimo, panslavismo, ecc.). Tutti portatori di una verità salvifica, quindi di una guerra santa (ben diversa da quella dell’Islam, che non passa attraverso la secolarizzazione e non riconosce particolarità nazionali). La guerra come ordalia era ormai un ricordo di classi aristocratiche (si pensi al film La grande illusione), destinate a essere inghiottite dai totalitarismi. La guerra come ordalia la combattevano pochi professionisti, benché coinvolgesse di frequente larghe fette della popolazione civile. Le guerre di religione, per contro, secolarizzate come guerre ideologiche e «nazionali» a un tempo, sono guerre di popolo e, quindi, di sterminio. Frattanto si perfezionavano i mezzi di distruzione: spesso non usati perché atti a ritorcersi contro chi li usa. Quand’ero ragazzo sentivo parlare dei gas asfissianti, e ancor oggi potrei ripetere, musica compresa, una strofa dell’inno che i nostri reparti chimici cantavano, sfilando per le strade, nel 1937. I mezzi di distruzione vengono demonizzati, ma la colpa non è loro. La verità è che ognuno trova inammissibili le armi che non possiede. Le bombe ai neutroni, ad esempio, suscitavano lo sdegno dei sovietici e dei loro amici, eppure non è più atroce morire per una bomba ai neutroni che, lentamente, per una freccia avvelenata.
Più importante del progresso dei mezzi di distruzione, però, è l’involuzione del concetto stesso di guerra. Si suol dire che gli Stati maggiori sono sempre in ritardo di una guerra. Ma i politici sono quasi sempre in ritardo di due, e per questo le guerre «si perdono» (man verliert sie, diceva, all’impersonale, Francesco Giuseppe). Così, se gli Stati Uniti non fossero stati in ritardo di almeno una guerra in Vietnam, e non avessero chiesto agli elaboratori d’indicare le quantità di uomini e di esplosivi da impiegare (mentre i «berretti verdi» erano già stati inventati almeno dagli inglesi in Borneo), non avrebbero perduto quella guerra. Oggi c’è la speranza che le atroci imprese dei kamikaze siano almeno servite ad aprire gli occhi sulla nuova natura della guerra, nonché sulla sua connessione con il petrolio e con il commercio degli stupefacenti. Non per citare me stesso (che lo scrivevo anni fa), ma, «siamo in guerra», e lo eravamo anche quando credevamo di essere in pace. Da anni è in corso nel mondo una politica che non è altro che la continuazione della guerra con altri mezzi. Dunque, la guerra si trasforma e rimane. C’è un tipo di violenza che non si può reprimere se non con la forza. Per usare i termini greci, una hybris da cui ci si difende solo con la bia. L’idea, espressa da Bobbio molti decenni fa, che si possa fare a meno di vim vi repellere, è inattuabile. Per «mettere fuori legge la guerra» (come avrebbe voluto il processo di Norimberga) sarebbe necessaria per lo meno una forza pubblica internazionale, che non esiste. Purtroppo (come scrisse Salazar al Pandith Nehru, che stava annettendo Goa, contro il volere degli abitanti) «per scatenare la guerra basta uno solo, ma per accettare la pace occorre essere in due». Rassegnarsi a reprimere la violenza fisica con una violenza più forte non significa, però, che non si debba cercare di portare la competizione su terreni meno distruttivi. Molte volte si è parlato dello sport o del commercio: sebbene i morti non manchino anche qui. Si ricordi ciò che accadeva quando la bancarotta era una cosa seria anziché un mezzo per arricchire il bancarottiere: la concorrenza, anche non sleale, poteva portare il soccombente al suicidio. Sarebbe già un vantaggio, peraltro, non costringere milioni di persone all’omicidio, (mediante la coscrizione obbligatoria) per risolvere problemi come quello, se a Strasburgo si debba parlare tedesco o francese, il meglio essendo che si parlino tutte e due le lingue.
C’è una funzione necessaria e non distruttiva della guerra, ed è sviluppata da Eraclito: un filosofo a cui Hegel amava ricollegarsi, ma che, in realtà, pensava in un modo molto diverso. Si suol dire che per Eraclito «la guerra è madre di tutte le cose». Ma, detto così, il principio suona male, perché volge al femminile ciò che in greco è maschile. Preferisco tradurre: «Il contrasto è padre di tutte le cose»; perché l’esser padre è una funzione diversa dall’esser madre. La guerra non genera dal proprio grembo le cose (e tanto meno quella salute morale, a cui credeva la generazione del ‘14). Ma le cose nascono col contrasto, perché (come dice un altro frammento) «tutte le cose dall’Uno, e nell’Uno tutte le cose». Il molteplice, cioè, forma un «mondo comune» appunto perché le cose contrastano. Se non contrastassero svanirebbero nel nulla; e, con esse, la loro unità. Dunque gli unanimismi, i pacifismi, i consociativismi, i conformismi che mascherano il contrasto (come quelle deliberazioni «per consenso» spesso seguite da dichiarazioni di voto per dire che, se si fosse votato, si sarebbe votato contro) non giovano alla pace. Giovano alla resa, alla speranza di durare a buon mercato il più a lungo possibile. Ma, in generale, molto meno a lungo di quanto si spera.

Vittorio Mathieu è accademico dei Lincei


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