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Il fantasma dell'89

LIBERAL BIMESTRALE
di Biagio De Giovanni
Liberal n. 9 - Dicembre 2001/Gennaio 2002

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La guerra è tornata d’improvviso come questione di attualità. La forma in cui è ricomparsa, con l’attacco a Manhattan e con quello che ne è seguito, non ha più i medesimi aspetti di avvenimenti di un passato anche recente. Le guerre dell’ultimo decennio portavano con sé un carattere relativo, e tutto sommato, «locale». Nate intorno a questioni politiche determinate, anche quando esse alludevano a problemi e interessi di natura più larga come nella guerra del Golfo, il loro confine era consegnato in quell’atto di nascita dal quale non le svincolava nemmeno la larghezza delle coalizioni di volta in volta formatesi. Oggi la cosa è diversa. La dimensione globale del conflitto è apparsa evidente a tutti, e l’ha resa chiara la sua nascita da un atto che ha rotto ogni confine e ha lanciato un messaggio globale, con destinatari sparsi dappertutto, come un grandioso scenario nel quale lo scontro con il nemico si colloca nell’interno di tutte le società, nessuna esclusa. Prima guerra globale, dopo l’irrompere della globalizzazione, a far data da quel 1989 che è sempre più periodizzante - e sempre più lo sarà - per la storia a venire. A riflettere anzitutto e brevemente sui grandi scenari, il nesso con quegli anni è stringente. La caduta del «sistema» sovietico ha incrinato in profondità anzitutto l’organizzazione mondiale degli spazi; ha interrotto continuità politico-spaziali che si erano consolidate, e soprattutto complesse strutture dove i giochi delle egemonie mondiali tessevano e stimolavano organizzazione di forze e di gruppi dirigenti. Il Terzo mondo era «terzo» relativamente ad altri mondi formati, e in rapporto a essi ha fatto per tanti anni politica. Tutto ciò è caduto all’improvviso nel nulla, e all’indomani di quella data il mondo è stato in una misura impressionante lasciato a se stesso. Non per caso ebbe tanta straordinaria fortuna e popolarità l’idea della «fine della storia» - cui corrispondeva sul versante ideologico opposto l’altra idea del «pensiero unico», lanciata criticamente soprattutto da Le Monde diplomatique - che lasciava immaginare un mondo unificato, liberato dal conflitto e unificato dalla democrazia, o egemonizzato da un mercato selvaggio, a seconda dei differenti accenti, la cui fisionomia era disegnata dai tratti di un’economia finanziaria in via di espansione accelerata e unificata, in grado di travolgere tutte la particolarità. L’undici settembre rappresenta la più tragica smentita di questa previsione e soprattutto dell’idea che il mondo potesse fare a meno della politica. Dopo il 1989, non si è dato il via all’organizzazione di un nuovo ordine politico, ma si è immaginato che il mondo potesse (dovesse) essere organizzato, riflesso dal moto accelerato di una economia che non metteva in moto la forza organizzata di potenze produttive e gruppi umani e dunque di coscienze, ma la leggerezza e la libertà di un immenso movimento finanziario, potente ma svincolato dalla storia, libero infine dalla mediazione politica, nel quadro di un individualismo esasperato e antipolitico riflesso in molte filosofie del nostro tempo. Il carattere per diversi aspetti imprevisto e accelerato del crollo sovietico lasciò il mondo scoperto, privo di idee, con un senso di provvisorietà solo in parte nascosto dal fatto che la dimensione epocale degli eventi rappresentò certamente la vittoria di un «campo» e insieme la sua impreparazione a far fronte a questa medesima vittoria. Dopo l’undici settembre - ecco sicuramente un suo effetto duraturo - ritorna con urgenza la necessità di organizzare politicamente gli spazi del mondo, di pensare politicamente le interdipendenze, di organizzare le alleanze, di pensare il mondo come multilaterale (multiregionale) e non come precipitato di un immenso mercato nel quale giocano forze immediate e anarchiche. La potenza della politica torna in campo, mediata dal fatto della guerra. Come si legano questi due fatti, la politica e la guerra? In che senso l’una può richiamare l’altra?

*****
L’ordine nuovo nella storia moderna è nato dalle guerre, dalla loro ampiezza, dalle loro conclusioni. Muovendo da una data abbastanza vicina nella storia d’Europa già allora inteprete globale, il congresso di Vienna, e il periodo che gli storici hanno chiamato «cento anni di pace»; a metà del Ventesimo secolo, all’indomani della seconda guerra mondiale, Yalta e l’invenzione di un equilibrio mondiale che nell’insieme ha retto a gravissime prove. Dopo il 1989, le cose sono andate diversamente: caddero allora senza vero preavviso le strutture portanti della storia politica, senza che ciò potesse produrre l’idea di un nuovo ordine. Per tornare un momento sulle sue conseguenze, il globalismo sembrò non dover incontrare resistenze, muoversi come il fluire libero di una corrente, ma in molti avvertirono che, sul lato opposto, in punti interni allo sviluppo e soprattutto fuori, nelle aree marginali, si andavano concentrando identità e frammenti di identità, localismi fisiologici e identità fondamentali e integraliste. Tutto un mondo di resistenze profonde, che coglievano l’occasione della caduta di ragioni statali, di identità nazionali, di culture politiche le quali pure avevano cercato la modernizzazione, per spingere dentro questi mondi dispersi il tarlo e la forza senza mediazioni di una nuova vitalità, spesso informe e senza regole. In questo quadro, si delineava una possibile torsione catastrofica che l’attacco a Manhattan ha reso esplicito. Ma in un certo senso, proprio il durissimo fatto di una guerra lunga e problematica è destinato ad accelerare il ritorno della politica sullo scenario mondiale. La storia non è un luogo retorico, per declamatori di buone intenzioni, e non è nemmeno uno spazio dove il vitalismo delle nuove libertà economiche, risultato di drammatici squilibri di potere, possa aver libero sfogo. Le dure repliche della storia, come avrebbe detto Hegel, non tardano mai a manifestarsi, a riattizzare la tragicità della storia, a mettere un freno alla chiacchiera, a dichiarare la crisi di quell’ossimoro che si è chiamato «pensiero debole», a mettere in questione il tema della libertà umana. La ricomparsa del nemico dà forza immanente alla dimensione politica, la richiama in vita come una necessità urgente. Guerra e politica si vanno manifestando insieme. Ma in che senso? Per rispondere precisamente a che cosa? Al disordine del dopo-1989, che è lo spalancarsi di un vuoto dove c’era un pieno; a un magmatico fatto vitale che si annidava dentro la medesima globalizzazione e che ha formato pure un terreno di analisi come quella, esemplarmente indicativa pur se segnata da un insopportabile ideologismo, di Negri e di Hardt in Empire: moltitudini contro globalismo, la «moltitudine contro l’Impero»; all’urto fra civiltà, preconizzato nelle ricerche di Samuel Huntington già nel 1993; alla caduta delle culture politiche in gruppi e forze frammentate, ripiegate sulla propria entropia e incapaci di pensiero generale; alla necessità delle idee e delle forze per avere ordine e governo dei processi storici. Per rispondere al tragico rischio che molte attuali visioni contengono, la rinascita della politica rappresenta un fermo punto di riferimento, una via obbligata come perfino il nuovo Bush deve mostrare per avviare la ripresa dell’America.

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Di questo necessario ritorno della politica vorrei sottolineare qui un passaggio che mi pare centrale, il quale è nella politica come ordine e governo degli spazi. Dare ordine, dividere in spazi, organizzare territori e il comando su di essi: la politica moderna è stata anzitutto questo. Ex malo, bonum, si potrebbe dire dopo l’undici settembre, se questa data segnerà il ritorno di questa politica, della necessità di una nuova geometria che faccia ripensare idee come territorio, sovranità, statualità, alleanze, istituzioni postnazionali, multilateralismo, rapporti fra Stati e ultrastatualità, per dar vita a strategie e politiche possibili relative anche alla soluzione di grandi contrasti e squilibri, che non potrà mai avviarsi se non all’interno di una nuova organizzazione degli spazi e di un pensiero e di una azione strategica intorno a essi. È possibile che tutto ciò nasca pure da una guerra? La mia tesi è che questo non solo è possibile, ma che la guerra si va dimostrando già condizione essenziale perchè la vaga intuizione di tutte queste cose e necessità - abbandonate finora al flusso di una nuova immaginata belle époque - si avvii a diventare principio di responsabilità. L’atto riassuntivo della guerra è forse destinato ad accelerare processi che si andavano snervando, perdendo fisionomia, come spesso è avvenuto nella storia, in una storia che solo irresponsabili fantasie giudicavano «finita», o che solo utopie di anime belle concepivano cosmopolita, e che mantiene i suoi tratti di violenza, di forza, che mai la potranno abbandonare, trattandosi di storia umana e non di angeli, di storia dove le forze gli interessi le passioni e persino le idee, per diventare fatto e realtà, si misurano con rapporti di forza e inconciliabili vedute. Non accenno a nessun problema di merito, alle questioni più drammaticamente aperte sulla scena del mondo, giacché qui mi interessa fermar l’attenzione - per così dire - sulla morfologia della guerra e sul significato della sua ricomparsa. Ma mi si passi una sola affermazione generale e qui non veramente argomentata: lo stesso squilibrio mondiale fra povertà e ricchezza diventa problema politico e storico a cui dare risposta, e non esercizio per parole buone, se si misura nel confronto fra sistemi politici in grado di rappresentare soggettività politiche attive. La globalizzazione ha agito come fattore di sviluppo anche in spazi storici marginali o emarginati solo dove - come in certe zone dell’Asia o dell’America latina - ha incontrato sistemi politici attivi e capaci di governo. Dove lo spazio politico è solo lo spazio dispotico, o addirittura tribale, nessun cambiamento è possibile, e non c’è senso di colpa dell’Occidente più o meno giustamente argomentato che possa porvi rimedio.

*****
Ma torniamo sulla guerra. Non ho dimenticato le pagine che Norberto Bobbio dedicò nel 1984 a questo tema in un volume meritatamente famoso che si intitolò Il problema della guerra e le vie della pace. Il ricordo qui sembra quanto mai opportuno e consente di sviluppare qualche aspetto del ragionamento. Bobbio affermava lì un’idea come sempre netta e priva di ambiguità: la novità assoluta della guerra nucleare rispetto a tutte le guerre del passato, e la necessità di un pacifismo per dir così assoluto che nasceva proprio dal fatto che quel dato impediva di avvolgersi nelle spire mortali della logica tradizionale della volontà di potenza, e aboliva - doveva abolire - la guerra dall’orizzonte delle cose possibili. Il compito dei filosofi diventava quello di pensare l’impossibilità della guerra e così la continuazione dell’umanità. Bisognava lavorare alla formazione di una «coscienza atomica» e comprendere che la guerra è incondizionatamente il male assoluto. Come non condividere l’afflato morale di un testo così netto? E anche più di un afflato morale: il rigore di un ragionamento concentrato sulla continuazione dell’umanità di fronte a un rischio mortale e senza precedenti, destinato a mutare il rapporto fra guerra e storia.
Eppure non tutto è così semplice, e il tempo trascorso da quel libro ha reso più vecchio il ragionamento di Bobbio, meno aderente alle cose. Non c’è qui spazio per discutere più ampiamente su meriti e demeriti del pacifismo, anche se non mi voglio negare una bella citazione da Altiero Spinelli che scriveva: «Il pacifismo è l’inconsistente caratteristica di coloro che si sentono destinati a esser strumenti passivi e non soggetti attivi... Pacifisti sono solo i deboli che sanno a priori di esser battuti, o di essere impiegati come strumenti dei forti per fini loro». Ma riconosco che il problema non può esser risolto con una citazione. È il testo di Bobbio, piuttosto, che oggi appare assai invecchiato. Esso poteva essere sia pur problematicamente adeguato a una idea «tradizionale» di guerra, fra Stati in possesso dell’arma totale e per una decisione che subito si presentava come assoluta; un discorso che riguardava la continuità della storia dello Stato, e si collocava entro le varie scansioni possibili del rapporto fra gli Stati e la guerra, tema classico di tutta la storia dell’Europa moderna. Assai meno adeguata la posizione di Bobbio, guardata nel mutamento profondo delle fenomenologie politiche e culturali, quando la guerra rompe i vecchi confini della lotta fra Stati e si immerge in un globalismo cui bisogna dar forma e ordine, e dove al «terrore assoluto» - che non è appartenuto alla dinamica degli Stati se non con il nazismo che non per caso dovè essere abbattuto da una guerra - la risposta della guerra può diventare necessità non meno assoluta di quella opposta. Che fare, dopo l’undici settembre? Discettare sulle colpe dell’Occidente in attesa del secondo colpo, con il contorno del valore assoluto della pace, o rispondere con gli strumenti militari che cercano di impedire quel colpo reiterato? La congiuntura non sembra ammettere repliche. Piuttosto, dalla guerra bisogna far nascere la politica, come osservavo prima. Il mondo globale chiede un nuovo ordine degli spazi, in cui collocare un nuovo ordine delle idee e delle strategie. E allora torna quella filosofia della guerra che è stata gran parte della filosofia politica del mondo moderno. Essa torna come «capace di ordinare», nel quadro non più di una teleologia storica ma di un mondo nel quale pace e sviluppo sono destinati a camminare insieme, alla condizione che lo sviluppo più largo delle democrazie spunti l’arma del terrore assoluto che non ha leggi, e che va stroncato con il più terribile rigore dove si manifesta.

Biagio de Giovanni insegna Storia delle dottrine politiche all'università di Napoli


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