Non avevo e non ho alcuna intenzione di «stroncare» il libro di Marino. Le «stroncature» non mi piacciono e non ne faccio. Semmai, se un libro non mi piace o non mi convince, non lo recensisco ed evito di scriverne. Ma Ruggero Marino, che già in passato mi chiese una prefazione a un suo libro su Cristoforo Colombo, ha molto insistito con gli amici di liberal affinché io recensissi anche il suo ultimo libro. Era evidente che non ne avevo appunto alcuna voglia: non amo scrivere non dico «stroncature», ma nemmeno recensioni anche solo limitative dei libri che non mi piacciono, o non m'interessano, o non mi persuadono. Preferisco recensire quello che mi è piaciuto e di cui posso dir bene. So perfettamente che tale atteggiamento è, se non eccezionale, quanto meno minoritario fra i recensori: ma io sono fatto così. Avrei volentieri ignorato il suo libro, dal momento che non avrei potuto dirne bene. Ma egli è arrivato a dichiarare - mi dicono gli amici della redazione - che gli sarebbe andata bene anche una recensione negativa, purché ne scrivessi. Il che poteva significare solo due cose: o una sconfinata fiducia nel mio parere e una disposizione ad accettarlo qualunque fosse, al contrario di quanto ha poi fatto; oppure una pervicace volontà di farsi comunque pubblicità, strumentalizzando una recensione di una firma a suo avviso in qualche modo influente e autorevole (e applicando quindi un antico principio mediatico: parlate pure male di me, a patto che ne parliate, tanto più che con il tempo la qualità della menzione si dimentica, ma il suo ricordo permane). Se è così, mi sono lasciato strumentalizzare; e so di fare ancora una volta il suo gioco, rispondendo a una replica che francamente non meriterebbe risposta né per la qualità degli argomenti usati, né per il tono. È lui ad avermi ripetutamente cercato, non io lui; è lui ad aver usato in passato il mio nome per sostenere che vi sono storici che lo hanno preso in considerazione (e lamentando che altri non lo hanno fatto). Insomma dovrebbe essermi comunque riconoscente, per la disponibilità e per l'impegno che gli ho dedicato: ho ben altro da leggere che non le sue cose. Viceversa, il piglio risentito della sua replica (che si atteggia appunto a «recensione della recensione», con tanto di delusione per la superficialità del recensore) dimostra ch'egli non ha per nulla compreso lo spirito del mio scritto. Non gli rispondo a proposito delle sue insinuazioni sul lavoro dei docenti universitari, che sfrutterebbero le ricerche degli allievi eccetera. Queste sono chiacchiere indecorose, che non mi abbasso a confutare. Quanto alla «razza padrona» baronale, se mai è esistita (ma oggi non esiste più), io non vi ho mai appartenuto: per indole, e per scelta, ho sempre battuto altre strade. A ogni modo, in ordine a quanto egli sostiene, preciso quanto segue:
- il lettore interessato rilegga la mia recensione e giudichi se essa sia distratta, superficiale o non pertinente. Ribadisco comunque, in sintesi, che Marino non dispone di serie conoscenze storiche sul contesto storico della seconda metà del Quattrocento; che egli non reca alcuna prova a sostegno della sua tesi d'un Colombo figlio d'Innocenzo VIII e fornisce solo ipotesi e congetture ardue a recepirsi a proposito del sostegno di quest'ultimo al viaggio del 1492, attribuendo agli studiosi di Colombo lacune che in realtà sono sue; sul «Colombo templare» sorvolo, per evidenti motivi. Cerchiamo di esser seri;
- se Marino, non storico professionista, vuol far ricerca storica, si accomodi pure: il diritto alla ricerca è patrimonio di tutti. Dal canto mio, ho sempre impiegato gratis un sacco del mio tempo per aiutare persone della sua condizione: l'ho fatto volentieri e continuerò a farlo. Ma bisogna che chiunque vuole occuparsi di storia non disponendo di formazione adeguata s'impegni per impadronirsi di metodi e tecniche a ciò relativi; che accetti con un minimo d'umiltà le franche e costruttive critiche rivoltegli, soprattutto quando egli stesso le ha sollecitate; che cerchi di rendersi conto che, almeno nel mio caso, nessuna critica è formulata con malevolenza ma tutte servono, costruttivamente, per far sì che l'oggetto di tali critiche emendi gli errori e lavori meglio in futuro, nella coscienza, comune a tutti quelli che a qualunque titolo s'interessano seriamente di storia, che tutti facciamo errori e che tutti possiamo migliorare. In quest'àmbito di cose, l'adombrarsi è del tutto fuori luogo: chi ci corregge, impiegando per questo il suo tempo a nostro vantaggio, merita gratitudine, e questo vale sempre e per tutti;
- Marino imposta la sua replica in modo non solo apologetico e risentito, ma anche pretestuoso. Lo ripeto: è fuori strada. Le sue ripicche, illazioni, affabulazioni, esercitazioni retoriche, recriminazioni, denunzie di errori o lacune altrui, analogie, confessioni autobiografiche, rivendicazioni varie, non servono. Se ritiene che gli addebiti da me mossi non siano corretti, li confuti con argomenti precisi: altrimenti ne prenda atto e se ne serva per lavorar meglio in futuro. Ma se vuole difendersi - cosa non necessaria, perché nessuno lo sta accusando: si sta solo rilevando qualche suo errore - usi temi e richiami pertinenti a fonti e a circostanze che concretamente corroborino la validità di un suo assunto o dimostrino l'errore di un mio rilievo o di una mia confutazione; altre «ragioni» non servono;
- Marino sostiene che molti illustri studiosi hanno dato sul Suo lavoro pareri più generosi di quanto io non abbia fatto. Ne sono lieto e me ne congratulo con lui. D'altronde, io non sono affatto uno specialista in cose colombiane: ne so più o meno quanto può saperne uno che in effetti si è occupato un po' di viaggi per mare, pellegrinaggi, scoperte, eccetera. Ben più del mio, conta il parere dei Pistarino, delle Airaldi, delle Caraci e di tanti altri specialisti. Si rivolga a loro: e, se essi daranno ragione a lui e torto a me, farò com'è doveroso onorevole ammenda. D'altronde, dal momento che come recensore non l'ho soddisfatto, lo prego - perché ho davvero molto da fare - di non sollecitare più d'ora innanzi il mio parere su cose riguardo alle quali egli ritiene che la mia competenza non sia sufficiente. Per quanto difatti egli mi ritenga ignorante, non saprà mai fino a che punto ha ragione. Questo, purtroppo, lo so soltanto io.