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Così vago e sorridente il Bakunin di Bacchelli

LIBERAL BIMESTRALE
di Antonio Debenedetti
Liberal n. 8 - Ottobre/Novembre 2001

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Le irrisolte velleitˆ e fumisterie rivoluzionarie del Diciannovesimo secolo, le conseguenti fughe in una clandestinitˆ animosa e in un estremismo vocazionalmente sanguinario, ebbero nel romanzo otto e novecentesco uno spazio qualitativamente se non quantitativamente privilegiato. Basterebbe ricordare, guardando ai vertici di una narrativa incentrata sulla marginalitˆ e sulla rivolta, capolavori quali I demoni di Dostoevskij o, su altro pedale, L'agente segreto del Conrad. Nel primo, in particolare, un'insuperata potenza tragica fa da leva a un'analisi, sotto molti aspetti profetica, dell'estremismo, delle sue disperate chimere.Scrittore di tutt'altra pasta e di ben pi modesta levatura rispetto ai due giganti sunnominati, contento d'una sua facondia non esente da vezzi manieristici, comunque lontana da un terribilismo che nei due slavi sembra avere radici in quelle viscere inesplorate della natura dove abitano insieme con le Furie tutte le altre divinitˆ notturne, il bolognese Riccardo Bacchelli si ciment˜ con il tema dell'oltranzismo politico nel suo romanzo forse pi riuscito e ancor oggi d'effetto. Ci si riferisce, come il lettore avrˆ giˆ inteso, a quel Diavolo al Pontelungo uscito la prima volta nel lontano 1927 e adesso opportunamente riproposto negli Oscar Mondadori. L'intreccio poggia sulla figura dell'anarchico Michail Bakunin ormai quasi sessantenne e provato nella salute. Siamo infatti nel 1873 e tre anni appena lo separano dalla morte."Materialista come un professore tedesco di quei tempi, fatalista come un russo d'ogni tempo", il Bakunin del Bacchelli  giunto a sentirsi ormai "nemico di quasi tutti i suoi antichi e nuovi compagni, ridotto senza risorse... alla merc della grazia di Dio, in cui non credeva". A questo eroe cucinato con tutte le spezie e gli aromi d'un gusto decadente, per come sgrassato da una sensibilitˆ tutta e completamente novecentesca, l'autore affianca fin dalle prime pagine un Carlo Cafiero che sembra caduto dalla cornice color oro antico d'un olio dimenticato sulla parete d'un corridoio buio. "Polverose le scarpe, l'abito scuro abbottonato fino al mento, polverosa la barba nera..." ci viene mostrato come un'incarnazione perfetta "d'intellettuale austero, dallo sguardo mansueto e vago, sorridente dietro le lenti". Insieme con altri apostoli d'una giustizia sociale da ottenersi con qualunque mezzo, Bakunin e Cafiero prepareranno un'impossibile rivolta anarco-sindacalista. E sui loro obbiettivi e metodi la dice lunga il capitolo intitolato La febbre della dinamite.Il romanzo non piacque a Gramsci, non dispiacque a Mussolini e fuori dalle polemiche pi contingenti trov˜ il consenso dei nostri critici maggiori, da Cecchi e Contini. Sullo scrittore bolognese si espresse positivamente anche il Croce. Oggi a colpire  specialmente la prosa del Bacchelli. Esponente in primissimo piano d'un gusto e d'una disciplina consolidatisi intorno al fin troppo menzionato rappel a l'ordre rondista, sia pur vissuto con una sorta d'incandescente originalitˆ, l'autore del Diavolo al Pontelungo sembra valersi d'una naturale disposizione all'eloquenza e alla musicalitˆ per˜ guidate, tenute a freno, da una diligenza operativa che si vuol lucidamente consapevole nella scelta d'ogni parola, nella disposizione d'ogni virgola. Riccardo Bacchelli, Il diavolo al Pontelungo, Oscar Mondadori, 403 pagine, 14 mila lire
 

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