Recensire il libro di un amico può essere imbarazzante - ma non lo è nel caso di Guglielmo Piombini, perché la sua bravura, la sua preparazione, la sua compita erudizione (oserei dire: onniscienza) cancellano ogni sospetto di piaggeria del recensore. La proprietà è sacra riunisce una serie di saggi politicamente scorretti: Piombini rivaluta il Far West come "epopea libertaria della storia americana" (tema che sarà oggetto di un suo libro prossimo venturo, per Facco), riscopre i "proletari per il laissez-faire" scioccando i Cofferati della situazione in un viaggio all'origine del sindacalismo, delinea un'ecologismo liberista, progetta un federalismo davvero radicale, arriva a "graziare" (tra virgolette) Pol Pot in un'ipotetico confronto con Carlo Marx all'insegna del chi è il più totalitario del reame.
Ma è sul saggio d'apertura che mi vorrei brevemente soffermare. Il titolo è di per sé indicativo, Verso una teoria liberale della lotta di classe. Come, pensavate che fosse un concetto originariamente marxista? Sbagliato, risale a due allievi di Jean-Baptiste Say, Charles Comte e Charles Dunoyer, i quali ne avevano una concezione parecchio diversa, s'intende, da quella di Marx. Ma primigenia, originaria: la lotta di classe è fra chi detiene (nella terminologia di Franz Oppenheimer) i "mezzi politici" e chi si deve accontentare dei "mezzi economici". Non c'è sfruttamento, spiega Piombini, nel "borghese" lavoro-libero, bestia nera di Marx. Ma lo sfruttamento è una costante in quei rapporti in cui lo Stato gioca un ruolo, quando "un determinato gruppo di uomini si impossessa della macchina statale, e può quindi esercitare una forma di potere coercitivo nei confronti dei restanti individui della società. Due e solo due sono quindi le classi che si oppongono: la classe governante, al potere, e la classe governata, comandata e tassata a vantaggio della prima". Lo studio di Piombini è debitore delle straordinarie e pionieristiche analisi, sviluppate soprattutto sul Journal of libertarian studies, da Leonard Liggio, Ralph Raico e da Murray Newton Rothbard dagli anni Settanta a questa parte. Ma anche di una scuola italianissima come quella delle élites. Piombini ha il merito, immenso, non solo di aiutarci a ricordare i Mosca e i Pareto (liberali più di tanti altri liberali presunti che citare fa tanto chic) - ma anche di segnalare al lettore italiano figure neglette. Come Dunoyer, Comte, ma lo stesso James Mill, ormai noto pressoché soltanto per una paternità non delle più fortunate.
Non solo: Piombini riassume e presenta la critica "austriaca" a Marx e alla sua teoria dello sfruttamento, inconsistente perché "è assurdo sostenere che qualcuno possa sfruttare qualcun altro attraverso le pacifiche e non-coercitive attività di mercato". L'impiegato, il lavoratore non è uno schiavo - e l'imprenditore non è un padrone: esistono l'uno per il beneficio dell'altro. Non è così per il contribuente e il "consumatore di tasse", che è evidentemente un parassita, punto e basta, qualsiasi fiorita giustificazione s'inventi per trovarsi un perché. Sta in quest'analisi di un'oggettività frastornante, il nucleo del pensiero libertario - e la speranza è che, come scrive Piombini, l'esercito degli "sfruttati" possa finalmente sviluppare una "coscienza di classe". Sembra una storia già scritta, ma è tutta un'altra musica.
Guglielmo Piombini, La proprietˆ sacra, Edizioni Il Fenicottero, 270 pagine, 30 mila lire
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