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I mutanti del nuovo nichilismo

LIBERAL BIMESTRALE
di André Glucksmann
Liberal n. 9 - Dicembre 2001/Gennaio 2002

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La storia non muore in un unico colpo, essa agonizza lentamente nella stessa misura in cui le popolazioni si abbandonano o vengono abbandonate alla regia dei colpi di machete o degli spari delle carabine. «L’agonia ha luogo solo in quelle malattie in cui la vita si estingue per gradi», precisa le Littré, il dizionario della lingua francese classica (ndt). Ai margini del Ventesimo secolo, l’Europa illuminata si immergeva nella certezza di essersi lasciata alle spalle i tempi della schiavitù. Ricredutasi da questa illusione per aver istituito nel cuore stesso nel Vecchio Continente il peggio che l’uomo potesse infliggere all’uomo, l’Europa credette, attraverso la grazia dell’antifascismo e dell’anticolonialismo, di porvi finalmente la parola fine. Le guerre dimenticate, i miasmi delle guerre fredde, i rinvii delle guerre calde, le società alla deriva, i popoli abbandonati, le restituiscono ormai l’immagine di un pianeta che si sfalda pezzo dopo pezzo. La storia non è soggetta a progredire o a scomparire, da una parte può abortire, dall’altra marcire, più di una volta i suoi frutti hanno smentito le promesse dei suoi fiori. Fino all’undici settembre 2001, i Grandi hanno considerato queste agonie come esotiche sbavature trascurabili. I massacri erano «africani», i furori «balcanici», le resistenze «caucasiche» e le guerriglie sempre lontane, salvo quando qualche nostro turista ne cadeva vittima. Scoprono allora che non sono fuori pericolo, come una manciata di intellettuali pazzi non smetteva di proclamare. Il vomito della storia risale fino a loro. La lebbra delle rovine conquista le terre più benestanti. Dalle grotte dell’Afghanistan alle Torri di Manhattan, il nesso è chiaro, la putrefazione, assurda per la sua scorza, nichilista nel suo nocciolo, è una potenza universale. Assurdo non significa insignificante. Assurde sono le grandi visioni del mondo che un tempo lo camuffavano, la violenza nuda parla. Essa punta verso un obiettivo da terrorizzare, afferma una proprietà e una autorità. Essa stabilisce che questo è mio e questo è tuo. Essa segue la sua logica e la sua strategia, definisce il suo modo di governare, di afferrare e conservare il potere sotto l’Olimpo, in una buona metà del pianeta. La violenza, che non si imbarazza più, o poco, delle giustificazioni teoriche, dei conti ideologici, rimane portatrice di messaggi. Smette di cambiare stile, sempre meno dichiarativa e più prescrittiva, essa non descrive, essa decreta. Essa abbandona la preoccupazione di essere attiva o, più precisamente, essa sceglie di essere esclusivamente performativa: essere è fare. Un gruppo di sconosciuti cattura degli ostaggi, non serve niente di più per essere etichettati «rivoluzionari», la loro trasgressione vale come certificato di nascita e carta di identità. Il nichilismo non ha un perché. Fiorisce perché fiorisce, imponendo sia ai vicini che ai lontani il suo «perché no?». La coalizione necessaria contro il mandatario del macello di Manhattan fu, come per tutte le alleanze, carica di ambiguità. Nell’urgenza non sono stati evitati gli scarti di lingua, così il presidente americano fa appello a una «crociata» per ritrarsi poi il giorno successivo e scappare alla moschea più vicina. Il senso generale dell’azione intrapresa, promessa a lunga durata, è stato condensato dall’etichetta «guerra contro il terrorismo», tutti i partners hanno acconsentito, salvo litigare lì per lì sulla definizione di «terrorismo». Da due secoli questo termine è portatore di pesanti equivoci. Esso stigmatizza innanzi tutto il franco tiratore, l’irregolare, il soldato senza uniforme che supplisce un esercito (nella rotta o nella formazione) e difende un territorio (invaso o occupato): guerriglia spagnola o russa contro Napoleone, francese contro i Prussiani nel 1870-71. Questo termine ha ostracizzato ancor di più il «partigiano» che non si appella più a uno Stato costituito (benché sconfitto), ma a una nazione in formazione, a una società a venire che sostituisca la sua guerra «di liberazione» contro un invasore o un colonizzatore con una guerra civile («rivoluzionaria»). Se l’undici settembre costituisce una svolta decisiva e segna l’assunto di una nuova minaccia, è obbligatorio riconsiderare il concetto di terrorismo o rinunciarci.
La violenza è inscindibile dal terrore. Non è con una prova di forza che agli scambi di colpi si sostituiscono scambi, benché impliciti, di minacce. Ogni campo promette di colpire più forte se l’avversario non arriva al pentimento. In un duello di volontà, in cui ognuno ricusa la legge dell’altro, a perdere è il combattente che anticipa mentalmente, in preda al panico e alla paura, la sua sconfitta fisica e si vede «già morto». «Che cos’è una battaglia persa?… È una battaglia che crediamo di aver perso» (Joseph de Maistre). Il più spaventoso vince. Il più spaventato cede. Ogni guerriero deve apparire temibile e ispirare timore. Ogni guerra implica, dalle due parti, una dose di terrorismo. Tuttavia, il terrore rischia di violare il quadro della guerra suscitando un doppio accecamento: del terrorizzato e del terrorizzante. O è il panico che distrugge il combattente, o è il furore che lo porta al di là degli obiettivi assegnatigli. Paride, l’amante di Elena, abbandonò il campo di battaglia; Aiace, il campione greco, trasformò il suo campo in campo di massacro. Il terrore non controllato si trasforma in virus, e questo diventa follia, per chi lo produce e per chi lo subisce. Per dominare il terrore nel corso della battaglia serve la disciplina, la cosiddetta «forza dell’esercito». Dopo la battaglia, tocca alla città. Tutte le mitologie indoeuropee, sottolinea Dumezil, manifestano la difficoltà a trattenere l’entusiasmo degli eroi tutti fuoco e fiamme. Orazio, il vendicatore pazzo furioso, assassino di sua sorella Camilla, rappresenta per Roma il pericolo dell’illimitatezza di un ardore che non risparmia nemmeno il proprio campo. Quando si rende autonomo il terrore per il terrore, si minacciano indistintamente amici e nemici. Il terrorista viola il quadro del conflitto generale e non rende conto di niente a nessuno. Il dominio del terrore è da allora bilaterale. Le due parti sono connesse contro un parossismo che minaccia l’una e l’altra. La maggior parte delle guerre fa questo tipo di distinzione tra violenze lecite e illecite nel nome degli usi e delle convenzioni, che escludono alcuni mezzi (l’avvelenamento), conservano alcuni luoghi (i santuari), proibiscono alcune armi (l’archibugio e i gas), salvaguardano alcune popolazioni (distinzione tra civile e militare). Queste leggi della guerra, eminentemente variabili, limitano le pratiche violente, ma ancor più le potenzialità del terrore: ciò che è concesso vale come inimmaginabile. Abolendo queste frontiere, tutto ciò che è concesso dal nichilismo degli iniziatori di una guerra totale emancipa il terrorismo che le guerre tradizionali tentavano di controllare. Nella tradizione: i colpi dell’aviazione americana che evitavano al massimo i civili afghani; fuori dalla tradizione, la distruzione totale di Grozny per mano dell’esercito russo nell’anno 2000. Se i pacifisti se ne infischiano della differenza, il giubilo iniziale che ha colpito la gente di Kabul liberata dai guerriglieri di Massud grazie all’aviazione americana, invece tiene conto di questa distinzione. Il tredici novembre 2001 la musica ha riconquistato la capitale dell’Afghanistan, nella città non esistevano barbieri. Sia esso soldato, franco tiratore o partigiano, il terrorista assoluto (uno Stato, un gruppo, un individuo) ostenta un’entrata in gioco liberata da tutte le regole. Così facendo, egli si affranca delle capacità moderne che rendono nichilisti. Scatenando una violenza che di fatto non risparmia nessuno, suscitando spavento mirato a chiunque, a tutti, la guerra si criminalizza e il terrorismo si dimostra come crimine contro l’umanità. Ciò fonda di diritto un’alleanza universale contro il terrorismo diffuso, precisiamolo, nella sua versione nichilista.
Prima del tribunale di Norimberga, in cui vennero condannati i leader del nazismo, esiste un solo e unico precedente, particolarmente illuminante, nel diritto internazionale: quello dei pirati dei mari. Il fenomeno venne definito come nemico dell’umanità (hostis generis humanis), con l’onere per tutte le potenze di catturarlo «vivo o morto». L’espressione reiterata dal presidente americano è tradizionale e benvenuta, nonostante le incomprensioni e i sorrisi sprezzanti degli spettatori senza memoria. È stato necessario che l’equilibrio europeo si affermasse (Trattato di Utrecht 1713) affinché i principali Stati moderni si accordassero e bandissero la pirateria. Un secolo più tardi la nuovissima marina degli Stati Uniti sarà in grado, in completa legittimità internazionale e senza alcuna pretesa coloniale, di purgare l’Algeria dei suoi pirati dei mari.
Di quale autorità si avvalgono quegli Stati che mettono il pirata al bando dall’umanità? Essi forse dispongono della sovranità sulle specie marine? Assolutamente no! Nessuna potenza o coalizione di potenze esercita sugli oceani un potere analogo a quello di uno Stato nel suo territorio terrestre. Il mare è uno spazio «libero» che non appartiene a nessuno, spiega Grotius già nel 1609, distinguendo la cosa privata (che si può possedere), la cosa pubblica (un fiume, proprietà comune alle popolazioni confinanti) e la cosa comune (l’oceano e il mare): «Se i romani sono riusciti ad armare flotte e punire i pirati catturati per mare, non è stato in virtù del loro diritto privato, bensì in virtù del diritto che anche i popoli liberi hanno sul mare» (Grotius, Della libertà dei mari). Se non si è certi che questo fu il parere dei romani, questo fu in compenso quello che venne postulato originariamente dal «diritto dei popoli europei», che non riconosce di primo acchito nessun «padrone del mondo».
Il principio del 1609 resta vero anche nel 2001, le forze armate americane perseguono i mandatari del massacro di Manhattan e dell’Afghanistan fin nei loro covi. È nel nome degli «altri popoli liberi» che queste organizzano la campagna militare contro Al Qaida e i Talebani. Secondo il pirata lo spazio marittino è res nullius, una terra vergine che non appartiene a nessuno, un terreno di caccia in cui il primo a sparare può conquistare tutto. Il giurista e l’Europa illuminata stipulano che lo spazio marittimo appartiene a tutti (res omnium), che la circolazione e il commercio possono essere svolti liberamente, che nessuno ha il diritto di ostacolare la libertà di nessuno con l’uso della violenza. L’oceano «non può avere proprietari», sostenendo di esercitare con la forza una sovranità, il pirata arreca danno alla libertà di tutti e si autodefinisce criminale: «L’oceano, che l’antichità definisce immenso, infinito, padre di tutte le cose e senza altro confine che il cielo… non può essere né contenuto, né racchiuso, ed è più probabile che sia lui a possedere piuttosto che essere posseduto» (Grotius). Una umanità ostacolata nella comunicazione è colpita nelle sue condizioni di esistenza. L’aria e la navigazione aerea dipendono in egual modo da un dominio «comune», il terrorista che dirotta un aereo e lo aziona come arma di distruzione di massa appare, allo stesso titolo del pirata di altri tempi, un nemico privo di umanità, soggetto a una «guerra contro il terrorismo». L’obiettivo è il nichilista distruttore, il soldato, il franco tiratore, il partigiano, anche se attraverso queste tre figure progredisce una violenza assoluta che fissa la sua bandiera e reclama i suoi pieni poteri a Ground Zero. Eroi di un’aggressione senza freni né fine, i pirati o gli Hitler si attaccano non per questo o quel motivo, ma per tutto nella misura in cui la loro guerra totale non scalzi soltanto le condizioni di questa o quella pace, ma di tutte le paci. La propaganda attraverso l’esempio dell’esplosione nichilista diffonde minacce non meno pericolose, ma più contagiose, di quanto faccia la proliferazione nucleare. Lo spasmo di una Hiroshima planetaria non assilla più gli strateghi. Lo spettro di una rivoluzione mondiale e totale si smorza nelle biblioteche. Il Nemico assoluto ha abbandonato il palcoscenico. Conviene o dormire fra due guanciali - come si è fatto per dieci anni - o riconsiderare l’impensabile sotto l’aspetto manifesto di un nichilismo mutante. È inutile demonizzare ancora gli avversari, occorre invece imparare a individuare l’avversità proteiforme. «La virtù deve brillare attraverso l’avversità» (Aristotele). Il tredici novembre 2001 costituisce una risposta alle agonie dell’undici settembre, il nichilismo non è invincibile. I colpi americani e i militanti di Ahmed Shan Massud che lottano a piedi nudi lo hanno scosso per bene. Tuttavia non è scomparso, ma i sorrisi di Kabul liberata, le botteghe dei barbieri che straripano, così come i negozi di radio, gli uomini sbarbati e i ragazzi che ballano davanti alle televisioni, le donne che ritornano al lavoro e alcune di esse che timidamente si tolgono il burqa, la musica che si impossessa delle strade, tutto questo renderà omaggio a coloro che diventarono polvere nell’esplosione di Manhattan.
(traduzione dal francese di Maria Pia Franco)

André Glucksmann è scrittore e filosofo

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