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Nasce l'era del terrorismo permanente?

LIBERAL BIMESTRALE
di Ernst Nolte
Liberal n. 9 - Dicembre 2001/Gennaio 2002

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Si erano appena verificati gli attacchi terroristici contro il World Trade Center a New York e il Pentagono a Washington, subito diventati per milioni di persone in tutto il mondo, grazie alla televisione, i più evidenti possibile, che improvvisamente sono risuonate in tutte le bocche due parole che nel mondo occidentale da lungo tempo si era cercato di evitare, cioè le parole «guerra» e «nemico». Era stata dichiarata guerra alla civiltà, si disse, e il presidente americano, tentando di contenersi, dichiarò con grande vigore che l’America avrebbe vinto questa guerra contro questo nemico, e che la sua risposta militare non si sarebbe fatta attendere. Ma ciò che era accaduto a New York e a Washington era qualcosa di meno di una guerra, nonostante il termine «attacco terroristico», che da molti anni è stato spesso usato in varie occasioni, fosse inadeguato. Infatti, ognuno dei grandi attacchi aerei che durante la seconda guerra mondiale furono condotti contro città tedesche e giapponesi, aveva devastato zone che dal punto di vista dell’estensione spaziale erano assai più grandi, interi quartieri o addirittura intere città, ma gli autori erano sempre conosciuti, erano cioè i nemici a cui in precedenza era stata dichiarata guerra.
E tuttavia gli eventi di New York e Washington sono stati qualcosa di più di una guerra. In nessuna delle guerre del Ventesimo secolo sono morte in tre soli edifici più di cinquemila persone, poiché quasi sempre venivano prima fatte suonare le sirene d’allarme e le persone potevano così cercare riparo; anche le più terribili catastrofi - la distruzione di Hiroshima e di Dresda -, potevano essere in un certo senso attese. Qualche lontana analogia con l’aggressione terroristica è rappresentata dall’attacco giapponese a Pearl Harbor e la distruzione delle dighe tedesche di sbarramento da parte degli inglesi. È vero che durante gli ultimi mesi di guerra ci sono stati in Giappone, come pure in Germania, attacchi-kamikaze, ma che aerei di linea pieni di passeggeri venissero trasformati da attentatori suicidi in bombe mortali, questo è stato un evento senza precedenti. In questa circostanza lo sconvolgimento nei confronti di ciò che non ha precedenti, di ciò che è assolutamente singolare, è stato generale, mentre l’inizio sia della prima che della seconda guerra mondiale non aveva suscitato alcun terrore, perché perfino nel 1939 era ancora diffusa su scala mondiale l’idea tramandata che la guerra fosse «un elemento nell’ordine mondiale divino».
Da duecentocinquant’anni a questa parte, questa idea è stata sempre più messa in discussione da filosofi e intellettuali - al massimo livello da Kant, secondo cui lo stato di «cosmopolitismo», cioè lo stato di non-belligeranza, doveva essere dichiarato come il fine della storia, e poi giù giù fino alle concezioni popolari, secondo le quali solo le contese dei monarchi o delle «classi dominanti» esigevano «immagini del nemico» e costringevano alla guerra i popoli, che di per sé erano pacifici. Così, sia nella prima che nella seconda guerra mondiale, gli americani hanno creduto di stare conducendo l’«ultima guerra» contro l’ultimo «nemico dell’umanità». Anche le guerre in Vietnam e, più tardi, in Serbia possono essere comprese come difesa di un’alleanza aggredita o come «intervento umanitario». Ma mai fino a ora l’America era stata colpita da azioni belliche sul proprio territorio.
Ed è proprio questo, ciò che è accaduto l’undici settembre 2001, e questa volta il nemico era sconosciuto. Che si trattasse di terroristi islamici, all’inizio era solo una supposizione; che uno Stato fosse la base di questi terroristi, non era subito dimostrabile. Reti di complici e simpatizzanti erano presenti presumibilmente in molte aree del mondo, e sicuramente in tutti i Paesi islamici. Ma si poteva condurre un «contrattacco» contro uno Stato, soltanto se con ciò non si volesse intendere un’annosa, dura e per lo più invisibile lotta nel sottofondo delle organizzazioni terroristiche e dei servizi segreti. Pertanto è capitato a proposito che l’America già da anni fosse alla caccia di un leader dei terroristi, cioè Osama Bin Laden, e che fosse noto il suo attuale rifugio, cioè l’Afghanistan. Così non si ha avuto bisogno di ammettere che l’«antiamericanismo» fosse esteso in tutto il mondo islamico e che ciò avesse una concreta causa principale, cioè l’appoggio il più possibile incondizionato all’aggressiva lotta che Israele sta conducendo per difendersi dai suoi vicini arabi e in particolare dai palestinesi. Di fatto, quasi tutti i governi degli Stati islamici si sono uniti alla «guerra contro il terrorismo», non diversamente dalle grandi potenze Russia e Cina, che da parte loro sono minacciate da tendenze islamistiche rispettivamente in Cecenia e nel Sinkiang. Così, il sette ottobre è iniziata la guerra degli americani e degli inglesi contro l’Afghanistan, che non voleva essere una guerra contro uno Stato, ma un’azione di polizia appoggiata su scala mondiale contro il regime dei «Taliban» che si rifiutava di consegnare Bin Laden.
Ma ciò che stava accadendo mostrava molti caratteri tipici di una guerra vera e propria: pesanti attacchi aerei a postazioni e a basi del nemico nelle città e nei villaggi di un Paese già ampiamente devastato dalla guerra precedente e dalla successiva guerra civile, vittime tra la popolazione e altri gravi «danni collaterali» non minori di quanto era accaduto dieci anni prima nella guerra del Golfo. E tuttavia questa non era una guerra comune, come era accaduto già migliaia di volte nel corso della storia. Chiamare i soldati «assassini» era da anni uno slogan pacifista, tanto diffuso in tutto il mondo quanto stolto: in guerra i soldati uccidono, ma sono anche pronti a farsi uccidere, e perciò non sono assassini, e la guerra non è priva di una sua peculiare dignità. Ma gli aerei da combattimento che bombardavano l’Afghanistan volavano a tale altitudine da non essere raggiungibili dalla difesa contraerea, e quindi in questo modo spariva l’antichissimo ethos della guerra: se si trattava di una guerra, allora questi soldati potevano effettivamente essere definiti «assassini». E se si trattava di una guerra, allora anche i politici tedeschi, che hanno promesso all’America il loro «incondizionato sostegno», sono stati colpevoli per lo meno della «preparazione di una guerra di aggressione», e con ciò sono stati nemici della costituzione, esattamente come il presidente americano, secondo la formula del patto Kellogg, avrebbe dovuto essere considerato come un «criminale di guerra».
Ma mai prima d’ora nella storia universale una guerra aveva trovato il chiaro e univoco appoggio di quasi tutti i governi del mondo, come pure dell’intero Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, e ciò in virtù del fatto che si trattava effettivamente di un’«azione di polizia», con la quale la «civiltà universale» si stava difendendo da una minaccia di proporzioni enormi. Poliziotti che indossano giubbotti antiproiettile e preparano con cura le loro azioni non possono essere accusati, se i criminali restano sul posto e se le circostanze obbligano a colpire anche persone innocenti.
Ma anche se ciò che da un punto di vista meramente esteriore assomigliava a una guerra dovesse essere portato a buon fine, resteranno valide tutte le ipotesi riguardo a una forma totalmente nuova della guerra in una civilizzazione mondiale determinata da un’«unica potenza planetaria». Infatti, con il regime dei Taliban e con Bin Laden la possibilità del terrorismo non è scomparsa. Sembra infatti una speranza vana, che il terrorismo possa morire in virtù di una lotta decisa contro la povertà e per mezzo di una «giusta soluzione del conflitto medio-orientale», perché così il suo terreno di coltura verrebbe disseccato. Se infatti le disuguaglianze e i conflitti attualmente presenti nella civiltà universale diminuissero, crescerebbe la coscienza di quelle differenze e di quei conflitti che continuano a persistere, e l’attacco dell’undici settembre 2001 potrebbe diventare il modello mitico per molti che lottano contro «il potere» o anche per coloro che vogliono esercitare un potere ancora più forte. Anche se il filosofo del «discorso libero dal dominio» (J. Habermas, n.d.t.) ci mette in guardia nei confronti dello «stato di sicurezza» del futuro, in ogni caso non può essere esclusa la possibilità che «la civiltà universale» nel prossimo secolo non conosca più alcuna guerra come lotta tra Stati, ma assomigli molto più a una situazione di guerra permanente secondo il modello dei controlli negli aereoporti, che non a quella situazione idilliaca di amore universale fra gli uomini della quale soprattutto i primi socialisti hanno elaborato immagini così toccanti.
Ma ciò significa forse che Kant e Saint-Simon erano nel torto, e che le un tempo così ovvie concezioni della guerra e dell’inimicizia in quanto realtà fondamentali emergono nuovamente in primo piano, anche se profondamente trasformate? È curioso che sul significato dell’undici settembre per il presente e per il futuro siano stati tenuti decine di migliaia di discorsi e siano stati scritti altrettanti articoli, ma che si sia a malapena riflettuto se gli attacchi terroristici e il terribile sgomento che ne è risultato possano servire anche come strumento per fare chiarezza sul passato. La distruzione del World Trade Center ha generato terrore, perché era senza precedenti e, fino a quel momento, inimmaginabile. Perfino lo scoppio della seconda guerra mondiale, in quanto tale, non evocò alcun terrore; fu solo nel corso del suo svolgimento che accaddero avvenimenti senza precedenti, terrorizzanti; e a eccezione del lancio della bomba atomica tutto ciò - «olocausto» incluso - divenne noto soltanto dopo la fine delle ostilità belliche. Un terrore diffuso era stato però suscitato già prima della fine della prima guerra mondiale dalla Rivoluzione russa, tanto che il corrispondente di sinistra di un grande quotidiano tedesco aveva scritto dell’«orrore», effettivamente senza precedenti nella storia europea, che si era diffuso in ogni città della sfortunata Russia, cioè «lo sterminio pianificato di un’intera classe sociale». Ma proprio questo procedimento sistematico aveva suscitato altrettanto entusiasmo o addirittura pieno consenso, perché molti ritenevano che appunto questa classe sociale e il suo sistema, il «capitalismo», portasse la colpa della «carneficina» della guerra.
Solo nei marginali circoli europei della «borghesia», ovvero dello strato sociale che venne annientato in Russia, si continuò ad avere terrore per tutto ciò, e la più importante conseguenza consistette nel fatto che la seconda guerra mondiale non fu più solo una pura guerra fra Stati, ma una guerra civile europea fra ideologie nemiche. Tuttavia troppe idee, interessi e anche visioni contribuirono a far sì che gli effetti di quel primo terrore diventassero invisibili e che esso lasciasse il posto, non solo il posto principale ma l’unico, al secondo, più forte, terrore, a quello cioè dell’«olocausto» e dei «crimini nazisti». Che la «guerra fredda» fosse una prosecuzione profondamente trasformata della «guerra civile europea», è un fatto che solo di rado è stato percepito, ma al tempo stesso si è trattato anche di qualcosa di diverso, poiché non è sfociata in nessuna guerra reale.
Lo sgomento nei confronti degli attacchi terroristici dovrebbe dunque non solo spingere a formulare ipotesi e congetture per il futuro, ma anche a ripensare il passato. Si può per esempio riconoscere un preciso nesso che porta dalle guerre tra Stati del Diciannovesimo secolo e dagli inizi della prima guerra mondiale alle guerre civili ideologiche della maggior parte del Ventesimo secolo e, successivamente, all’aggressione terroristica contro una nascente «civiltà universale» che è molto meno idilliaca e priva di conflitti di quanto protagonisti come Condorcet e Kant avessero immaginato. Ma come costoro avevano un’idea di «trascendenza» ed erano nel giusto di fronte alla teoria della guerra come un «elemento nell’ordine divino universale», così certamente non si può dare completamente torto a quei pensatori che temono il futuro della civilizzazione universale e le sue corrispondenti tendenze politiche.

Ernst Nolte insegna Storia moderna all'Università di Marburgo

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