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Quante crociate in nome di Gramsci

LIBERAL BIMESTRALE
di Giuseppe Bedeschi
Liberal n. 8 - Ottobre/Novembre 2001

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In un saggio del 1926 sulla questione meridionale Gramsci afferm˜ che Gobetti "non era un comunista e probabilmente non lo sarebbe mai diventato, ma aveva capito la posizione sociale e storica del proletariato e non riusciva pi a pensare astraendo da questo elemento". "Egli - aggiunse Gramsci - scav˜ una trincea oltre la quale non arretrarono quei gruppi di intellettuali pi onesti e sinceri che nel 1919-20-21 sentirono che il proletariato come classe dirigente sarebbe stato superiore alla borghesia". Il giudizio di Gramsci era (dal suo punto di vista) esattissimo. Gobetti, infatti, aveva visto nella rivoluzione bolscevica e nella costruzione dello Stato sovietico una grande affermazione di liberalismo; aveva proclamato che anche in Italia la borghesia aveva esaurito la propria funzione, e che la civiltˆ capitalistica, nei suoi aspetti pi alti, poteva essere salvata solo dalla classe operaia; aveva individuato nei Consigli di fabbrica teorizzati e animati da Gramsci il "grandioso movimento" destinato a salvare e a rigenerare la societˆ italiana. Inoltre, Gobetti aveva considerato il fascismo come "l'autobiografia della nazione", nel senso che esso era il risultato inevitabile dei mali della storia italiana: del fatto che l'Italia non aveva avuto la Riforma, bens“ la Controriforma; del suo Risorgimento fallito, perchŽ limitato a ristrette Žlites, incapace di coinvolgere le masse popolari; del trasformismo che aveva caratterizzato tutta la vita politica italiana dall'Unitˆ in poi, e che aveva avuto sempre come obiettivo quello di conservare i privilegi delle classi abbienti, grazie ai servigi di una classe politica estremamente ristretta, vegetante su una economia arretrata e anemica. Secondo Gobetti, fra Depretis, Giolitti e Mussolini la differenza era solo di grado, non di sostanza. SicchŽ egli ne concludeva che solo il proletariato rivoluzionario avrebbe potuto spazzare via il fascismo e infondere nel popolo italiano un nuovo ethos.Anche questi pensieri gobettiani sulla storia italiana erano largamente condivisi da Gramsci. E poichŽ il retaggio culturale di Gobetti conflu“ in misura notevole nel Partito d'azione, ha perfettamente ragione Dino Cofrancesco quando parla del "gramsciazionismo" come di una importante categoria storico-politica, che ha operato efficacemente nelle vicende italiane a partire dal secondo dopoguerra. Cofrancesco ha ora raccolto tutti i suoi saggi su questo tema: ne  uscito un grosso volume Sul gramsciazionismo e dintorni, con prefazione di Sergio Romano, pieno di analisi acute e sottili, e tanto denso di riferimenti storico-politici quanto appassionato nella discussione e nella critica. Mi pare che Cofran-cesco individui assai bene, al di lˆ delle singole tesi da esso propugnate, il centro intellettuale e spirituale del "gramsciazionismo", quando indica "l'attitudine di crociata, la considerazione del nemico come male assoluto, l'insuperabile riluttanza ad attribuirgli, se colto, un qualsiasi credo morale e, soprattutto, l'inconsapevole disposizione a seguirlo sul suo terreno: quello della divisione del mondo in buoni e malvagi, all'insegna del chi non  con me,  contro di me" (p. 64). Di qui una indubbia affinitˆ ideale fra azionismo, fascismo e comunismo. Da questo crogiolo  sorto un tipo di mentalitˆ manichea che opera ancor oggi in larghi settori della sinistra italiana. Una mentalitˆ che delegittima moralmente e politicamente l'avversario, e che concepisce la lotta politica solo in termini di ripulsa e di scomunica.
Dino Cofrancesco, Sul gramsciazionismo e dintorni, Marco editore, 290 pagine, 38 mila lire
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