Non è facile comprendere in che senso la Terza Via propugnata dalla sinistra italiana ed europea sia "terza". La ragione è che si sono spostati i termini di riferimento. La Terza Via si definiva originariamente, vale a dire negli anni Venti e Trenta, come una via intermedia tra il comunismo e il capitalismo. Questo significato coincise sostanzialmente con il progetto politico del laburismo inglese del secondo dopoguerra, caratterizzato dalla nazionalizzazione della grande industria, e dalla costruzione di un Welfare State universalistico, finanziato con un elevato livello di tassazione sul reddito e sul capitale. Coincise anche con il programma della socialdemocrazia tedesca, almeno sino alla svolta di Bad Godesberg. Nel riproporre la Terza Via, l'ideologia socialista europea si è trovata con i termini di riferimento necessariamente cambiati. Venuto meno il comunismo, la Terza Via è diventata terza tra il capitalismo e la socialdemocrazia realizzata. La novità della Terza Via, e il suo interesse, non sta certo nel fatto di proporre un modello economico e sociale distante dal capitalismo. L'interesse sta nel riconoscimento che la socialdemocrazia realizzata non è più un sistema adeguato alla realtà delle società post-industriali e post-moderne. Ma quale è il contenuto della Terza Via? Essa può rappresentare una alternativa alla visione liberale? Per comprenderlo bisogna innanzitutto risalire alla radice del modello socialdemocratico. E questa radice è l'ideologia della redistribuzione.
I due significati di "redistribuzione"
Più di quarant'anni fa, il grande pensatore liberale francese Bertrand de Jouvenel formulò una distinzione fra due diverse nozioni relative all'idea stessa di redistribuzione. La prima è quella di fornire ai bisognosi i mezzi di sussistenza, si tratti di un reddito minimo nei periodi di disoccupazione o delle cure mediche essenziali che essi non potrebbero pagare. Questa nozione, per de Jouvenel, è parte integrante dell'idea stessa di società, ed è "una manifestazione primaria di solidarietà". La seconda nozione di redistribuzione consegue all'idea che "la disuguaglianza dei mezzi fra i diversi membri della società è cattiva in sé e dovrebbe essere eliminata". Nonostante che questa distinzione possa apparire a molti come nulla più che un problema di analisi concettuale, pressoché priva di importanza per il mondo reale, essa è invece al cuore del contrasto fra l'idea liberale della società e l'idea socialista in tutte le sue numerose varianti, compresa quella socialdemocratica. La differenza fondamentale fra le due nozioni sta nel fatto che la prima può essere definita in termini di livello "assoluto" di reddito (o di beni equivalenti). In questo senso, ciò che costituisce un livello accettabile di reddito dipenderà solo dal livello medio di ricchezza in un Paese o comunque nella comunità di riferimento. La seconda nozione, al contrario, è nella sua essenza un concetto relazionale. Anche in una società i cui membri più poveri guadagnino un milione di dollari all'anno, vi è spazio per la redistribuzione della ricchezza, dai più ricchi ai meno ricchi. Per un ordine liberale, a porre i maggiori problemi etici e politici è la seconda nozione di redistribuzione. Il motivo principale è che procurare le risorse necessarie ad aiutare i poveri non implica necessariamente una sistematica interferenza negli ordini sociali che rappresentano il prodotto delle regole di giusta condotta prevalenti in una società libera; non implica, in particolare, l'idea di "correggere" i risultati di tali ordini in quanto non rispondenti a un qualche criterio di "giustizia sociale" definito in base a valori propri soltanto di una parte dei cittadini. Nel mondo reale (o meglio, nella politica reale) le due nozioni sono si può dire inestricabilmente confuse. Anche buona parte di coloro i quali si considerano liberali paiono ritenere la redistribuzione un concetto scontato, sicché l'unica differenza tra un'idea liberale della società e della politica e un'idea socialdemocratica consisterebbe, in sostanza, nel livello della redistribuzione stessa. Ma questo è un errore concettuale, che deve essere dissolto se si vuole dare alla visione liberale la dimensione che essa può assumere dopo la crisi del modello socialdemocratico.
La giustificazione etica della redistribuzione
Una delle distinzioni fondamentali nel discorso etico è la differenza fra giudicare un'azione (per esempio, una politica pubblica) sulla base della bontà (o malvagità) delle intenzioni che l'hanno originata e giudicarla invece sulla base della bontà (o malvagità) delle conseguenze che ha prodotto nel mondo reale. Coloro i quali vedono con favore la redistribuzione sono persuasi che la loro posizione sia moralmente giustificata - e, soprattutto, moralmente superiore a qualunque altra posizione - perché la redistribuzione sarebbe fondata su ragioni eminentemente morali. I redistribuzionisti sono animati da amore per l'umanità - se non per ogni singolo individuo; pongono l'altruismo al di sopra dell'egoismo; ritengono che tutti gli uomini debbano essere trattati come aventi eguale valore, e non come soggetti al caso di natura o di nascita (l'elenco potrebbe continuare all'infinito). Naturalmente, sarebbe solo una questione di psicologia da salotto affermare che tutti coloro che vogliono la redistribuzione lo fanno perché davvero sono animati da questo genere di aspirazioni, o perché invece sono mossi dal sentimento più di tutti contrario all'etica, ossia dall'invidia. È perfettamente chiaro tuttavia che non si dovrebbe dare per scontata la verità della prima alternativa. Di fatto, dopo lo straordinario lavoro di Helmut Schoeck è impossibile ignorare la mole di evidenza biologica, psicologica e antropologica che dimostra come l'invidia sia davvero la motivazione fondamentale soggiacente alla moderna richiesta di redistribuzione, o di uno degli infiniti strumenti concepiti per realizzarla - quali un'imposta sul reddito fortemente progressiva e tasse di successione confiscatorie. È ben noto che, nei sistemi a imposizione progressiva sul reddito, le aliquote massime producono in realtà una quota assolutamente minima del gettito totale (nel 1962, negli Stati Uniti le aliquote dal 75 al 91 per cento del reddito produssero solo lo 0,2 per cento del gettito totale). A questo proposito, Schoeck osservò che "nemmeno i governi conservatori, quando succedono ad amministrazioni di sinistra, possono di norma far molto per smantellare tale forte progressività. Temono troppo, infatti, l'invidia che ritengono ciò susciterebbe nell'elettorato... Invocare "motivi umanitari" quando quello vero è l'invidia... rappresenta uno degli strumenti retorici favoriti dei politici attuali, e tale è da almeno centocinquant'anni".
Colpisce fino a che punto sia giunta nella coscienza pubblica la confusione fra sentimenti morali autentici e sentimenti che tutto sono meno che etici. Il fenomeno riguarda anche le Chiese, il cui compito dovrebbe essere quello di tenere vivi nella coscienza dei credenti i principi della morale. Nel 1985, per esempio, nel Rapporto di una commissione istituita dall'Arcivescovo di Canterbury per indagare sui problemi delle aree urbane, la parabola del Buon Samaritano veniva usata come argomento per appoggiare dal punto di vista morale la continua crescita del prelievo fiscale, destinata a finanziare la redistribuzione messa in atto dal Welfare State. Ma, come ha sostenuto il filosofo inglese Antony Flew, il ragionamento era "frutto di un errore, o forse di semplice ignoranza... Infatti il Buon Samaritano applicò le sue stesse fasce con le proprie mani, e pagò il locandiere di tasca propria: le sue azioni manifestano un amore che trascende le esigenze della legge (della giustizia)". Questo modo di pensare è diventato quello abituale della maggior parte delle Chiese cristiane nel mondo, compresa la Chiesa cattolica. Dal dovere morale che ogni cristiano ha di aiutare il suo prossimo meno fortunato si fa discendere come conseguenza logica l'imposizione coercitiva da parte dello Stato di una redistribuzione diretta al fine di procurare tale aiuto. Sostenere però che le risorse da redistribuire debbano essere raccolte in larghissima misura via imposizione di legge, e non via donazione volontaria, equivale a sostenere che il dovere morale della carità è sostanzialmente disconosciuto dai credenti. Vista in prospettiva storica, si tratta di una posizione che non ha precedenti nel passato delle Chiese cristiane, o almeno della Chiesa cattolica. Se infatti qualcosa ha caratterizzato la dimensione politica della Chiesa cattolica, è stata proprio la pretesa di organizzare la carità in forma indipendente da qualsiasi potere dello Stato - a volte anzi di averne il monopolio. Il fatto che le Chiese avallino e addirittura invochino oggi un crescente potere dello Stato in tutte le questioni sociali avrà probabilmente conseguenze radicali quanto alla loro influenza sulla moralità delle persone. Come è accaduto in tutti i Paesi in cui si è creato un Welfare State omnipervasivo, c'è da attendersi che tale influenza declini nettamente.
Non è necessario attardarsi ulteriormente a discutere la questione della bontà morale delle intenzioni dei redistribuzionisti. E ciò per la semplice ragione che disponiamo oggi di una amplissima evidenza, in base alla quale è possibile affermare che la redistribuzione nelle società contemporanee, la sua dimensione e i suoi profili sono interamente spiegati dalla logica stessa dei processi della democrazia rappresentativa. I politici possono ben credere, nel cuore del loro cuore, di attuare la redistribuzione in obbedienza a principi morali. La realtà è che la redistribuzione, a favore di gruppi capaci di garantire suffragi, delle risorse prelevate via tassazione generale, rappresenta il meccanismo fondamentale su cui i politici che sono al potere puntano per essere sicuri di restarci. I politici non al potere, a loro volta, puntano, per andarci, sulla capacità di persuadere una pluralità di gruppi sociali che saranno loro i beneficiari netti di una diversa politica redistributiva. L'amplissimo lavoro di ricerca, empirica e teorica, condotto dalla scuola di Public Choice negli ultimi quarant'anni ne ha fornito un'ampia prova. E l'analisi della politica in termini di puro senso comune conduce alle medesime conclusioni. Non è necessario adottare una visione utilitarista dell'etica per credere che la moralità delle politiche pubbliche debba esser giudicata soprattutto dalla bontà delle loro conseguenze, più che da quella delle intenzioni dei politici che le propongono e le mettono in atto. Come Max Weber ci ha insegnato, il criterio etico che è giusto usare nella valutazione della politica è "l'etica della responsabilità", assai più che "l'etica delle intenzioni". Le politiche redistributive come tutte le altre, dunque, devono essere giudicate eticamente accettabili oppure no sulla base delle loro conseguenze. Possiamo far questo in due modi distinti, benché concorrenti. Possiamo cioè giudicare quali siano le conseguenze di una politica ispirata a valori (come la redistribuzione) sulla base di altri valori etici. Oppure, possiamo valutare quali siano state le conseguenze di tale politica nel mondo reale.
a) I valori. Possiamo cominciare dal primo punto. Era opinione condivisa da liberali quali Bastiat, Tocqueville e Pareto che la redistribuzione forzata per legge (fosse questa la legislazione sociale, o la limitazione della libertà contrattuale o del diritto consuetudinario, o la regolamentazione economica) avrebbe avuto come conseguenza inevitabile quella di ledere alle fondamenta la sfera della libertà individuale per tutti i cittadini, a prescindere dalla loro ricchezza relativa. Tale giudizio, peraltro, non veniva specificamente riservato alla redistribuzione. La legislazione redistributiva era incompatibile con la libertà perché implicava l'imposizione alla società di un modello dato: non rilevava invece che tale modello consistesse nel mantenimento dei tradizionali privilegi di casta, nella protezione degli interessi economici costituiti o in una prospettiva socialista. L'idea che la libertà fosse incompatibile con qualunque modello si volesse imporre alla società era già ben chiara a David Hume. In tempi recenti, è stata rivisitata dal filosofo americano Robert Nozick. Si assuma che qualcuno sia riuscito a realizzare un certo stato della società (una data distribuzione egualitaria della ricchezza, per esempio, ma anche una distribuzione marcatamente dis-eguale), e che ciò accada al tempo T. Se però gli individui sono lasciati liberi, è pressoché inevitabile che al tempo T+1 la situazione sia del tutto differente. Come risultato dell'interazione reciproca, alcuni individui avranno di più, altri meno di quanto avevano al momento T. A prescindere dalle differenze che esistono fra gli individui in termini di doti naturali, il caso è ragione sufficiente perché il modello non sia mantenuto. Preservare il modello nel corso del tempo richiede necessariamente un'interferenza sistematica con la libertà individuale.
Nell'ultimo secolo, la tesi dei difensori dei "diritti sociali" è stata che tali diritti rappresenterebbero una estensione delle tradizionali libertà "negative", e non una loro limitazione. I diritti negativi (per esempio, i diritti di proprietà) erano fondati sulla libertà individuale. I diritti positivi avrebbero assicurato che la libertà non fosse più soltanto privilegio di pochi. "Libertà per tutti" sarebbe stato il risultato finale della realizzazione dei diritti positivi via legislazione sociale (redistributiva). L'esperienza del mondo reale in questo secolo non ha fatto altro che dimostrare che Bastiat, Tocqueville e Pareto avevano ragione. Le politiche redistributive hanno drasticamente ridotto la sfera della libertà individuale per la grande maggioranza dei cittadini. La crescita della legislazione sociale ha duramente limitato la gamma e la portata delle libere scelte individuali. Nelle moderne democrazie del Welfare, buona parte dell'istruzione, della sanità, della produzione, addirittura dello svago, è nelle mani dello Stato e non dei cittadini. La Svezia è il caso di scuola di un Paese in cui il processo di redistribuzione del reddito e della ricchezza è andato di pari passo con la riduzione della sfera della libertà individuale, tanto per i cittadini più ricchi quanto per i più poveri. Il processo, peraltro, è qualitativamente identico in tutte le democrazie del Welfare. I redistribuzionisti possono forse sostenere che il risultato di una redistribuzione prolungatasi per oltre un secolo sia stato "la ricchezza per tutti". Quello che non possono dire affatto, però, è che la redistribuzione abbia realizzato l'idea originaria di "libertà per tutti". Vi è stato un chiaro trade-off tra diritti sociali e sfera delle decisioni individuali. Non è la libertà, tuttavia, l'unico valore eroso dalla redistribuzione. Poiché la libertà è condizione necessaria - benché non sufficiente - di ogni altro valore morale, la restrizione della sfera della libertà si è tradotta nell'indebolimento di altri valori. La responsabilità è probabilmente il valore più importante fra quelli che hanno sofferto della perdita di libertà individuale. Anche questo è un risultato già previsto da Tocqueville, ed empiricamente confermato da un'amplissima evidenza, soprattutto per quanto attiene ai rapporti familiari. È intellettualmente insoddisfacente che i redistribuzionisti oggi invochino a voce sempre più alta i "valori comunitari" come "nuova" base del "nuovo" Stato del benessere. Da ogni punto di vista, l'indebolimento delle "società naturali" era lo scopo delle politiche di Welfare. L'indebolimento del senso di responsabilità degli individui verso se stessi e il loro prossimo ne è stata la necessaria conseguenza.
b) I fatti. Quest'ultima osservazione ci conduce naturalmente al secondo aspetto del nostro problema. I redistribuzionisti affermano che la moralità delle loro politiche si fonda su due fatti: che la redistribuzione ha fatto crescere il benessere dei poveri, e che ha aumentato la ricchezza economica e l'utilità della società. Ma queste affermazioni sono più che dubbie. Cominciamo dalla prima. Il punto in questione qui non è che, da un punto di vista statico, la redistribuzione possa avere qualche effetto benefico per i percettori. Ciò è ovviamente vero per qualunque percettore, sia costui povero o ricco. Il problema vero è di sapere se la redistribuzione diretta a rimuovere la diseguaglianza dei mezzi fra i diversi membri della società - per ricordare de Jouvenel - sia stata realmente un mezzo efficace per aiutare i poveri a non essere più tali. Poiché la redistribuzione è stata la caratteristica fondamentale delle politiche pubbliche in tutte le democrazie moderne, la risposta alla domanda non è scontata. Come accade quasi sempre nelle scienze sociali, non abbiamo la possibilità di variare le condizioni al fine di isolare un unico elemento causale da tutti gli altri. Un fatto, tuttavia, è cruciale in questo contesto. Nonostante l'enorme crescita delle risorse destinate alla redistribuzione via politiche di Welfare, la povertà in termini assoluti è ancora un problema grave in quasi tutti i nostri Paesi. I redistribuzionisti affermano che ciò è dovuto al fatto che non vi è abbastanza Welfare State. La sicurezza sociale assorbe oggi circa il 30 per cento del prodotto nazionale lordo dei nostri Paesi. È lecito, dunque, chiedersi che cosa mai intendano i redistribuzionisti quando sostengono che non vi è abbastanza spesa sociale. La realtà è che le politiche redistributive si sono dimostrate uno strumento assai poco efficace nell'affrontare il problema della povertà: incomparabilmente meno efficace, in particolare, di quanto siano le organizzazioni caritatevoli private. Che per mezzo di politiche redistributive omnipervasive non si sia riusciti a sradicare la povertà non è affatto una sorpresa per coloro i quali hanno chiare le ragioni e i profili della redistribuzione nelle democrazie rappresentative. La redistribuzione deriva dal fatto che ovunque si verifichino differenze di ricchezza fra i cittadini il reddito medio è più alto del reddito dell'elettore mediano. In queste condizioni, vi sarà sempre una maggioranza di elettori favorevoli alla redistribuzione (e alla tassazione progressiva), quale che sia il livello assoluto della ricchezza. Poiché però i tassi marginale e medio di tassazione e redistribuzione sono determinati dall'elettore mediano, non vi è ragione alcuna per cui la redistribuzione debba essere a favore della parte più povera della popolazione. L'analisi dei processi di organizzazione e rappresentanza politica degli interessi rafforza tale conclusione: i poveri infatti costituiscono probabilmente, in assoluto, il gruppo sociale meno capace di organizzarsi e indirizzare i propri voti verso uomini politici determinati. Tutto ciò, naturalmente, è noto da tempo. Come ha scritto George Stigler, "la spesa pubblica viene attuata a beneficio soprattutto delle classi medie, e finanziata con tasse che pesano in buona parte su poveri e ricchi".
Veniamo ora alla seconda affermazione, quella cioè che la redistribuzione avrebbe fatto crescere la ricchezza e l'utilità del cittadino "medio". Anche in questo caso, la complessità del mondo sociale rende necessaria una risposta complessa. Sul piano più teorico, la redistribuzione è stata tradizionalmente giustificata in base all'assunto che per ogni individuo l'utilità marginale del denaro sia decrescente. Il benessere economico di una società data può dunque essere fatto crescere mediante trasferimenti forzati di ricchezza dai ricchi ai poveri, laddove ricchi e poveri sono definiti in termini relativi. Ma perché si possano dedurre prescrizioni redistributive (dal ricco al povero, evidentemente), diversi altri assunti devono tenere, compreso quello che l'utilità abbia una misura cardinale, così da permettere confronti interpersonali di utilità. Nonostante la notevole quantità di intelligenza profusa su questo punto (di recente e autorevolmente da Mancur Olson), la giustificazione utilitarista della redistribuzione è inficiata, e gravemente, dalle difficoltà che inficiano il concetto stesso di utilitarismo. Veniamo alla ricchezza. Per moltissimo tempo si è sostenuto che la redistribuzione avrebbe fatto crescere sia il benessere globale di un Paese sia la ricchezza media dei cittadini. L'assunto della validità del keynesianesimo era, naturalmente, ingrediente essenziale della prima parte della tesi. Non vi è tuttavia ragione di presumere che la tesi fosse vera in passato, né che lo sia tuttora. Poiché la crescita economica è il risultato di una varietà di fattori, è difficile isolare l'effetto della redistribuzione. È difficile, inoltre, calcolare in modo esatto i reali effetti redistributivi della spesa in sicurezza sociale e della spesa pubblica in generale. Ingegnandosi quanto è necessario, e scegliendo il periodo di tempo "appropriato", è facile produrre esempi che dimostrino come una elevata crescita economica sia compatibile con una elevata redistribuzione o, all'opposto, come la crescita economica si accompagni a un basso livello di redistribuzione. La Germania degli anni Cinquanta e il Giappone sono due casi recentemente ricordati da Olson.
Tuttavia, sono ormai disponibili dimostrazioni e ricostruzioni storiche non aneddotiche, grazie soprattutto alle ricerche del sociologo tedesco Erich Weede. Per dirla con le sue parole: "In complesso, i dati sul prelievo fiscale e sulla spesa previdenziale insieme avvalorano l'idea che il socialismo strisciante danneggi la crescita. Che la socializzazione dell'economia sia perseguita da socialisti ideologicamente impegnati o da "conservatori" i quali preferiscono avere il potere amministrando politiche socialiste alla frustrazione dell'opposizione condotta dal versante conservatore o libertario, questo non fa differenza. I fatti contano, non le parole". Le tesi di Weede hanno trovato ulteriore conferma econometrica in questi ultimi anni. Lo studio più rilevante è probabilmente quello di R. Gwartney, R. Lawson, e R. Holcombe, i quali hanno fornito una misura precisa degli effetti negativi della redistribuzione sulla crescita economica prendendo come riferimento i Paesi Ocse nel periodo 1960-1996: "(...) se la spesa pubblica sul Pil è del 10 per cento maggiore (per esempio, il 35 piuttosto che il 25 per cento) all'inizio del periodo di riferimento, il tasso di crescita sul lungo periodo del Pil è di un punto percentuale inferiore. Conseguentemente, un aumento del 10 per cento nelle dimensioni della mano pubblica durante un decennio ridurrebbe la crescita di mezzo punto percentuale".
Qui, più che l'econometria, rilevano forse la logica microeconomica e l'evidenza empirica. Le politiche redistributive influenzano la produzione della ricchezza in diversi modi. In primo luogo, le coalizioni politiche nate da accordi redistributivi distolgono risorse dai settori più produttivi, spostandole verso usi meno produttivi. In secondo luogo, poiché tutelano interessi costituiti, indeboliscono presso i beneficiari della redistribuzione gli incentivi a innovare. In terzo luogo, inducono forti pressioni contro l'apertura delle economie nazionali alla concorrenza internazionale, poiché quest'ultima rende assai più difficile il godimento di rendite garantite dallo Stato. In quarto luogo, le politiche fiscali implicate dalla redistribuzione disincentivano i membri più produttivi della società dall'utilizzare appieno le loro capacità. Questa sommaria rassegna a nostro avviso basta a dimostrare che vi sono buone ragioni per dire che l'esistenza di politiche redistributive può avere come conseguenza la diminuzione della ricchezza delle nazioni. È interessante osservare che i costi della redistribuzione sono in larga misura costi nascosti. Se, e quando, la redistribuzione assume la forma di un trasferimento monetario verso un gruppo sociale dato, calcolarne il costo per i gruppi residui può sembrare facile. Tale calcolo tuttavia non include i cosiddetti costi-opportunità, ossia le perdite derivanti dal fatto che la redistribuzione e la protezione legislativa di interessi costituiti hanno impedito la creazione di ricchezza (non si riflette nemmeno sul fatto che il puro e semplice mantenimento per via di legge di una distribuzione data della ricchezza è di per sé una forma di redistribuzione). Come avrebbe detto Frédéric Bastiat, i vantaggi della redistribuzione sono chiarissimi per i percettori della medesima: ma la ricchezza che non è stata prodotta come risultato della redistribuzione è ce qu'on ne voit pas. La sua distruzione danneggia tanto i vincitori quanto i perdenti del gioco redistributivo.
Un ragionamento analogo vale per la questione del se la redistribuzione abbia fatto crescere la ricchezza media dei cittadini. Nella sopra ricordata analisi della redistribuzione condotta dalla scuola di Public Choice, la conclusione è che a crescere è stata la ricchezza dell'elettore mediano. Ciò, tuttavia, vale solo da un punto di vista statico. Se si considerano oltre ai costi diretti anche i costi-opportunità, diventa discutibile che la redistribuzione abbia davvero significato per la classe media un miglioramento economico di fatto, in termini assoluti, superiore a quello che si sarebbe avuto se le politiche redistributive non fossero diventate, a partire dagli anni Trenta, la spina dorsale delle nostre democrazie. Un sintomo importante in questo senso sia il fatto che le giustificazioni addotte per la redistribuzione stanno cambiando. L'argomento originario dei redistribuzionisti era che la redistribuzione avrebbe posto la larghissima maggioranza dei cittadini in condizioni migliori di quelle che si sarebbero avute altrimenti. Solo i ricchissimi sarebbero stati necessariamente perdenti. Oggi, però, l'argomento è del tutto diverso. I redistribuzionisti ora affermano - come ha fatto di recente Paul Samuelson - che la redistribuzione è una buona cosa anche se rende le società globalmente meno ricche. Naturalmente, la ragione addotta per spiegare che la redistribuzione continua a essere una buona cosa è che la grande maggioranza delle persone sta comunque meglio di quanto starebbe in una società più ricca ma senza redistribuzione. In questo modo, i redistribuzionisti finiscono con il riconoscere che la loro prima e originaria asserzione è stata confutata. Questa seconda, tuttavia, si fonda sugli stessi identici assunti della prima: ossia, sulla stessa idea del funzionamento dell'economia e sulla stessa idea del comportamento umano. Non c'è ragione, dunque, perché l'asserzione rivisitata e corretta debba essere giusta. È curioso come i redistribuzionisti difendano il loro ideale senza guardare al modo in cui la redistribuzione viene concretamente effettuata tramite i processi legislativi. Anche qui, assistiamo a una trasformazione degna di nota. Era una delle tesi forti dei partiti socialisti che i parlamenti fossero per definizione nel giusto quando promulgavano le serie infinite di leggi che applicavano gli ideali della redistribuzione; e lo fossero in tanto in quanto le maggioranze parlamentari rappresentavano la maggioranza del popolo, la quale maggioranza, a sua volta, era fatta di persone che avevano bisogno della redistribuzione, a spese dei più ricchi. Adesso, alle prese con i problemi posti dalle politiche redistributive, i socialisti accusano l'"avidità" dei "due terzi più ricchi" della popolazione che si rifiuterebbero di curarsi del "terzo" più povero, e sempre più tenderebbero a usare la legislazione a proprio vantaggio. La verità è che i socialisti vedono oggi ciò che i liberali avevano predetto molto tempo fa. Non dovrebbero prendersela con l'"avidità" della maggior parte delle persone, bensì con la propria mancata comprensione della realtà delle democrazie rappresentative e dovrebbero, pertanto, sopportare la responsabilità morale per le conseguenze delle loro idee e azioni politiche.
Oltre l'economia
Le conseguenze negative in termini di ricchezza forse non rappresentano il problema principale cui dobbiamo far fronte adesso e dovremo far fronte in futuro, come risultato dell'aspirazione ideale a imporre alla società un modello redistributivo. Le conseguenze principali, in verità, sono politiche. Tenteremo di illustrare questo punto. Una delle pietre angolari che sostennero la formazione di regimi costituzionali fu il principio di distinzione fra legge e moralità. Era compito proprio dello Stato offrire la cornice giuridica al cui interno gli individui potevano interagire e cooperare pacificamente. Lo Stato non aveva fini etici. Di fatto, l'idea di uno Stato etico era in flagrante contraddizione con il liberalismo, e costituiva invece l'autentico fondamento ideologico dell'assolutismo prima e delle dittature di massa di questo secolo poi. Lo Stato redistributivo è invece anch'esso uno Stato etico. Nessun aspetto della vita umana sfugge al suo ambito di azione, e così dev'essere se si vuole imporre alla società un modello generale. La legislazione redistributiva non è per natura legislazione generale e non è neutrale dal punto di vista dei valori. L'imperativo del raggiungimento di una sempre maggior eguaglianza dei mezzi diviene il criterio morale fondamentale per la legittimità di tutte le politiche pubbliche. Queste puniscono alcuni tipi di comportamento non perché suscettibili di danneggiare alcuno ma perché non conformi all'imperativo dell'eguaglianza. Ne discende la conseguenza necessaria che ogni confine fra sfera dei rapporti privati fra i cittadini e sfera pubblica tende a scomparire, perché la prima è stata resa dipendente dalla seconda al fine di perseguire l'imperativo dell'eguaglianza. Come abbiamo sopra ricordato, la realtà dei processi politici della democrazia rappresentativa ha sostanzialmente modificato il contenuto delle politiche redistributive rispetto all'ideale socialista originario. Le conseguenze negative per la democrazia liberale, tuttavia, non sono affatto scomparse. La separazione fra sfera privata e sfera pubblica era lo strumento essenziale del liberalismo per evitare il conflitto all'interno della società. Lo Stato redistributivo, però, è privo di tale strumento: non un aspetto della vita dei cittadini, in pratica, è al riparo dalle decisioni parlamentari prese a maggioranza.
Non dovrebbe sorprendere, dunque, che come conseguenza di tutto questo il processo politico si sia trasformato in una continua battaglia fra interessi organizzati che tentano di appropriarsi della loro fetta delle risorse prelevate dallo Stato. E ciò che ottengono è funzione non del loro contributo al benessere dei concittadini bensì del loro peso nel gioco della distribuzione. Così stando le cose, è del tutto ovvio che i gruppi che pensano di aver perso nel gioco nutrano risentimento verso gli altri gruppi. È sempre stata una delle grandi pretese dei redistribuzionisti quella che la redistribuzione fosse e sia tuttora l'unica maniera per assicurare la pace fra i gruppi sociali in regimi democratici. Ma, come sempre hanno fatto nel corso della loro storia, i redistribuzionisti confondono i risultati del capitalismo con i risultati della loro propria azione: è perché il capitalismo produce tanta ricchezza che i conflitti sociali generati dalle politiche redistributive non si sono aggravati fino al punto da diventare pericolosi per la cooperazione pacifica delle persone. Un'altra conseguenza è altrettanto evidente. I cittadini non credono più che lo Stato sia al di sopra degli interessi privati. Anche la limitata esperienza della gente comune è sufficiente a far comprendere che lo Stato - tanto a livello nazionale quanto a livello locale - serve non l'interesse generale bensì gli interessi privati dei diversi gruppi di pressione. Ci si può chiedere quali conseguenze avrà questa situazione sulla legittimità dei regimi democratici. Mai lo Stato è stato così esteso: mai - tranne che in tempo di guerra - ha assorbito una così ampia quota della ricchezza nazionale. Allo stesso tempo, però, è evidente anche per la gente comune che lo Stato è sempre più incapace di assolvere in modo efficace le sue funzioni tradizionali. Decisioni vitali vengono prese con estremo ritardo o non vengono prese affatto, come dimostra la permanente formazione di elevati deficit di bilancio. È superfluo osservare che i deficit di bilancio rappresentano proprio il risultato di schemi redistributivi mirati ad assicurarsi sostegno elettorale. Più dei bilanci, a essere in deficit oggi sono le istituzioni democratiche. Ci si domanda se riusciranno ancora ad assicurarsi la lealtà dei cittadini quando l'impossibilità di ulteriori espansioni dei deficit renderà chiaro che le promesse politiche di dare tutto a tutti hanno fatto definitivamente il loro tempo.
La soluzione sta nella Terza Via?
I sostenitori della Terza Via paiono aver compreso che c'è qualche cosa che non funziona nelle politiche redistributive. Ritengono però che il problema abbia a che fare con l'attuale struttura del Welfare State, che stia negli strumenti utilizzati per realizzare l'ideale della redistribuzione. A loro avviso, tutto ciò che si richiede sono riforme "intelligenti" - per usare l'aggettivo più amato dai cosiddetti "socialisti di mercato" -, che comprendano un mix di incentivi personali e benefici redistributivi più estesi. Lo ha espresso molte volte il teorico più famoso della Terza Via, Anthony Giddens. Per l'ideologo di Tony Blair "la riforma dello Stato assistenziale dovrebbe mirare a ottenere un nuovo equilibrio tra rischio e sicurezza nella vita delle persone. La disponibilità ad assumere rischi rappresenta una componente fondamentale dell'iniziativa e della responsabilità personali, così come la valutazione del rischio. Gran parte dello Stato assistenziale è una forma di assicurazione collettiva ma, a differenza di quanto avviene nel caso delle assicurazioni private, i dibattiti sul tema dello Stato assistenziale hanno prestato ben poca attenzione al mutamento della natura dei rischi nel mondo odierno. Lo Stato assistenziale post-bellico si fondava su di una concezione passiva del rischio e, di conseguenza, su una concezione passiva della sicurezza. Se ci si ammalava, si subiva una menomazione, si divorziava o si perdeva il proprio lavoro, lo Stato assistenziale doveva subentrare per proteggerci. Oggi viviamo in ambienti decisamente più esposti all'incertezza, dai mercati globali alle relazioni familiari, ai sistemi di assistenza sanitaria". Per Giddens la soluzione sta nel fatto che "i servizi sociali devono dare un apporto allo spirito imprenditoriale, incoraggiare la saldezza d'animo necessaria ad affrontare un mondo in cui i cambiamenti sono sempre più rapidi, ma al tempo stesso devono essere in grado di fornire sicurezza quando le cose vanno male. I sistemi di intervento pubblico finalizzati al lavoro (Welfare to work), la riforma della tassazione e altre scelte politiche concrete possono contribuire a realizzare questo ambizioso obiettivo".
In tutto questo l'ideale della redistribuzione non viene per nulla discusso. Tutto ciò di cui ci si occupa sono i mezzi oggi opportuni per ottenere la stessa identica cosa che il Welfare State originario prometteva. Ma la questione di fondo è che da sempre la logica del Welfare State non ha nulla a che vedere con la logica assicurativa, se non nella retorica con la quale è stato propagandato. La logica assicurativa si basa infatti sulla stretta relazione tra rischio e premio. Nel Welfare State questa relazione semplicemente non esiste. Avviene esattamente il contrario, perché quelli che hanno minori probabilità di dover ricorrere ai servizi di Welfare sono coloro che maggiormente contribuiscono, direttamente o attraverso la tassazione generale, al loro finanziamento. Questo avviene perché il Welfare State ha come scopo primario la redistribuzione del reddito, e soltanto come scopo secondario il fornire servizi che il mercato non "potrebbe" fornire, o potrebbe fornire soltanto a un costo molto più alto per tutti i cittadini, come sostenevano i fautori del Welfare State originario. Giddens afferma che il Welfare State tradizionale è messo in crisi dall'avvento di un mondo di incertezza. Ma se si vogliono mantenere intatti gli scopi originari del Welfare State, come vuole fare Giddens, allora la conclusione corretta è che in un mondo di incertezza bisogna espandere ulteriormente il carattere universalistico del Welfare State, non restringerlo per vincolare le sue prestazioni a considerazioni di merito morale o a qualità individuali come la capacità di assumersi dei rischi. Ogni mossa nella direzione di legare le prestazioni del Welfare State al rischio va esattamente nella direzione opposta all'ideologia redistribuzionista. Questo è il punto fondamentale che mina le basi teoriche della Terza Via, e che rende le sue ricette non soltanto vaghe e indeterminate - la Terza Via è semplicemente tutto quello che dice Blair, per ricordare l'efficace battuta di Ralf Dahrendorf - ma prive di un reale significato e di una reale prospettiva.
Una redistribuzione morale ed efficiente
Non vi è alcuna necessità teorica o empirica di assumere che la maggior parte degli effetti negativi della redistribuzione che sperimentiamo oggi sull'economia e sullo Stato si sarebbe verificata se la redistribuzione stessa fosse stata intesa nella prima accezione suggerita da de Jouvenel. E questo, principalmente, per due ragioni. In primo luogo, questo tipo di redistribuzione non implica nessuna delle politiche che abbiamo visto attuate e che perseguivano il fine di realizzare una maggior eguaglianza fra i cittadini non migliorando le condizioni di chi si trova in fondo alla scala bensì impedendo a chi sta in alto di salire ancora. Non richiede, insomma, che venga ostacolata la creazione della ricchezza. In secondo luogo, se la redistribuzione è diretta esclusivamente ad aiutare le persone il cui reddito cade al di sotto di un certo livello, non vi sono più giustificazioni politiche che tengano per tutti i trasferimenti monetari a favore di gruppi il cui reddito è superiore a tale livello. Nonostante il fatto che ben poca dell'attuale redistribuzione corrisponda davvero all'ideale di rendere eguali i mezzi di cui i cittadini dispongono, è stato proprio questo ideale ad aprire la via alle politiche redistributive odierne. Tranne che per una ridotta élite, chiunque può sostenere di stare peggio di qualcun altro e invocare il suo diritto a beneficiare della redistribuzione. Gli ideali egualitari hanno aperto la via al corporativismo della "democrazia contrattata" basata sulla rappresentanza degli interessi di parte. Hanno portato all'ipertrofia dello Stato, che si espande senza risolvere i problemi sociali.
Con la crisi del modello redistributivo socialdemocratico basato sulla continua espansione del Welfare State, si aprono nuove prospettive per una visione della redistribuzione basata sui principi liberali. La redistribuzione liberale non è una redistribuzione egualitaria attuata a un livello inferiore. La redistribuzione liberale esprime un'idea del tutto differente dell'uomo, della politica, dell'economia, delle istituzioni e dell'etica. Essa può essere considerata come una redistribuzione più autentica e più profonda di quella attuata dal Welfare State, in quanto è mirata non agli interessi egoistici della classe media, ma ad aiutare chi ha veramente bisogno. Ma, al contrario di quanto sosteneva e sostiene una versione conservatrice del liberalismo, questa redistribuzione non deve essere necessariamente minimale. Ai meno fortunati può essere assicurato il livello di vita che i sentimenti generali di una nazione ritengono essere giusto, e che possono - e forse dovrebbero - ben andare al di là di garantire le condizioni di sopravvivenza decorosa. Sul piano pratico, la visione liberale della redistribuzione permette di separare definitivamente l'aiuto ai meno fortunati dal mantenimento della macchina del Welfare State. Dai sistemi sanitari nazionali ai sistemi pensionistici a ripartizione, quest'ultima ha oggi la sua sola ragion d'essere nella volontà di mantenere una struttura di eguaglianza socialista tra i cittadini. Se questo ideale viene a cadere, l'aiuto ai meno fortunati può con maggiore efficacia venire perseguito attraverso lo strumento del trasferimento diretto di reddito, o attraverso il consentire loro l'accesso agli strumenti assicurativi privati. Ma vale anche il converso: finché l'idea dell'eguaglianza socialista sarà dominante, in modo esplicito o implicito, è difficile ritenere che si potrà mai avere una trasformazione sostanziale del Welfare State.
Le prospettive
Vi è una ragionevole probabilità che le nostre democrazie abbandonino le loro attuali politiche redistributive a favore di alternative più liberali? Qualunque risposta a questa domanda rischia di somigliare più a una profezia che a una predizione scientifica e, come ammoniva Karl Popper, che le profezie si dimostrino giuste o sbagliate non è questione di conoscenza ma di pura fortuna. A seguire la linea di pensiero di studiosi come Tocqueville, Pareto e Ortega y Gasset, sembrerebbe improbabile che il funzionamento futuro della democrazia rappresentativa a suffragio universale possa essere molto diverso da quello attuale. E poiché ciò che quei pensatori dissero ha trovato notevoli conferme nella realtà, è comprensibile lo stato d'animo pessimistico di molti liberali circa il futuro tanto della libertà quanto della democrazia. Tuttavia non si dovrebbero sottovalutare le opportunità di cambiamento che sono oggi offerte. Molti elementi, in effetti, parrebbero suggerire un mutamento di alcune delle condizioni strutturali che hanno determinato la situazione attuale. In primo luogo, i costi di transazione delle politiche redistributive sono divenuti così alti da rendere tali politiche meno attraenti anche agli occhi dell'elettore mediano, anche da un punto di vista puramente "statico": ossia, senza considerare gli effetti di lungo periodo della redistribuzione egualitarista sulla produzione della ricchezza. In secondo luogo, uno dei meccanismi fondamentali che rende generalmente attraente la redistribuzione potrebbe non essere più così efficace. La redistribuzione, in effetti, risulta attraente perché vi è asimmetria fra i suoi costi e i suoi benefici. I costi sono diffusi nella maniera più uniforme possibile fra i cittadini (o, viceversa, ricadono su categorie di cittadini che hanno scarso peso nel gioco politico o perché sono troppo pochi di numero - come i ricchi - o perché hanno scarse capacità organizzative - come i poveri). I benefici, al contrario, sono mirati con la massima precisione possibile, al fine di conquistare sostegno elettorale. Ciò sarebbe di per sé prova sufficiente che le politiche redistributive che sono state alla base del "consenso socialdemocratico" - per usare la felice espressione di Dahrendorf - sono in essenza anti-democratiche. La loro stessa esistenza dipende in maniera cruciale dal fatto di nascondere ai cittadini le informazioni di cui avrebbero bisogno per prendere le proprie ragionate decisioni sulla redistribuzione desiderata.
Nulla tuttavia garantisce che il gioco della cosiddetta "illusione fiscale" possa continuare all'infinito. Vi è probabilmente un punto in cui il peso della tassazione diventa così gravoso da rendere impossibile occultare i costi delle politiche, mediante il ricorso a meccanismi quali le trattenute alla fonte o i sistemi a ripartizione o altri consimili, anche agli occhi dell'elettore mediano. Non si dovrebbe, al contempo, sottostimare il fatto che, dopo decenni, i benefici della redistribuzione vengono percepiti dalla gente come qualcosa di dovuto, comunque, dallo Stato. Anche questo potrebbe contribuire a intensificare la percezione dei costi della tassazione elevata che è imposta dalle politiche redistributive. In terzo luogo, l'apertura al commercio internazionale, del tutto priva di precedenti, dei sistemi economici delle nostre democrazie rende sempre più difficile per i governi mantenere politiche redistributive che riducono la competitività delle imprese nel mercato mondiale. Rende inoltre più difficile la messa in atto di misure confiscatorie volte a finanziare le politiche redistributive e tali da danneggiare direttamente i membri della società che hanno avuto più successo.
Queste, naturalmente, non sono nulla più che intuizioni. I liberali non credono nel materialismo storico e sanno che l'elemento economico è solo uno dei componenti della realtà politica e sociale. Le idee contano più degli interessi, come convennero Keynes e Hayek. Ciò significa che qualunque prospettiva di cambiamento profondo nelle politiche redistributive - e, in definitiva, nella politica stessa - dipenderà in maniera cruciale dai sentimenti che si svilupperanno nella maggioranza dei cittadini. Nessuno può dire se tali sentimenti saranno fortemente egualitari o corporativi, o se invece la gente darà maggior importanza ai principi della libertà. E questo perché l'evoluzione dipenderà soprattutto dalla capacità di persuasione nei confronti dell'opinione pubblica, la sanior et maior pars dei cittadini, come amava chiamarla Luigi Einaudi, di cui daranno prova i diversi movimenti ideologici e partiti politici. Non vi è ragione alcuna per cui il liberalismo debba uscire sconfitto da questa battaglia ideologica. Ma ciò dipenderà in modo cruciale da come il liberalismo sarà in grado di elaborare e di proporre idee e progetti positivi in grado di persuadere l'opinione pubblica che una società liberale è una buona società per tutti gli individui, e non solo per i più ricchi. Non vi è infatti ragione alcuna per cui i cittadini istruiti e generalmente benestanti delle nostre democrazie debbano continuare a dare il loro consenso a un modello di società che era stato concepito nell'epoca, distante più di un secolo, dominata dalla cosiddetta "questione sociale", ovvero dall'affacciarsi sulla scena politica di grandi masse di cittadini che l'industrializzazione aveva separato dalle proprie strutture sociali di appartenenza, e per le quali il Welfare State era la soluzione alle esigenze di sicurezza, anche se andava a scapito della libertà di scelta individuale. Oggi la situazione è completamente diversa. Nella loro vita privata, la grandissima parte dei cittadini delle democrazie occidentali dà alla libertà un'importanza che non ha precedenti nella storia, per lo meno a livello di massa. Allo stesso tempo, però, dà grande importanza alla protezione contro l'incertezza materiale. Di qui l'importanza che il liberalismo non tralasci la dimensione sociale, ma ne faccia anzi un punto di forza nei confronti della socialdemocrazia, tanto di quella vecchia quanto di quella nuova espressa dalla Terza Via. Il compito non è certo impossibile, se persino un sostenitore contemporaneo del modello socialdemocratico come Paul Ormond si è sentito in dovere di affermare che "paradossalmente è il modo di produzione capitalistico, e non la socialdemocrazia, che ha dimostrato di essere il più importante strumento di giustizia sociale. È stata la capacità del capitalismo di generare una crescita economica continua che ha elevato il tenore di vita degli individui, che ha reso possibili le spese dello Stato assistenziale, e che ha liberato milioni di persone da una vita di stenti e di incessante fatica… L'impatto dei programmi chiaramente socialdemocratici mirati a promuovere la giustizia sociale è stato molto inferiore a quello prodotto dalla crescita economica e, senza dubbio, numerosi di questi progetti hanno avuto conseguenze negative impreviste".
Angelo Maria Petroni insegna Epistemologia delle scienze umane all'Università di Bologna
^ top