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Un patto per il XXI secolo

LIBERAL BIMESTRALE
di Esperanza Aguirre
Liberal n. 9 - Dicembre 2001/Gennaio 2002

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Solo venticinque anni fa non ci saremmo neppure potuti sognare i progressi politici e ideali che i principi liberali hanno ottenuto in tutti i Paesi del mondo. Solo venticinque anni fa eravamo ancora nel pieno apogeo delle idee socialiste e stataliste, in tutte le loro varianti. Nella politica il socialismo, la socialdemocrazia e lo statalismo si erano imposti in modo tale che perfino i partiti del centro e della destra minacciavano di apparire di sinistra. Si dava per scontato che il futuro consistesse nel "sinistrizzare", per così dire, qualsiasi iniziativa politica. Quindi il nostro mondo, il mondo liberale era sulla difensiva in tutti i contesti politici. Una cosa è certa: le politiche di interventismo dello Stato non sono riuscite a risolvere i problemi della società; le crisi economiche si sono succedute l'un l'altra e le conseguenze non si sono riuscite a contrastare. Il fenomeno economico nuovo è stato la stagflazione, stagnazione e inflazione, con la disoccupazione e la perdita di potere d'acquisto, principalmente per le classi medie e basse. In questa atmosfera, prima degli altri alcuni intellettuali che da tempo ci ammonivano sull'esaurimento del modello socialdemocratico, e più tardi i movimenti organizzati attorno a dipartimenti universitari, think-thanks e fondazioni, hanno vissuto i trionfi politici in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, confermando la decadenza dei principi keynesiani. Nel breve termine degli ultimi dieci anni abbiamo assistito alla vittoria delle idee liberali anche nel contesto politico. E l'esito è stato evidente: si sono compiuti progressi nella crescita economica, sono stati abbandonati vecchi pregiudizi ormai datati, si sono liberalizzati vari settori dell'economia, è stato privatizzato il settore pubblico, sono state abbassate le imposte e si è finalmente messo ordine nel Welfare State. Si sono avuti sviluppo e benessere, senza fare ricorso a nessun tipo di repressione statale, ampliamento delle classi medie, riduzione dei livelli di disoccupazione. Sempre facendo appello alla libertà come punto di riferimento. Il paradigma era modificato. Il mondo del pensiero economico ufficiale, compreso quello dei mezzi di comunicazione, i quali erano stati in passato la culla e la bibbia dello pseudoprogressismo, erano completamente cambiati, al punto da iniziare ad ammettere che liberalizzare dava risultati. Il mondo della cultura di sinistra smise di chiamare o definire fascista tutto ciò che contestava i modelli di sovvenzione che avevano annichilito in passato tutte le iniziative private intelligenti sotto un manto di naftalina ideologica. Inoltre i mezzi di comunicazione rimasero senza alibi perché non potevano più fare ricorso all'esibizione della povertà dato che l'abbondanza economica forniva ai loro abituali lettori lavoro, casa e possibilità di pieno sviluppo. Non solo venivano risanati i conti pubblici ma prosperavano al contempo anche le economie private. Nonostante tutto ciò ancora oggi alcuni non sono ancora in grado di capire che l'una causa porta alla seconda conseguenza.
Oggi noi sappiamo che si deve continuare a lavorare, non possiamo credere che tutto sia compiuto, che la caduta del Muro di Berlino e la conquista intellettuale di molti di coloro che in precedenza stentavano a riconoscere i metodi liberali, siano sufficienti per poter progredire. Dobbiamo dire anzi che ci sono ancora molte minacce contro le idee liberali. Il movimento antiglobalizzazione è un esempio dei pericoli ai quali voglio fare riferimento. Le tecniche, i processi intellettuali e il tipo di mobilitazione ricordano troppo da vicino quanto abbiamo visto nel secolo scorso. Risulta estremamente curioso che coloro che oggi denunciano la globalizzazione come elemento distruttivo di vite e di sistemi, non pensino neppure per un momento a quello che ha significato la globalizzazione di positivo per molti Paesi come per esempio la Spagna. Se alla fine degli anni Cinquanta la Spagna non avesse abbandonato il suo regime autarchico, e alla prima metà degli anni Settanta non avessimo intrapreso la strada democratica, non avessimo aderito all'Unione europea, non avessimo aperto le nostre frontiere a un mondo a noi sconosciuto e, ancora, non avessimo realizzato le varie politiche di liberalizzazione negli anni Novanta, non saremmo riusciti a ottenere all'estero il credito economico e commerciale di cui godiamo. La Spagna oggi non sarebbe quello che è, cioè uno dei Paesi industrializzati con maggiore tasso di crescita, un Paese fiducioso di poter ottenere un ulteriore miglioramento. Siamo passati da un'economia agricola e rurale con un tasso di crescita estremamente basso, con redditi pro capite ridotti, a essere parte del gruppo di testa delle economie mondiali. E questo grazie al fatto che poco a poco siamo riusciti a globalizzarci, abbiamo aperto le nostre frontiere e ci siamo dotati di un sistema liberaldemocratico. Ciò nonostante il movimento antiglobalizzazione ha ottenuto grande enfasi sui mezzi di comunicazione e stava quasi per divenire un nuovo referente dei socialisti, orfani delle loro idee. Perché un movimento che era ed è contrario al capitalismo e alla democrazia liberale, esercita un certo fascino su coloro che si considerano sconfitti dai liberali. Ci siamo lasciati alle spalle alcuni nostri dirigenti, anche responsabili di dicasteri del governo, quando abbiamo capito dai loro discorsi che erano reticenti nei confronti della globalizzazione fino a usare espressioni copiate dal frasario dei nemici del nostro sistema. Questo ci aiuta a capire che la battaglia non è vinta. Qualsiasi ragazzo o ragazza della classe media può essere tentato da questo tipo di movimenti - come ha detto recentemente Milton Friedman - perché sono il vivaio delle idee.
Ma il progresso delle idee liberali non ha solamente le referenze storiche che ho indicato, oggi abbiamo anche realtà politiche tra loro più vicine. Cosa significano il centro riformista di Aznar o il conservatorismo compassionevole di Bush o il liberalismo sociale di Berlusconi? Le tre proposte politiche rientrano nello stesso contesto ideologico, tutte aggiungono al liberalismo classico - che ha dato tanto progresso al mondo moderno - un elemento che indubbiamente non è estraneo alla storia del centrodestra, ma che oggi è importante evidenziare per disarmare i nostri avversari. Noi non siamo fuori dal mondo, non siamo privi di anima, persone a cui non interessano le sofferenze dei nostri simili; non è vero che il liberalismo abbia dimenticato i meno fortunati, anzi, proprio quei Paesi che hanno un minor numero di poveri sono quelli in cui c'è più libertà e più democrazia.
Vorrei accennare alla posizione privilegiata che ho occupato nel primo governo liberale di Aznar, per spiegare quali fossero i nostri obiettivi e come tutti gli spagnoli, soprattutto i più sfavoriti, abbiano beneficiato dei nostri successi. Quando Josè Maria Aznar arrivò alla presidenza del governo spagnolo nel 1996 promise di ridurre le imposte, aumentare se possibile le prestazioni sociali, le pensioni e sconfiggere la disoccupazione adottando misure opportune affinché il mercato del lavoro potesse assorbire più manodopera. Va ricordato che in Spagna il tasso di disoccupazione all'epoca era del 23,4 per cento della popolazione attiva. La critica dei nostri avversari e degli avversari della società aperta non si è certo fatta attendere: dicevano che non era possibile ridurre le imposte e mantenere o migliorare le prestazioni sociali. Non è possibile creare più occupazione con meno spesa pubblica. Tuttavia, il tempo è passato, abbiamo lavorato alacremente, abbiamo abbassato le imposte, abbiamo aumentato il reddito, e la disoccupazione è calata dal 23,4 per cento all'8 per cento attuale. Un livello assolutamente inusitato sin dagli inizi degli anni Settanta. Non abbiamo ridotto le prestazioni sociali anzi, il governo Aznar è il governo che ha speso di più nella storia della Spagna per aiutare gli sfavoriti e gli svantaggiati. Dunque, più libertà nelle imposte, più ortodossia nella spesa pubblica: sono elementi che appartengono al contesto liberale e che hanno dato i risultati che noi speravamo. Io credo che la stessa cosa accadrà in Italia. Ho avuto la possibilità di leggere il programma con cui la Casa delle Libertà si è presentata alle ultime elezioni e mi è parso essere di una ortodossia liberale encomiabile. Un punto che in particolar modo ha richiamato la mia attenzione fa riferimento a un gruppo sociale protagonista del progresso, dimenticato e tralasciato colpevolmente da quasi tutti i partiti della sinistra. Mi riferisco ai lavoratori autonomi e ai piccoli e medi imprenditori. Questi creatori di ricchezza rappresentano una priorità nel programma di Berlusconi e credo sia fondamentale dare strumenti a coloro che nella nostra società rappresentano l'iniziativa, la creatività e il rischio così che non trovino mai nel governo un nemico. Non è produttivo facilitare solo quelli che non creano posti di lavoro e portano oneri per la spesa pubblica, però finora così è stato.
In Spagna il gettito delle imposte è aumentato dal momento in cui il tasso si è abbassato. Insomma c'è più gente che paga le tasse. Perché la nostra società sia più dinamica, il modo giusto per risolvere i problemi è lasciare che dalla società stessa arrivi la soluzione. Quando si presentò prima a governatore del Texas poi alla presidenza degli Stati Uniti, George W. Bush nel suo programma elettorale si ispirava all'idea di cui noi stiamo discutendo. In definitiva l'esempio di Aznar, di Berlusconi e di Bush non si è concentrato solo nella privatizzazione, liberalizzazione e nel ribasso delle imposte necessarie affinché la nostra società sia più prospera e libera, ma ha anche inciso nella protezione dei più sfortunati, di quei bambini non sufficientemente seguiti nella formazione, di quelle persone che non hanno avuto incentivi dal Welfare State. Come ha detto il presidente Bush, il nostro mondo deve essere prospero, però la prosperità deve avere un proposito, e il proposito deve essere che nessuno venga escluso, che nessuno rimanga indietro. Tutti siamo attivi nelle diverse fondazioni che operano per lo sviluppo delle idee liberali e democratiche. E come ho già detto, questo lavoro non è terminato, e non credo che lo sarà prossimamente. Come diciamo in Spagna: pazienza, prudenza e perseveranza.

Esperanza Aguirre è presidente del Senato di Spagna e vicepresidente Faes

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