Credo che fra le prerogative delle persone di cultura vi sia quella di saper cogliere, delle infinite informazioni che la vita di oggi ci propone, quelle che identificano una tendenza. Ci si attende, da queste persone, e dai veicoli del loro pensiero, una interpretazione, un approfondimento, quel qualcosa in più che si cerca comprando un libro, un giornale, una rivista, o l’equivalente filmato o elettronico. Credo anche che sia importante che la cultura si occupi di ciò che sta accadendo, perché capire è fondamentale, in un momento di grandi mutamenti come quello che stiamo vivendo su scala mondiale. Uno dei temi di fondo è quanto delicato sia ancora il settore energetico.
T.E. Lawrence (I sette pilastri della saggezza, Bompiani), riferendosi ai rappresentanti delle varie etnie riuniti per importanti decisioni nella tenda di Feisal scrisse (ancora non si apprezzava l’importanza del petrolio): «Poveri di risorse materiali, lo sarebbero rimasti anche dopo la vittoria, essendo il loro un mondo di contadini e di pastori, privo di miniere... se così non fosse stato, avremmo dovuto riflettere a lungo, prima di suscitare nel centro strategico del MO nuovi movimenti nazionalistici così esuberanti». L’esuberanza si è concretata in drammi bellici, col nascere del ruolo energetico del petrolio, che ha trasformato quelle zone in uno dei punti più caldi del mondo. In altri termini, anche allora si era capito quanto le materie prime possano essere alla base di guerre, lotte, invasioni. Allora, e a maggior ragione oggi, se si considera che l’intero sviluppo mondiale è legato all’energia, e per essa ai combustibili fossili (petrolio, metano, carbone) localizzati in poche regioni, e cioè in America (alcuni Stati Usa, e Sudamerica, Venezuela in primis), Medio Oriente, Est Asia e, in misura enorme in relativo e in assoluto, intorno al Caspio, con particolare riferimento a una serie di repubbliche ex sovietiche come Azerbejan, Uzbekistan, Turkmenistan, Kazakistan. A distanza di trent’anni dalla prima delle numerose crisi energetiche, non si vede traccia, nel panorama delle fonti primarie, di alternative serie, quantitativamente rilevanti, ai combustibili fossili, fatta eccezione per la fonte nucleare, l’unica in grado di fornire decine percento del fabbisogno e non qualche unità percento se non permille (come accade per l’eolico, promettente ma legato a condizioni particolari e, ancor meno, per il solare). Ma non abbiamo sviluppato la fonte nucleare, in termini di sicurezza e di produttività, come avremmo dovuto e potuto, e ci siamo consegnati a un’unica possibilità. Rendere un bene indispensabile significa, in genere, trasformarlo in causa di conflitti. Inoltre, stiamo attendendo lo sviluppo di Paesi, fra i quali Cina e India, ancora agli albori sulla via del benessere materiale, progresso legato a tecnologie, lavoro e materie prime, fra le quali primeggiano le fonti energetiche. Sviluppo che farà aumentare la domanda di energia, il suo consumo, con serie ripercussioni politiche, economiche, ambientali. Donde la grande attenzione a tutto quello che riguarda giacimenti, e vie di trasporto di queste risorse, soprattutto petrolio e metano che essendo fluidi possono viaggiare in pipelines. Giacimenti e tubazioni implicano territori e stabilità, e quindi proprietari, popolazioni, governi. Il che significa accordi, se va bene, e se va male guerre. Ne abbiamo viste, di guerre per il petrolio: Iran-Iraq, instabilità israelo-palestinese, guerra del Golfo, colpi di Stato quali quello in Algeria, Paese dal quale, non dimentichiamolo, parte il gasdotto che porta in Italia il metano. Tutto questo fa dei combustibili fossili la fonte di gran lunga la più costosa in termini di vite umane per unità di energia prodotta. Venendo alle zone oggi calde, resta il fatto che per rendere accessibili le immani riserve del Caspio occorre costruire oleodotti e gasdotti, e uno dei punti di passaggio possibili è l’Afghanistan, altre vie portano al Barens, al Caucaso, alla Turchia. Il che spiega l’attenzione data dagli Usa all’Afghanistan e anche a regioni ex sovietiche, con una politica che ha visto paurosi ripensamenti e, col senno del poi, clamorosi errori di valutazione. In altri termini, l’Asia centrale sta diventando un punto focale per il futuro energetico.
Con una serie di domande e considerazioni, che riportiamo in serie non gerarchica, e senza pretesa di completezza. Innanzitutto, la politica americana: se la guerra del Golfo ha reso possibile la realizzazione di una base americana in Arabia Saudita, gli avvenimenti attuali permetteranno l’istituzione di una base americana nell’Uzbekistan. Il comunicato congiunto uzbeko-americano parla infatti di «relazione qualitativamente nuova, fondata su impegni di lungo periodo». Mai gli Usa erano riusciti a piazzarsi nell’Asia centrale, e in particolare in una zona ex sovietica. Secondo punto: la disponibilità di petrolio del Caspio quanto è gradita agli esportatori arabi, che vedono un concorrente così pericoloso affacciarsi sulla scena? Quanto comodo fa, agli attuali detentori del mercato, la turbolenza nelle zone sulle quali devono essere costruiti oleodotti, e che di fatto ne impedisce la realizzazione e, con essa, la concorrenza? Quanto queste considerazioni generano movimenti, azioni? Fino a che punto durerà il silenzio dell’Iran, dell’Iraq, che sembrano estranei? Quando il malcontento, comprensibile, delle popolazioni che vivono in miseria in ricche zone petrolifere porterà a sommovimenti contro le attuali dittature, monarchie, emirati, prima fra tutti la monarchia saudita (che appare a molti osservatori come il vero bersaglio della strategia terroristica)? Durerà a lungo il governo filooccidentale del Pakistan o prevarrà l’opposizione fondamentalista? Oggi l’accordo fra Russia, Usa, e Cina appare solido, e la gravità degli avvenimenti terroristici e del pericolo ancora attuale fa da collante, ma il raggiungimento di uno stabile equilibrio fra potenze così tradizionalmente distanti, su un tema come quello del petrolio, in zone così lontane dagli Usa, e così vicine, invece, a Russia e Cina, non è cosa ovvia e certa nel lungo periodo. In un simile contesto, non sembra che a livello politico e culturale ci rendiamo conto delle condizioni operative che sono alla base della creazione di ricchezza. Sembra talvolta che più che occuparci di problemi reali corriamo dietro a buffe tematiche, senza alcun interesse verso la situazione internazionale, come se il mondo non fosse oramai globale, come se quel che accade non ci riguardasse profondamente, quasi che il nostro ruolo e il nostro tenore di vita siano una conquista definitiva e inalienabile e non, invece, qualcosa da riconquistare di continuo.
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