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Sergio Cofferati, il fantasma del palcoscenico

LIBERAL BIMESTRALE
di Giuliano Cazzola
Liberal n. 9 - Dicembre 2001/Gennaio 2002

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Le contraddizioni sono ancora tante, anzi troppe. E riguardano le evidenti discrepanze che permangono tra le analisi (timidamente nuove) e i comportamenti, gli atti politici, le risoluzioni votate. Succede, infatti, che Massimo D’Alema e Piero Fassino, al Congresso di Pesaro, si sforzino di parlare come Tony Blair, dopo essere appena tornati dal rendere omaggio alla processione dei metalmeccanici per le vie di Roma. Come se lo spirito della «nazione indiana» delle storiche tute blu fosse per sempre custodito in una Lourdes rossa alla quale non si possono negare, ogni tanto, un pellegrinaggio e un pensiero devoto. Sergio Cofferati, dunque, è ancora in grado di condizionare le decisioni del maggior partito della Sinistra (la valutazione ha più che mai un significato relativo visto che la Quercia è al minimo storico), anche se, a Pesaro, si è avuta la conferma che è lui il grande sconfitto della Bad Godesberg post-datata dei Democratici di sinistra. Ma qualcosa è cambiato davvero. Il che non vuol dire che la «mutazione» sia sufficiente, completa e, soprattutto, che arrivi in tempo utile. Quando i socialdemocratici tedeschi «passarono le acque» nel lontano 1959, Fassino studiava dai gesuiti e D’Alema, da pioniere, non aveva ancora stupito il Migliore, il quale - si racconta - vedendo quel ragazzino tanto spigliato (e arrogantello) chiese se per caso non gli avessero fatto lo scherzo di travestire un nano da bambino. Quando Mitterrand, a Epinay, ridava slancio alla vecchia Sfio col sangue fresco dei club, i due protagonisti di Pesaro trattavano dall’alto in basso i riformisti. E quando Blair riportava - dopo anni - al governo i laburisti e si guardava bene dal restituire al Tuc quel potere (nocivo) che aveva ingessato le strutture sociali e l’economia del Regno Unito, i nostri - allora già in area governativa - si facevano mettere sull’attenti dal leader della Cgil e obbedivano ciecamente ai suoi veti. La storia ha dei tempi propri: occorre afferrare, nel momento giusto, il cambiamento. Perché spesso non capita un’altra occasione. I comunisti prima, i post-comunisti dopo, hanno sempre prestato ascolto al loro orologio biologico, anche quando esso marciava con un impressionante ritardo. E tanto grandi sono state la fatica e la sofferenza per approdare ad altri lidi che il suo gruppo dirigente continua a dare l’impressione di aver valicato montagne pure nelle occasioni in cui si è limitato a compiere quei pochi passi (tutti in pianura) che già la storia dell’umanità aveva percorso (e archiviato) da sé. Anche a Pesaro, il dibattito si è incentrato su temi e indirizzi acquisiti da tempo nei cromosomi della società italiana. Certo, per trovare «qualcosa di nuovo e di bello» (prendiamo in prestito l’aneddoto rossiniano usato da Giovanni Berlinguer per criticare la relazione di Fassino) bisogna accontentarsi di qualche passaggio all’interno delle analisi compiute. Vi si trovano, però, considerazioni importanti e, per la prima volta, esposte in modo netto. Prendiamo, innanzi tutto, le riflessioni di Massimo D’Alema sulle ragioni della sconfitta elettorale. Secondo il presidente della Quercia, la sinistra può comprendere i motivi dell’insuccesso del 2001 se si interroga su quelli della vittoria del 1996. Allora, secondo D’Alema, l’Ulivo seppe indicare - con maggiore credibilità rispetto alla coalizione di centrodestra - la prospettiva dell’integrazione europea (con la tappa fondamentale della moneta unica) e, in questo modo, si mise in sintonia con la parte più evoluta e moderna del Paese. La valutazione è assolutamente condivisibile e risponde al vero. Prodi voleva evitare l’amara medicina di un risanamento forzato (che recuperasse pure i guasti dell’allegra finanza ereditati dal governo Dini) e tentò, a Valencia, di indurre Josè Maria Aznar a partecipare a un cartello mediterraneo che «marcasse visita» nei confronti della dura logica dei parametri di Maastricht. Quando il leader spagnolo gli comunicò che il suo Paese avrebbe rispettato gli impegni, Prodi non ebbe alcun dubbio: l’Italia non poteva perdere quell’appuntamento anche a costo di metter mano alla logica un po’ brutale (e punitiva per alcuni ceti sociali) della imposizione straordinaria. Probabilmente, un governo di centrodestra non avrebbe espresso analoga determinazione. Dove è caduta, invece, l’alleanza dell’Ulivo? Nel non essere stata in grado, in seguito, di portare avanti un processo di modernizzazione sociale ed economica, tale da garantire al sistema produttivo quella flessibilità necessaria alla ricerca della competitività in regime di stabilità dei cambi.
Questa analisi autocritica di D’Alema (che ha presieduto ben due compagini governative dopo la caduta di Prodi) è suonata inevitabilmente come critica esplicita del «convitato di pietra» del Congresso della Quercia: Sergio Cofferati, il primo responsabile - con la politica dei veti emessi dalla plancia di comando della Cgil - della caduta del tasso di riformismo della maggioranza di centrosinistra. Anche Piero Fassino non è stato da meno. Chiamato, nelle conclusioni, a replicare a Cofferati, il neo-segretario diessino ha ricordato che Tony Blair ha vinto le elezioni (dopo il lungo dominio tory) mettendo a frutto le «conquiste» della rivoluzione della Lady di ferro e guardandosi bene dal promettere un ritorno a quel passato che Margaret Thatcher, col consenso della grande maggioranza degli inglesi, aveva seppellito. Poco prima, Pier Luigi Bersani (il nuovo numero due del partito) sottolineava, dalla tribuna, che non è affatto scontato che un’eventuale caduta dell’esecutivo di Berlusconi provochi, di per sé, una riedizione del 1994, con la sinistra riportata al potere sugli scudi delle lotte di piazza.
Tutto bene, allora? La svolta è compiuta? No. Non è sufficiente il canonico Dixi et servavi animam meam. Nello stesso momento in cui i leader del partito (che fu di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer e che ora saccheggia gli archivi araldici per trovare parentele, anche collaterali, con Pietro Nenni e Giuseppe Saragat e magari pure con Bettino Craxi) svolgono ragionamenti sensati, il Congresso si sbraccia a difendere i vecchi capisaldi della tradizione sindacale più incartapecorita. Guai a chi tocca l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori! Guai a chi pretende di togliere di mezzo le pensioni di anzianità! E a Cofferati (quanta pena, Sergio!), che esibisce come una clava i metalmeccanici portati in piazza da Claudio Sabattini e i no global di Agnoletto e Casarini, nessuno ha il coraggio di replicare che un moderno partito riformista a quelle «masse» non ha più nulla da dire, perché esse rappresentano il passato di cui occorre liberarsi; ormai, sono soltanto «compagni che sbagliano» o che vengono indotti in errore dai soliti cattivi maestri. Ve lo immaginate Tony Blair nelle mani di Artur Scargill? Il leader laburista d’Oltremanica ha capito da tempo che i peggiori avversari della cultura riformista stanno nella sinistra «reazionaria». In Italia la realtà è diversa. A Scargill-Cofferati hanno consentito di dettare legge, di condizionare negativamente la linea di condotta della coalizione dell’Ulivo e, per giunta, di chiedere arrogantemente conto ad altri di una disfatta elettorale di cui è stato il principale artefice.
Eppure, il dibattito congressuale conclusosi a Pesaro ha lasciato - forse - le cose a metà sul piano dell’orientamento dei vincitori, ma sul terreno è rimasto uno sconfitto. Parliamo, ovviamente, del leader indiscusso della Cgil, il quale, ora, dovrà pure spiegare perché ha voluto trascinare la più grande e potente organizzazione del Paese in un’avventura; perché è risultato praticamente vano (ai fini del conto dei voti) l’impegno - a pancia bassa - di migliaia di funzionari, scafati ed esperti, quasi tutti allineati agli ordini e alle direttive di corso Italia; perché gli stessi militanti sindacali di base, presenti alle assemblee congressuali, hanno preferito votare la mozione di Fassino. I bravi compagni delle sezioni hanno capito che restava un ultimo mito da infrangere: il paradosso culturale secondo cui è meglio sbagliare insieme ai lavoratori (raccolti nella grande Cgil) che avere ragione senza di loro. Cosa succederà adesso? D’Alema e Fassino non sono sciocchi. La vicenda ha messo in evidenza che Cofferati non è invincibile. Per anni, quando era al governo del Paese, Massimo D’Alema ha temuto il leader sindacale e tremato alle sue minacce, nella convinzione che il cuore della base battesse per Sergio il Rosso. La sorte ha voluto che l’uomo di Stato sconfiggesse il sindacalista proprio all’interno del partito. Ecco perché i nuovi vertici della Quercia cercheranno di costruirsi dei riferimenti in Cgil. Del resto, quei dirigenti sindacali (coraggiosi) che sono stati sostenitori, nel congresso, delle posizioni di Piero Fassino, lo hanno fatto - chiaramente - anche per contrastare il dominio assoluto di Cofferati nella confederazione. Novità in vista, dunque. Fino a ora, la più importante organizzazione sindacale sembrava governata da un unico pensiero. Persino la minoranza di sinistra (fondata da un personaggio del calibro di Fausto Bertinotti) era al servizio di Sua Maestà. In questa deriva autoritaria sono stati compiuti atti di colpevole demolizione di quanto rimaneva dell’unità sindacale e si è snaturato - facendo funzionare alla rovescia la cinghia di trasmissione - un corretto rapporto dialettico tra sindacato e sinistra. Speriamo che adesso si cominci a voltare pagina: spostando, prima di tutto, «a destra» l’asse della mediazione politica all’interno della confederazione. Paradossalmente, tocca ai quadri «fassiniani» il compito di coprire il vuoto lasciato dalla scomparsa della componente socialista, dopo che gli scampoli (e gli scampati) di una realtà sindacale - che tanto ha contribuito, in passato, alla politica della Cgil e all’unità sindacale - si sono precipitati a firmare la mozione di Giovanni Berlinguer. Ovunque gli ex comunisti sono diventati socialisti. Solo nella confederazione di corso d’Italia è capitato il contrario: i socialisti si sono trasformati in ex comunisti. E hanno perso il diritto di partecipare alla svolta a cui speriamo di assistere tra breve. Non basterà l’impegno di Giuliano Amato per riscattarli dalla loro condizione di succubi.

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