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Com'era lontano Blair da Pesaro

LIBERAL BIMESTRALE
di Sandro Bondi
Liberal n. 9 - Dicembre 2001/Gennaio 2002

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Con la relazione di Piero Fassino al congresso di Pesaro i Ds hanno di fatto messo in soffitta la prospettiva dell’Ulivo, archiviando di conseguenza anche tutta l’impalcatura costruita intorno alla fantomatica Terza via tra liberalismo e socialdemocrazia. Ricordiamoci che c’è stata una vera e propria gara in Europa, qualche anno fa, a sinistra, fra chi poteva vantare una qualche rassomiglianza con il leader inglese Tony Blair. In Italia, fu Walter Veltroni che propugnò con grande convinzione il progetto di un «Ulivo mondiale» fondato sulla convinzione che ormai nel mondo la vera differenza non era più quella fra popolari e socialisti, bensì fra conservatori e riformisti. Secondo il Veltroni pensiero, il riformismo avrebbe dovuto rappresentare, alle soglie del Duemila, un campo molto più vasto, tale da superare la tradizione del socialismo europeo, fino a comprendere l’area cattolica, ambientalista e democratica. A parte gli aspetti di vera e propria improvvisazione e di velleitarismo di questa operazione, ciò che era improprio fin dall’inizio era l’accostamento fra l’esperienza della sinistra italiana e quella di Blair. La storia della sinistra italiana è infatti ancora oggi lontana anni luce da quella dei laburisti inglesi, così come l’operato del governo dell’Ulivo non era in alcun modo paragonabile a quello del governo di Tony Blair, improntato a scelte coraggiose sia in campo economico-sociale che in campo internazionale. C’era quindi una forte dose di mistificazione nella scelta di Veltroni di presentarsi come il campione, in Italia, di un nuovo riformismo democratico e kennediano.
Fassino ha almeno il merito di ammettere che l’identità riformista del suo partito non è ancora conquistata definitivamente e di aver tracciato una strada onesta e coerente nel suo approdo finale, anche se ancora desolatamente vuota di contenuti. In realtà, anche se può sembrare paradossale, l’unico uomo politico che in Italia può essere paragonato a Blair è Silvio Berlusconi, l’unico leader italiano che può sedere accanto a Clinton o a Blair, così come accanto a Bush e Aznar, senza dover scimmiottare posizioni altrui, o, peggio, senza dover sostenere istanze incompatibili con le proprie convinzioni che sono quelle di chi propugna una economia sociale di mercato, in cui le ragioni della libera iniziativa economica si possano armonizzare con quelle della socialità e della sollecitudine per i più bisognosi. Chi non fosse completamente abbagliato da pregiudizi ideologici e volesse confrontare il programma di governo di Silvio Berlusconi con quello di Tony Blair, si troverebbe di fronte a più di una sorpresa. Entrambi, infatti, pongono l’accento sul superamento di una logica statalista in favore del mercato, della libera iniziativa e della responsabilità individuale, della devoluzione come primato della società civile. Sia Blair che Berlusconi hanno come obiettivo non l’abbattimento dello Stato sociale, bensì quello di riformarlo profondamente, per ridare fiato all’economia e allo sviluppo, senza tuttavia abbandonare ogni mezzo di effettiva solidarietà verso i più deboli e i più svantaggiati e, anzi, dandogli la concreta possibilità di migliorare la loro condizione. In Italia, le posizioni che Blair ha assunto sulle questioni della scuola, del lavoro, dell’economia, sarebbero etichettate come reazionarie e di destra, esattamente come è successo a Berlusconi, che ha visto marchiare dalla sinistra comunista le sue proposte liberali come posizioni ispirate dai peggiori istinti del capitalismo.
Lo stesso Fassino, nella sua relazione congressuale, ha ripetuto la solita accusa al centrodestra di avere «una concezione darwiniana e deregolativa della modernità come pura liberazione da ogni regola per la parte più forte della società e come pura soggezione ai meccanismi di selezione naturale per la parte più debole», in ciò non differenziandosi dalla tradizionale abitudine dei comunisti di contraffare le reali posizioni degli avversari per poterli poi accusare delle peggiori infamie. Come si vede, non basta proclamarsi riformisti per esserlo effettivamente. Così come le vie del progresso e dell’avanzamento della civiltà, dopo il crollo delle ideologie del Novecento e dopo l’undici settembre del 2001, si misurano soprattutto in base alla capacità di tenere insieme democrazia, valore della persona, economia di mercato: tre aspetti indivisibili. Ciò che mi sembra indubitabile per ora è che, sulla scena europea, il «laburista» Blair può essere considerato l’erede di un socialismo democratico, che si apre coraggiosamente e coerentemente ai valori del liberalismo. Mentre il «liberale» Berlusconi è il protagonista della ripresa della tradizione cattolico-liberale, arricchita da una particolare sensibilità per i problemi della giustizia e dell’eguaglianza sociale. Dal dialogo e dall’intesa fra questi due uomini politici e fra questi due statisti può nascere l’Europa del domani.

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