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Berlusconi 2001

LIBERAL BIMESTRALE
di Marco Follini
Liberal n. 9 - Dicembre 2001/Gennaio 2002

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Sei mesi di governo. Troppo poco tempo per stilare un bilancio, ma forse abbastanza per farsi un'idea. Tanto pi  che in questi sei mesi s'è concentrata una cos“ straordinaria densità di avvenimenti internazionali e nostrani - dal G8 genovese all'attacco alle torri di Manhattan alla caduta di Kabul - da far sembrare incredibilmente lontana e remota la disputa politica che scuoteva l'Italia a ridosso del 13 maggio. Sei mesi dopo, e tagliando gli argomenti con l'accetta, si può dire che il secondo governo Berlusconi consegna al suo Paese una positiva certezza, riconosce un problema non ancora risolto e denuncia una difficoltà da non sottovalutare. La certezza riguarda la politica estera. Il governo ha posizionato l'Italia nel bel mezzo di quella grande coalizione di Paesi e di popoli che stanno affrontando il terrorismo con l'idea di debellarlo e non con la rassegnazione di doverci convivere. Lo ha fatto con rigore e senza doppiezza, assumendo anche le responsabilità e i rischi di un intervento militare non proprio popolarissimo. Era una posizione doverosa, politicamente e moralmente obbligata? Certamente. Era una decisione ovvia? Non del tutto. Basti pensare che nell'altra metà del campo, mentre D'Alema e Fassino guadagnano faticosamente la riva della socialdemocrazia europea, una larga sinistra antagonista che spazia dalla Cgil ai no global si ostina a considerare la guerra che ci è stata dichiarata alla stregua di un atto del nostro più protervo imperialismo. Troppo facile segnalare che se avesse vinto la sinistra quella contraddizione, piuttosto che investire il congresso dei Ds, sarebbe esplosa nel cuore del governo del nostro Paese. Per mesi e mesi il centrosinistra ha puntato il dito sulle difficoltà di legittimazione di Berlusconi presso le principali cancellerie europee. Ogni voce polemica, o dubbiosa, o controversa, o addirittura irridente a cui la stampa internazionale ha fatto eco è diventata in tempo reale una sentenza sulla credibilità internazionale del centrodestra. Dal Cile di Pinochet alla Carinzia di Haider fino alla lontana Thailandia di Shinawatra ogni nefandezza planetaria è servita a rappresentare il governo italiano come un'anomalia. Eppure, al netto di tutte queste prediche sussiegose, occorre riconoscere che il centrodestra ha incarnato la politica estera che il centrosinistra avrebbe voluto fare propria e che probabilmente non sarebbe stato in condizione di realizzare appieno. Il problema riguarda la politica economica e sociale. Il 13 maggio la Casa delle libertà ha conquistato il voto interpretando due Italie. La prima reclamava il cambiamento, la seconda chiedeva garanzie. La prima ci diceva: dovete dare uno scossone all'economia, vitalizzarla, movimentarla, costi quel che costi. La seconda ci diceva: attenti, uno scossone troppo brusco metterebbe in pericolo la pace sociale. Le abbiamo ascoltate tutte e due, adesso dobbiamo sforzarci di conciliarle. é l'eterno problema della quadratura del cerchio tra la domanda di efficienza dell'economia e la domanda di equità e coesione della società. Un problema che per cinque anni il centrosinistra ha evitato di risolvere finendo per trovare in un certo immobilismo la risposta più congeniale e meno faticosa. E che ora il centrodestra si trova a ereditare in condizioni che non saranno più semplici. Dalle pensioni alla sanità al lavoro al Sud, ogni grande nodo dell'economia ripropone lo stesso dilemma. Quanta competizione in più, quanta liberalizzazione in più si può conciliare con quei diritti, quelle tutele, quelle garanzie che sono dovute alle parti più deboli del Paese? E ancora, quanto cambiano i termini di questa equazione alla luce di quello che è successo l'undici settembre e dopo? é un dilemma che attiene al Paese, alla sua tradizione, alla sua difficoltà di innovazione. Chi governa, chiunque sia, quel dilemma lo eredita. Ma deve anche, per quanto può, cercare di scioglierlo. Ed è ancora presto per dire se e come riuscirà a scioglierlo questo governo. La difficoltà, infine, riguarda la politica in senso stretto. Riguarda cioè il rapporto tra il governo e quel complesso sistema di democrazia rappresentativa (partiti, sindacati, associazioni, parlamento, autonomie locali) che in campagna elettorale viene vissuto come una sorta di intendenza destinata a seguire e magari a farsi trascinare, e che il giorno dopo riacquista d'un colpo tutti i suoi diritti e poteri. Su questo fronte il governo ha mostrato un notevole affanno e anche, talvolta, un certo fastidio. L'inglobamento dei partiti nel governo doveva produrre la stabilità del governo, e invece ha prodotto la sterilità dei partiti. Il ricorso al voto di fiducia voleva esprimere la confidenza dell'esecutivo nelle sue forze parlamentari, e invece ha messo a nudo la sua diffidenza. Persino i franchi tiratori, disdicevoli come sempre, sono apparsi per un istante come gli alfieri immeritevoli di una democrazia più partecipata. Detto in modo più brutale, la campagna elettorale l'ha guidata e l'ha vinta Berlusconi con un rilevante grado di solitudine. Ma il governo di un Paese come l'Italia, nella sua quotidianità, impone un grado di solitudine assai minore. Richiede una maggiore coralità, uno spirito pluralistico. C'è un capitano, scelto dai cittadini. Poi però si gioca in undici, c'è la panchina (magari lunga), c'è lo spogliatoio, c'è la tribuna. Al di là della metafora sportiva, fin troppo abusata, va ricordato che la politica è un'organizzazione complessa, che rifugge per sua natura da un eccesso di verticalità e che semmai ha bisogno di ritrovare i luoghi della partecipazione, della critica, del dissenso. Se quei luoghi vengono meno si apre un vuoto nel quale anche chi governa rischia di perdersi. Il resto, e ce n'è molto, passa per cos“ dire in secondo piano. Alcune leggi meritorie (infrastrutture), altre leggi controverse (rogatorie) e altre leggi ancora neppure messe in cantiere (le nuove regole della comunicazione, per fare un esempio). La devolution e la complessa geometria istituzionale tra centro e periferia. La finanziaria, con i suoi vincoli di guerra e gli obblighi in gran parte rispettati verso gli anziani e verso le famiglie. L'immigrazione, perennemente in sospeso tra chi la considera una risorsa e chi un disturbo. E tutto quello che la fantasia della politica è destinata a produrre e a mettere in scena nei mesi che seguiranno. Su ognuno di questi fronti il governo guadagnerà oppure perderà qualche metro di territorio. Ma la sua fortuna, e la sua virtù, si misurerà un po' più lontano da tutte queste quotidianità. Questo governo ha un'idea chiara e meritoria del ruolo dell'Italia nel mondo. Tanto basta per apprezzarlo e per sostenerlo. Ma incontra una difficoltà, altrettanto chiara, nel rapporto con la sua base politica. Tiene bene il fronte esterno, arranca pericolosamente sul terreno di casa. Nessuno può pensare - è ovvio - che la cura dei peones valga di più del rapporto con Bush. Eppure, tra il transatlantico di Montecitorio e il giardino della Casa Bianca la distanza è meno smisurata di quanto il vecchio atlante geografico ci faccia credere.

Marco Follini  deputato del Ccd-Cdu Biancofiore
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