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Scrivere, nel nome del Padre

LIBERAL BIMESTRALE
colloquio con Carlo Bo di Giovanni Piccioni
Liberal n. 8 - Ottobre/Novembre 2001

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A chiusura dello scorso millennio, nel 1999, liberal analizzò il secolo che si stava chiudendo con alcuni grandi protagonisti, che affrontavano, ognuno, un tema diverso, ricavandone una sorta di bilancio. Carlo Bo ripercorse con noi, in un lungo colloquio, il rapporto tra fede e letteratura nel Novecento, tema portante della sua ricerca di studioso. Vogliamo adesso riproporlo ai nostri lettori, in omaggio al critico scomparso nel luglio scorso e come preziosa, ultima testimonianza di un impegno e di una passione durati tutta una vita

La letteratura d'ispirazione cristiana del Novecento, si articola sin dagli inizi del secolo attraverso un numero rilevante di narratori e di poeti, soprattutto nella cultura di due Paesi, la Francia e l'Italia. Rare, anche se significative, sono le voci di scrittori cristiani di altre culture: spagnola, inglese e russa. Le forme di religiosità e di ricerca letteraria non sono univoche e il panorama degli autori cattolici o cristiani di questo secolo risulta estremamente variegato. Lo stesso rapporto con l'ortodossia religiosa cambia e a volte si fa problematico. Poi ci sono scrittori sui quali il cristianesimo ha agito in modo parziale, in una fase della loro produzione, o come un momento della loro ideologia. Per questo abbiamo pensato di iniziare un bilancio della letteratura cattolica del nostro secolo rivolgendo a Carlo Bo una domanda preliminare, tentando di identificare l'oggetto del nostro discorso.
Esiste una nozione "cristiana" della letteratura nel Novecento, e in che cosa si differenzia rispetto ad altri tipi di letteratura?
Esiste una visione cristiana più che una visione cattolica della letteratura del Novecento. Nella concretezza e nella specificità delle singole esperienze la visione cristiana del mondo ha implicato una concezione particolare della narrativa e della poesia e del loro rapporto con la realtà. Lo scrittore cattolico, e possiamo chiamarlo così anche oggi, non si limita a fotografare la realtà, ma intende dare alle cose e agli uomini che incontra un significato che va al di là dei limiti fisici con una partecipazione e un'aspettativa che non si trovano negli altri tipi di letteratura. La dignità della letteratura consiste nel collegare la letteratura alla filosofia, alla religione e, se è permesso usare un termine così alto, alla ricerca di Dio.
Le posizioni spirituali di buona parte degli autori di cui parleremo appaiono non codificate, irregolari. Ci sono stati casi di conflitto con l'autorità ecclesiastica?
Sostanzialmente i rapporti dei letterati cattolici con l'ortodossia sono stati rapporti normali, salvo qualche eccezione. Altri autori invece hanno scelto strade più tormentate o strade laterali e marginali che però potevano portare a una presa di coscienza molto più profonda. In questo caso penso a uno scrittore inglese oggi quasi del tutto dimenticato, vale a dire Chesterton. Chesterton arriva a una visione cattolica attraverso il paradosso, il rovesciamento delle situazioni.
Ci sono anche altri casi?
Sì: scrittori entrati in conflitto con l'autorità ecclesiastica o perlomeno con una Chiesa molto rispettosa della tradizione che non consentiva questi sconfinamenti verso la parte che pure esiste in noi del mistero e del segreto. Gli stessi cattolici apparentemente più fedeli, più ligi alla tradizione, come Leon Bloy, non erano certo graditi e a quel tempo non erano completamente compresi e accettati dall'autorità. Fra gli italiani, basta citare il caso dell'ultimo Papini, quello del libro sul diavolo che ha suscitato grandi polemiche a suo tempo e che ha rischiato addirittura di essere messo all'indice. Se bisogna cercare una spiegazione occorre dire che mentre la Chiesa si atteneva alla lettera, questi spiriti non conformisti cercavano di avvicinarsi, di entrare nello spirito della religione.
La cultura letteraria francese è stata un terreno straordinariamente fertile per la nascita di scrittori che esprimono una tematica religiosa: come mai?
La Francia ha avuto per prima, direi, un gruppo di scrittori che non nascondevano, anzi esaltavano la loro fede. Tutto questo è avvenuto tra la fine dell'Ottocento e i primi vent'anni di questo secolo. È stato un gruppo molto importante che poi più tardi avrebbe avuto degli imitatori: lo stesso don Giuseppe De Luca, in una lettera a papa Montini, diceva di aver pensato e di aver creduto di poter ottenere qualcosa di simile in Italia e di essere poi invece stato deluso di fronte alla piega che questa letteratura aveva preso. Questo miracolo, se così lo possiamo chiamare, questo capitolo straordinario della letteratura francese va però ricollegato alla vitalità, alla ricchezza di ragioni, di sollecitazioni, che appartenevano alla letteratura in genere. Gli scrittori cattolici, e questo vale anche per Chesterton, oppure per Benson, erano sempre scrittori di seconda presa; vale a dire che si trovavano a combattere, e quindi a doversi distinguere, dalla cultura ufficiale. Non a caso questi scrittori, come Barbey d'Aurevilly e poi più tardi Bourget, erano scrittori all'opposizione di quella cultura tradizionale laica che ha avuto, soprattutto nella prima parte dell'Ottocento, una così grande importanza. Voglio dire che la diversità, e possiamo dire anche la rivalità, favorivano la nascita di un gruppo di scrittori cattolici che rivendicavano il primato dello spirito.
Possiamo ripercorrere le vicende della letteratura cattolica francese del Novecento attraverso le sue figure più significative? Agli inizi del secolo incontriamo uno dei suoi maggiori rappresentanti, Charles Péguy, autore di poemi religiosi. La sua spiritualità è stata definita come una sorta di cristianesimo libero, esterno alla Chiesa ufficiale.
Péguy è proprio l'esempio di questa forza, dell'importanza di una visione cristiana rispetto alla visione e alla tradizione laica. Soprattutto con la sua impresa dei Cahiers de la Quinzaine Péguy ha cercato di polemizzare, di richiamare all'ordine, a un certo ordine superiore, la letteratura del suo tempo. I Cahiers de la Quinzaine erano una rivista che usciva ogni quindici giorni e che trattava vari argomenti, e in molti di questi numeri speciali c'erano le opere di Péguy, soprattutto la sua poesia, che era una poesia straordinaria. E poi c'erano tutti gli altri trattati, così possiamo chiamarli, di carattere filosofico e sociologico... Péguy è stato non sempre compreso e in vita - una vita finita presto perché è morto sul campo di battaglia della prima guerra mondiale - era stato letto e interpretato in diverse chiavi. Per esempio, dopo la guerra del '40 è stato assunto come rappresentante della cultura di destra, soprattutto per merito o per colpa di suo figlio, mentre invece la sua caratteristica era più marcatamente politica in senso socialista. È stato il primo, se possiamo dire così, a capire lo stretto rapporto che c'era tra la ragione cristiana e il socialismo e la letteratura che potremmo dire di sinistra. Prediligeva soprattutto una forma di canto antico, una lunga preghiera fatta di ripetizioni, di ritorni sulle parole. Era molto sottile, sapeva distinguere, aveva avuto un grande successo anche in Italia; una cosa che di solito non si ricorda ma un poeta come Cardarelli è stato fortemente influenzato da Péguy. Ed è stato l'autore che ha avuto la maggiore influenza sugli scrittori della Voce, su Prezzolini. Non sempre è stato ricordato e tenuto presente come sarebbe stato giusto. E anche oggi se non è stato del tutto messo da parte, ha lasciato il posto ad altri poeti del suo tempo che forse si adattano meglio alle nostre abitudini, a certe mode e a un certo tipo di poesia più legata alle nostre passioni. Da ricordare che il cristiano Péguy non si è mai convertito definitivamente. Era stato educato al verbo socialista e per rispetto della madre, che era un'impagliatrice di forte fede socialista, non ebbe mai il coraggio di fare l'ultimo passo e di entrare in chiesa ed è rimasto quindi sempre sulla sponda del grande mare cristiano.
In Léon Bloy l'adesione al cattolicesimo fu totale, così come fu violenta la sua polemica con la modernità. Che personalità intellettuale fu la sua?
Nelle opere complete di Ardengo Soffici c'è un ritratto indimenticabile di Bloy. Durante il suo soggiorno a Parigi nei primi anni del secolo lo scrittore toscano era andato a trovare Léon Bloy ed era rimasto sorpreso dall'irruenza, dalla violenza di questo scrittore che intendeva convertire la gente a forza di bastonate. L'altro autore non francese che ha scoperto Bloy e l'ha rimesso sugli altari è il tedesco Ernst Junger, che mentre era a Parigi durante la guerra del '40 ebbe modo di leggere le opere di Bloy, soprattutto i suoi diari, fatti di continue violente polemiche, anche verso i suoi benefattori; basterà ricordare il suo comportamento nei confronti di Huysmans, altro scrittore convertito, che, secondo Bloy, era più sensibile alle ragioni del mondo, mentre Bloy si atteneva strettamente all'ortodossia, rammentando ai suoi contemporanei i valori e il peso che hanno e che avevano per lui soprattutto i Dieci Comandamenti. Il suo diario, questo lungo diario che volta per volta veniva pubblicato da una grande casa editrice di allora nata dalla rivista Mercure de France, è anche oggi per molti aspetti attuale, nel senso che Bloy andava alla radice delle cose, non si lasciava incantare dalle leggi del momento, e quindi c'era nelle sue pagine tutta una zona che possiamo definire non solo di ispirazione cristiana, ma dotata di una straordinaria forza di invenzione religiosa e profetica.
Quale è stato il rapporto con il messaggio cristiano di André Gide?
Come si vede da questi esempi non c'è stato scrittore di quel tempo che non sia stato tentato dal cristianesimo. André Gide ha passato nel cristianesimo gran parte della sua vita, dagli anni della gioventù fino al tempo della prima guerra mondiale, quando in un volumetto intitolato Numquid et tu si staccò definitivamente dalla fede. Tutta questa prima parte di Gide non si capisce se non si tiene presente il Vangelo. Gide era un protestante, la sua educazione era stata un'educazione protestante, ma a differenza di quanto succedeva allora e di quanto succede anche oggi, era sempre legato all'insegnamento del Vangelo, alla lettura dei Vangeli, insomma a un cristianesimo sostanziale e non soltanto formale. Poi il discorso si complicherebbe molto, perché, anche per ragioni personali, per quelle che erano le sue abitudini sessuali, Gide a un certo punto si è ribellato, ha rivendicato quella particolare libertà ed è uscito da questa Chiesa universale sbattendo la porta. Rivendicando questa sua libertà e rifiutando la religione, il cristianesimo, ha rifiutato di potersi muovere e di modellare la sua vita secondo precetti e ha scelto gli istinti.
Charles Maurras è stato a capo dell'Action française, un movimento politico cattolico nazionalista degli inizi del secolo ed è autore di raccolte poetiche (La musica interiore è del 1925). Qual è il rapporto tra l'ideologo e lo scrittore?
Arrivando a Maurras vediamo ancora meglio come fosse diversificato e variegato il mondo di derivazione cristiana. Maurras, come poi Barrès e Léon Daudet, era uno scrittore certamente cattolico ma con un forte contenuto politico e nazionalista. Tant'è vero che Maurras, a un certo punto, è stato messo all'indice, e se si va nella biblioteca di don Giuseppe De Luca si vedono tutte le opere di Maurras che erano servite a un cardinale per istruire il processo che sarebbe poi arrivato alla scomunica. Maurras ha avuto una grande influenza, un grande successo, perché era un grande prosatore. Quindi direi che non soltanto la parte politica era preponderante, ma anche la parte più strettamente letteraria e stilistica. Maurras poi ha continuato nel periodo fra le due guerre e nella seconda guerra si è trovato ancora dalla parte di questo cattolicesimo politico, tant'è vero che fu processato, e l'Action française venne messa anch'essa sotto accusa. Che però avesse una forza notevole lo verifichiamo da un altro fatto: anche uno scrittore libero e irrequieto come André Gide era stato a un certo punto tentato e affascinato dal verbo di Maurras.
Che influenza ha esercitato nella ricerca letteraria fra le due guerre il pensiero di Jacques Maritain?
Maritain è stato legato a Maurras e all'Action française, per un momento è stato attirato e affascinato dalle teorie di Maurras, ma poi se ne è allontanato. È un filosofo che ha avuto molti seguaci anche in Italia, con una storia e una carriera di grande libertà. Negli anni della sua rivista e delle sue edizioni Le roseau d'or, La canna d'oro, era riuscito ad attirare intorno a sé e a sua moglie Raissa Maritain, che a sua volta era anche scrittrice, un gruppo di artisti e di scrittori. Ed è a questo gruppo che pensava il giovane De Luca, quando tentò di fare qualcosa di simile con gli scrittori italiani, cosa che non è riuscita. Per riassumere con una parola e con un esempio il momento di fulgore di Maritain, basta ricordare che proprio nelle edizioni Le roseau d'or, George Bernanos, altro scrittore cattolico, pubblicò il suo famoso libro Sotto il sole di Satana... Maritain credeva che attraverso l'arte, la pittura, la letteratura, si potesse costituire una corrente di pensiero che avrebbe dovuto avere come sbocco la grande lezione del cristianesimo. Da parte sua ci metteva la speculazione filosofica, e in base a questa ha avuto una forte eco per esempio nel gruppo dell'Università cattolica di Milano, e anche oggi ci sono circoli intitolati al suo nome che tentano, con alterne fortune, di fare rivivere quell'esperienza, quella ricerca e quel tipo di passione. A un certo punto Le roseau d'or muore e allora Maritain non si dà per vinto e crea un'altra rivista che si chiamava Les iles, Le isole, volendo dire che nel mondo moderno c'erano questi piccoli gruppi, queste isole che consentivano non soltanto la conservazione, ma il rinnovamento della Chiesa.
Quale è stato il percorso di Jacques Rivière, critico e scrittore, direttore della Nouvelle Revue Française convertitosi al cattolicesimo?
Anche Rivière in partenza era un laico, ha scritto saggi memorabili su Gide e Claudel, e con Claudel era nata un'amicizia di cui troviamo tracce nella corrispondenza Claudel-Rivière. Anche Claudel sentiva il bisogno di convertire, di richiamare gli amici, la gente, e bisogna dire che in Rivière ha trovato un terreno adatto, sicché si può parlare di una conversione di Rivière. Invece, secondo altre testimonianze, questa passione non sarebbe durata a lungo, e già dopo la guerra, al ritorno di Rivière dalla prigionia in Germania e dal soggiorno in Svizzera, si sarebbe allontanato dalla fede. Comunque, per avere un'idea di come il verbo di Claudel avesse avuto una tale importanza sull'intelligenza straordinaria di Rivière, bisogna andare a leggere il suo libro Sulle tracce di Dio, pubblicato dopo la morte - anche Rivière è morto giovane - in cui si trova questo dramma, diciamo pure questa sorta di cristianesimo agonico, per dirla con Unamuno: cioè il diario di uno che cercava di giustificare e documentare la sua fede e quindi non soltanto il diario di un letterato, ma anche di un pensatore e di un filosofo.
Quella di George Bernanos è un'opera a carattere torrentizio, che indaga la verità interiore attraverso le luci e le ombre dell'animo umano. In un suo saggio, dal titolo Bernanos e la realtà lei definisce l'autore di Sotto il sole di Satana e del Diario di un parroco di campagna "un eversore e nello stesso tempo un dannato, un folgorato" e i personaggi dei suoi romanzi come degli eroi, "fra i pochi eroi che la letteratura del nostro tempo ammetta". Può ricostruire la sua personalità di romanziere, autore teatrale e polemista?
Con Bernanos cambia completamente lo scenario. Era un temperamento molto violento, la sua immagine è antitetica a quella dello scrittore che vive e lavora nel chiuso di uno studio. Ci sono due immagini predominanti: Bernanos che scrive i suoi libri al caffè, fra il rumore della gente e non sente niente, non vede niente, eppure questo clima ha anche la sua importanza; e poi c'è il Bernanos che a un certo punto si è invaghito della motocicletta e faceva grandi corse a perdifiato nella Francia. Era un francese del Nord, in partenza monarchico, ha avuto anche lui la sua parentesi maurrassiana, era stato un fedele di Maurras e poi si era ribellato. Ed è ricordato soprattutto per i due romanzi che ha citato, Sotto il sole di Satana e il Diario di un parroco di campagna, titolo che poi sarebbe stato ripreso da un nostro grande scrittore dimenticato che è Nicola Lisi. Però sono due parroci completamente diversi, il parroco di Bernanos, come tutti i suoi personaggi, è uno che cammina al buio, che è assalito dalle tentazioni del diavolo e che vive e soffre della sua fede in una sorta di lotta, di corpo a corpo con il mistero, con il segreto e con tutta la parte che noi non conosciamo di noi stessi e del mondo. Per certi versi poteva assomigliare a Bloy, benché esistano forti differenze, ma anche lui è stato un grande polemista e nella sua vita di cavaliere errante, di uomo tormentato era sempre assediato, ossessionato dalle ragioni pratiche, dai debiti. Questo è all'origine della sua vita in Francia. Poi a un certo punto decide di andare in Brasile e di cambiare vita, compra una fattoria, ma anche lì dal punto di vista economico non ha un grande successo. Ritorna in Francia, collabora ai giornali con polemiche roventi, senza rispetto di nessuno. Da un punto di vista politico, c'è da dire che la sua letteratura aveva affascinato De Gaulle, e De Gaulle lo aveva mandato a chiamare, voleva portarlo all'Accademia di Francia, cosa che Bernanos ha rifiutato. Vagabondo, è stato negli ultimi tempi a Tunisi dove si è ammalato di un tumore al fegato e riportato in Francia, dove dopo poco sarebbe morto. E c'è una sua frase che lo ritrae molto bene: pare che al momento della morte, rivolgendosi a Dio, Bernanos avesse esclamato: "E adesso a noi due". Il suo è un cattolicesimo di lotta, di riferimento costante al peccato, questo è uno dei suoi temi; perché il peccato esiste, perché anche le nature più salde, più fedeli al verbo di Dio a un certo punto sono afferrate e trascinate nell'abisso misterioso della negazione e del rifiuto. Bernanos è uno di quei casi di cui parlavamo prima, uno scrittore non ortodosso, un disturbatore, uno che dava noia, non aveva rispetto del mondo, come si dice, quindi non ci metteva molto a criticare, a polemizzare e a ironizzare su quelli che al suo tempo erano i rappresentanti ufficiali di una certa Francia. Basta citare la sua avversione e il suo rifiuto di personaggi come Claudel: in un suo frammento lo avvicina ai generali sovietici, pieni di medaglie, di onorificenze. Bernanos non ne ha mai voluto sapere e non ha mai accettato di entrare sia pure indirettamente nella società ufficiale di un Paese. Ed è arrivato abbastanza presto anche in Italia, tradotto, e qui la cosa sorprenderà, dal duca Tommaso Gallarati Scotti, famoso per le sue tentazioni moderniste. Il modernismo era una delle bestie nere di Bernanos, quindi è curioso che Gallarati Scotti sia stato il primo a tradurre Sotto il sole di Satana.
L'intensa opera narrativa di François Mauriac si colloca tra le due guerre: Il bacio al lebbroso è del 1922 e il suo capolavoro, Thérèse Desqueyroux, del 1927. Lei ha scritto che il grande tema della sua vita è e rimane sempre lo stesso: quello della salvezza dell'uomo di fronte a Dio. "La sua è una storia di gridi, di aneliti e di cupi rivolgimenti interiori", cito ancora da un suo saggio, Mauriac, uno e due. Quali soluzioni ha avuto il suo cattolicesimo?
Mauriac è uno scrittore di natura opposta a Bernanos; ha fatto una carriera regolare, è stato attento a mettere in giusta luce le sue qualità e i suoi meriti - giovanissimo, era stato Premio Nobel. Anche lui affronta una certa Francia della provincia però diversa da quella di Bernanos che andava a cercare i suoi personaggi proprio nei posti più sperduti e dimenticati del Paese. Mauriac invece delimita il suo mondo alla borghesia, soprattutto la borghesia ricca della provincia. È nato a Bordeaux e quindi era in un certo senso vicino di Maritain, ma ha seguito la sua strada, è stato premiato giovanissimo da un articolo di Parrès, per un volume di poesie. E poi ha continuato soprattutto raccontando la sua vita e la vita dei suoi vicini, dei suoi parenti, della gente che conosceva. E poi, quando in Europa si fanno sentire per la prima volta le voci di guerra, e appaiono all'orizzonte i grandi dittatori, Mauriac cambia registro. Lo si vede bene nel suo diario, il Journal, che ha due significati, uno intimo e l'altro pubblico, costituito dagli articoli che Mauriac scriveva. Anche lui entra nella storia viva del suo Paese ed è stato una delle grandi voci della coscienza francese e cristiana. Comunque, la sua è una storia per certi versi normale, ma non bisogna accantonare un altro dato, che il suo è un cristianesimo tormentato e sofferto e per certi aspetti polemico. Il suo capolavoro, come ha detto lei, è Thérèse Desqueyroux, un romanzo cupo e tragico; poi ci sono molte altre opere, c'è anche una Vita di Gesù e il suo Journal che ci consente di vedere fino a che punto Mauriac fosse presente e partecipe della storia della Francia di allora. Oggi è completamente dimenticato, ogni tanto gli editori riesumano qualche opera.
Come mai questo oblio?
Perché è cambiata la società, è cambiato il tipo di ricerca, non ci sono più romanzieri cattolici, e anche le questioni politiche hanno assunto un altro aspetto e altre motivazioni.
La presenza di Dio è centrale nella poesia e nelle opere destinate al teatro (tra le quali voglio ricordare L'annuncio a Maria del 1912) di Paul Claudel. Lei ha definito i suoi testi preghiere lontane che ci restituiscono momentaneamente la presenza divina. Nella Mia conversione del 1913 Claudel scrive: "Credo... con una tale certezza che non lascia spazio ad alcuna specie di dubbio". Si può dire allora che quella di Claudel è una fede assoluta, perfetta?
Claudel è un cattolico convinto, con il bisogno di convertire chi gli stava vicino. Ed è stato un grande poeta. Il suo teatro, dopo una prima esperienza simbolista, è diventato un teatro più vicino alle attese degli uomini, e basterebbe ricordare una delle sue prime opere tradotta dal nostro Jahier, il Partage du midi, La crisi meridiana, che racconta la storia di una sua passione amorosa. Perché Claudel, che era un diplomatico, una volta, tornando in Oriente, mi pare in Cina, aveva incontrato su un piroscafo una donna che lo aveva fortemente impressionato e affascinato. Il suo mondo è molto più vasto di quello sempre un po' limitato degli altri scrittori che abbiamo citato; appunto queste sue esperienze di diplomatico in Paesi lontani come la Cina, il Giappone, hanno fatto sì che anche la sua poesia avesse un altro respiro. Così come Péguy aveva adottato un tipo di verso, lo stesso Claudel, che era un fine critico letterario, ne ha inventato un altro molto più largo e molto più costruito. Certo, il suo cattolicesimo è ben saldo sui suoi princìpi, cosa che lo rendeva intollerante e lo portava a rifiutare le esperienze di una letteratura un po' codificata, com'era quella del gruppo della Nouvelle Revue Française, rivista cui del resto lo stesso Claudel aveva collaborato. Ancora non ho detto che tutti questi scrittori erano frequentatori delle famose riunioni in casa di Mallarmé, cioè erano stati ispirati e fortemente impregnati dal simbolismo. Una delle pagine più conosciute di Claudel è quella del racconto della sua conversione in una notte di Natale a Notre Dame. È stato fulminato, così come Manzoni un secolo prima, però è una conversione che è durata a lungo, perché dopo la folgorazione Claudel non si considerò completamente convertito e convinto. Ci sono voluti diversi anni, se ricordo bene cinque, perché si potesse sentire e professare cristiano.
L'autobiografismo è la caratteristica dell'opera narrativa di Julien Green, scomparso recentemente. Qual è stata l'evoluzione intellettuale dell'autore del Journal?
Green era nato in America ed era venuto poi in Francia. Ha partecipato alla prima guerra mondiale nella Croce Rossa e poi è sempre stato cittadino di Parigi, fino agli ultimi anni, quando è entrato in rotta di collisione con la cultura e la società francese al punto di uscire dall'Accademia francese, se ricordo bene, e di voler cercare un nuovo tipo di vita all'estero. Era stato anche in Italia, aveva avuto molte offerte a Brescia e a Forlì e aveva pensato seriamente per lungo tempo di trasferirsi qui da noi. Anche lui per certi aspetti è un romanziere tradizionale che però ha avuto una forte suggestione dagli scrittori di lingua inglese. Era bilingue, poteva scrivere direttamente e ugualmente bene in inglese e in francese, e certi suoi libri ultimi sono tradotti da lui stesso dal testo inglese. Anche lui è autore di un grande diario, il suo Journal è un po' il film della vita culturale francese dagli anni Venti fino al momento della morte. Julien Green, in tutt'altro senso rispetto a Gide, subiva l'incanto del mistero, il fascino dell'ombra, della notte e come Gide aveva subito delle forti tentazioni che non rientravano nell'ordine dell'amore come lo intendiamo noi. Quindi c'è tutta una parte della sua opera che ha trattato il dramma del cristiano di fronte al peccato della carne. È morto pochi mesi fa, ed era sorprendente la sua vitalità. Lavoratore strenuo, alternava ore di riposo al lavoro dello scrittore. In Italia è conosciuto, ma non ha avuto fortuna, almeno a giudicare dal continuo cambiamento degli editori che ordinavano le sue traduzioni.
Dopo gli anni Cinquanta mi pare che il panorama della letteratura cristiana subisca in Francia, e non solo in Francia, un forte impoverimento. Se questo è vero, quali possono esserne le ragioni, ed esistono comunque nuove esperienze significative?
Oggi la Francia è completamente cambiata e non ci sono più questi grandi protagonisti, né da una parte, né dall'altra. La letteratura ha subito un forte colpo per cui è molto difficile scegliere, più difficile ancora distinguere. Il panorama è piatto, non solo mancano i grandi protagonisti, i grandi personaggi, ma mancano anche quelle correnti che hanno distinto il periodo più felice, tra il '20 e il '40. Non che non ci siano riviste e neppure che manchino scrittori di un certo peso, ma quel clima di vita, di grandi attenzioni, diciamo pure di grandi attese a mio giudizio non c'è più e sembra irrecuperabile.
Fuori dai confini della cultura francese, se si eccettua quella italiana, direi che non esiste una tradizione novecentesca di scrittori cristiani altrettanto significativa, ma piuttosto figure isolate anche se assai rilevanti. Una di queste è Miguel de Unamuno, filosofo, saggista, narratore e poeta spagnolo nato nel 1864 e morto nel 1936: che tipo di religiosità è la sua, e in quali opere essa trova l'espressione più compiuta?
In Spagna c'è questo personaggio singolare, straordinario che era Unamuno, filosofo, saggista e soprattutto poeta. La vera scoperta di Unamuno è avvenuta dopo la sua morte e dopo la pubblicazione del suo diario, nel quale noi assistiamo a un'altra famosa lotta di uno spirito, di un uomo con il suo Dio, però con caratteristiche molto particolari. La sua è una poesia fatta di interrogazioni, sembrerebbe in un certo senso che non aspettasse risposte. Ma c'è quest'immagine dello studioso chiuso nel suo studio durante la notte che con la memoria ripercorre episodi della vita, frammenti delle sue amicizie e delle sue conoscenze. E poi c'è l'Unamuno polemico, l'Unamuno che appartiene al grande capitolo del saggismo spagnolo, quello di Ortega, di Azorin e di tanti altri. Ma Unamuno è soprattutto l'autore dell'Agonia del cristianesimo, dove per agonia non bisogna intendere la fine del cristianesimo, ma l'idea di chi lotta per potersi dire cristiano.
Unamuno venne messo all'indice?
Sì, venne messo all'indice appunto per l'Agonia del cristianesimo. La Chiesa condannò quest'idea di cristianesimo per certi aspetti più fisico, un cristianesimo come espressione di combattimento e non di semplice accettazione delle regole e della dottrina.
L'opera narrativa di Chesterton, per il suo bonario moralismo e la critica del materialismo della società industriale, può essere inscritta nella letteratura cristiana di questo secolo?
Anche Chesterton ha avuto un suo momento di fortuna prima del '40. Intanto c'è un lungo saggio di Emilio Cecchi, e poi amava l'Italia e per molto tempo ha abitato a Firenze. Ricordo di averlo visto e conosciuto grazie a Nicola Lisi, che non so più per quale ragione era in contatto con lo scrittore inglese. La forza di Chesterton consiste nella sua capacità di usare il paradosso, di rovesciare le situazioni. Quindi c'è tutta una parte della sua opera che in un certo senso appartiene al giallo, alla letteratura degli inganni e delle sorprese. E questo sistema lo ha adoperato anche per le opere di carattere più strettamente religioso, basta ricordare uno dei suoi libri fondamentali intitolato Ortodossia. Si può spiegare la presenza di Chesterton in un Paese non cattolico appunto per questo contributo indiretto che ha dato alla letteratura di indirizzo cristiano.
I romanzi di Graham Greene sono tra i più popolari della letteratura inglese contemporanea; ricordo Il terzo uomo del 1950 e Il nostro agente a L'Avana del 1958. Narrano storie di guerra, intrighi polizieschi, ma che riflettono un'intensa problematica religiosa.
Graham Greene per un certo verso si avvicina al Chesterton del giallo. Poi la sua opera è stata ripresa e propagandata anche dal cinema, basti ricordare il suo romanzo Il nostro agente a L'Avana che è costruito appunto su queste storie di segreti, di intrighi. Il libro ha avuto da noi un propagandista in Mario Soldati. Erano amici, e capitava che si scambiassero le idee e facessero la stessa guerra contro il realismo e anche contro il pensiero dominante di quel tempo che era per certi aspetti il positivismo e per altri l'idealismo.
In Unione Sovietica la violenta requisitoria contro il terrore stalinista di Aleksandr Solgenitsyn si accompagna all'affermazione di valori cristiani?
Il fenomeno Solgenitsyn si ricollega a un ritorno allo spirito religioso. Esso ha serpeggiato e in certi momenti ha dominato non solo questi scrittori che abbiamo citato fino adesso, ma anche scrittori che avevano avuto condizioni di vita molto diverse, addirittura tragiche, drammatiche: fra questi c'è Solgenitsyn. Egli ha restituito lo spirito religioso a un Paese che era stato educato e formato addirittura sull'ateismo. In tutti i Paesi dell'Est c'è stato questo esempio straordinario di contraddizione: dal punto di vista ufficiale, esteriore, tutti rinnegavano Dio e la religione, ma in privato ognuno cercava di conservare un altro tipo di visione del mondo. E questo si è verificato non soltanto ai livelli di Solgenitsyn, ma anche - l'ho saputo da testimonianze dirette - tra gente più semplice, più umile. È un altro segno che rispetto al rifiuto della religione da parte degli uomini di cultura dell'Ottocento, c'è stata una ripresa, un ritorno e in senso più alto un riscatto.
Veniamo, in conclusione, alla letteratura italiana. Cominciando da Rebora e dalla sua storia interiore. Quali sono il senso della sua conversione, la natura della sua poesia, il carattere del suo lungo silenzio che va dai Canti anonimi del '22 ai Canti dell'infermità del '56?
La situazione della Francia si è per certi aspetti ripetuta anche da noi in Italia. Fino al 1940, cioè allo scoppio della seconda guerra mondiale, i due movimenti che avevano avuto più importanza erano stati prima il positivismo e poi l'idealismo. Di fronte a queste due tendenze, alcuni scrittori sono tornati, più o meno facilmente o con difficoltà, alla visione cristiana della vita. Anche quelli che poi hanno continuato a dimostrarsi indifferenti o agnostici, come Prezzolini; ma dobbiamo prendere atto che anche un grande scrittore e saggista come lui ha saputo dare il giusto peso al ritorno delle istanze religiose. Ed è uno dei meriti di Prezzolini quello di avere scoperto poeti che avrebbero avuto una parte molto rilevante nel campo della letteratura cristiana. È stato lui a scoprire Rebora. La storia di Rebora ha avuto una prima parte: era nato in una famiglia che rifiutava la religione, di tendenza mazziniana, e fino al primo dopoguerra è stato ancorato a quelle idee e a quelle passioni. Poi c'è stata la conversione, una conversione maturata molto lentamente e che ha avuto la sua conclusione con il suo ingresso nei Rosminiani. È inutile ricordare i meriti del poeta dei Canti anonimi, il gusto della sperimentazione, il bisogno di rompere gli schemi. Dopo la conversione Rebora sceglie il silenzio, un silenzio che romperà per ordine dei suoi superiori soltanto molto tardi, con le poesie dell'infermità, che sono la storia di un lento e doloroso avvicinamento alla morte. Rebora ha avuto dopo la sua morte una specie di resurrezione: poeti cattolici come Testori e Padre Turoldo hanno messo di fronte a noi il peso di quella eredità e di quella forza di ragioni spirituali e interiori.
Secondo una sua definizione, il breve ma intenso discorso letterario di Giovanni Boine ha un senso unico, ed è un senso religioso. Boine ha scritto un saggio su San Giovanni della Croce, una prova narrativa, Il peccato, e prose lirico-filosofiche, come Frantumi del 1918. Qual è stata la sua coscienza religiosa e la sua concezione della letteratura?
Avendo citato prima Prezzolini, sensibile alle ragioni cristiane, viene spontaneo ricordare il ligure Giovanni Boine, critico dei primi anni del secolo. Essendo amico di Gallarati Scotti aveva avuto suggerimenti preziosi, quali si deducono leggendo le sue opere. Boine era nato a Imperia, quindi apparteneva alla Liguria di Ponente, naturalmente anche lui aveva subito l'influenza dei francesi, aveva letto Péguy e tutti gli altri e ci ha lasciato un saggio che è rivelatore, dedicato a San Giovanni della Croce, il poeta spagnolo. Il saggio si riferisce non solo alla vita spirituale ma addirittura alla ricerca teologica. Il suo è un cristianesimo drammatico, del tutto particolare, e la sua è stata un'esistenza molto combattuta e piegata da un gioco di passioni nel quale ha avuto un grande ruolo Sibilla Aleramo. Un cristianesimo del tutto particolare, come ho detto, nel quale il peccato aveva la sua giusta parte, perché in Boine c'era il tentativo esplicito di risolvere le questioni quotidiane con una visione più alta, quale era la visione di una letteratura di carattere spirituale.
L'attività letteraria di Papini è stata estremamente ricca e molto discussa. La conversione, avvenuta nel 1921, lo porta a scrivere una Vita di Cristo e successivamente altri testi di carattere religioso, talora eterodossi. Come va interpretata la sua adesione alla fede religiosa?
Anche qui si tratta di una conversione non immediata ma meditata, cominciata mi pare nel 1917 e conclusa tre o quattro anni dopo con la pubblicazione della Vita di Cristo. Adesso è difficile pensare al rumore che ha fatto quel libro, ma forse possiamo capire qualcosa di più pensando che Papini aveva per molti anni, dai tempi della rivista Il Leonardo, dimostrato non solo un disinteresse per le questioni religiose, ma addirittura le aveva denigrate, irrise. Ci sono certi suoi famosi articoli scandalosi che poi avrebbe rifiutato. Non c'è solo la Vita di Cristo da considerare, ma ci sono i suoi libri di letteratura ispirata alla fede, le raccolte di poesie come Pane e vino. Quindi è stato uno scandalo, e in un certo senso il punto di partenza di quelli che sarebbero stati chiamati poi scrittori cattolici degli anni Trenta e Quaranta. Va detto ancora che Papini insieme a Giuliotti è stato il padre e il protettore del gruppo del Frontespizio che è stata la vera rivista letteraria apertamente votata alla ragione di Cristo e alle verità del cristianesimo.
Ci può dire qualcosa di più su questa rivista, pubblicata a Firenze tra il 1929 e il 1940?
Giuliotti e Papini dettero una specie di avallo a Bargellini, a Lisi e a Betocchi, che sono i veri fondatori del Frontespizio. La rivista era nata per merito di Bargellini che è stato un grande prosatore e un grande polemista. Intorno ai fondatori del Frontespizio si era raccolto poi un gruppo di giovani con l'aiuto e la revisione di don Giuseppe De Luca, che per i primi anni, dopo il 1929, è stato qualcosa di più di un suggeritore, era veramente un padre spirituale, che intendeva non soltanto avallare l'opera di questi scrittori fiorentini, ma indicava tutta una serie di interpretazioni e di scandagli di tipo storico erudito e teologico.
La poesia di Giuseppe Ungaretti esprime una carica religiosa di straordinaria intensità, penso per esempio alla Pietà o al Dolore. È Ungaretti stesso a dichiarare che "certo, e in modo naturale la mia poesia, interamente, sino da principio, è poesia di fondo religioso. Avevo sempre meditato sui problemi dell'uomo e del suo rapporto con l'esterno, sui problemi dell'effimero e sui problemi della storia". Quali sono i dati fondamentali di questo "fondo religioso"?
Ungaretti è la figura di maggiore spicco, colui che ha dato alla poesia italiana un punto di grande, assoluto, per certi aspetti miracoloso riscatto. Anche Ungaretti intorno agli anni 1928-1929 era stato attirato dalla voce di Cristo, aveva soggiornato in convento e poi di fronte a un evento tragico della sua vita, la morte del figlio, ha scritto uno dei libri più belli della poesia non soltanto italiana, ma del mondo, che sarebbe Il dolore, la chiave per intendere la sua poesia. In Ungaretti c'è una straordinaria innocenza dell'atto poetico, un'innocenza che forse è la vita stessa data nell'immediatezza della parola, accettata come condizione umana. Ungaretti è stato un poeta che ha parlato direttamente, il poeta di un diario essenziale, separato dal tempo e dov'è assente la possibilità di un episodio. Nessun poeta come lui ha saputo rispondere meglio e più in profondità all'idea di poesia pura e nessuno come lui è stato il simbolo di una straordinaria partecipazione umana. In Ungaretti è fondamentale la nozione di memoria di cui era nutrito: una memoria costante e presente che non avrebbe potuto far cominciare dal nulla un'immagine di vita, come invece accadeva con i futuristi e i surrealisti. La memoria lo costringeva a chiedersi se prima non ci fosse stato davvero nulla, se l'impresa di cominciare da zero avrebbe avuto qualche possibilità di successo, soprattutto se l'idea di determinare un nuovo momento della vita fosse accettabile e non contrastasse con il principio religioso dell'unità che in lui è sorto molto tempo prima di dichiararsi cattolico.
Su Il Frontespizio esce nel 1934 Realtà vince il sogno, la prima raccolta poetica di Carlo Betocchi. Lei ha scritto che egli "è arrivato a essere cristiano, anzi addirittura a sentirsi cattolico senza mai venire meno a quello che era e resta il suo principio vitale... si potrebbe dire forse che il suo è un cristianesimo naturale e che soltanto dalla soddisfazione piena della natura gli era possibile toccare una sponda diversa che era poi quella della verità". Il Betocchi della vecchiaia è invece un poeta tragico, che rimette in discussione la propria fede...
Abbiamo già ricordato Betocchi come uno dei fondatori del Frontespizio. Tra parentesi bisogna dire che tutti questi scrittori facevano una vita molto semplice, non ripetevano quelli che erano i riti della letteratura del tempo, non si trovavano mai al caffè. Le sedute del Frontespizio avvenivano in casa di Bargellini, e quando ci si radunava nel tardo pomeriggio, il sabato arrivava Betocchi, che lavorava come geometra sulle strade, nei cantieri, e alcune delle sue poesie, per esempio Poveri a Tegoleto, sono il frutto di questi suoi periodi di lavoro passati sulle strade della Toscana. Fu Bargellini a scoprire e indicare Betocchi come uno dei poeti autentici del nostro tempo. Betocchi arriva a una forma alta d'individuazione spirituale senza perdere nulla di ciò che costituisce il dramma stesso della sua vita. È proprio questo ciò che più colpisce il lettore: il poeta, mentre appare lacerato da quelle che sono le contraddizioni, gli errori e i peccati della sua vita, nello stesso tempo partecipa di un sentimento di gioia e di libertà che è soltanto suo. Oggi, d'altra parte, siamo in grado di spiegarci meglio il titolo della sua prima raccolta da lei citata, Realtà vince il sogno; quella realtà così limpidamente assolta nel bene e nel male si è rivelata il filo conduttore di tutto il suo discorso. È alla realtà che si riportava il primo poeta, il cantore di certi paesaggi della campagna senese. Betocchi poi ha avuto un'evoluzione negativa: a un certo punto, di fronte alla sua tragedia familiare, vale a dire alla dolorosa malattia della moglie, si è staccato, ha protestato contro quella che lui riteneva un'ingiustizia. E quindi l'ultimo periodo è un periodo di interrogazione e di lamento, di protesta e di sopportazione. Il Betocchi della vecchiaia sembra non avere più memoria di quel passato di gioia naturale che alimentava la sua fede. Anche se i segni che gli ha lasciato addosso il Vangelo sono sempre ben visibili. Quel Dio che stava nella luce, sugli alberi, sui tetti dei paesi toscani è diventato un Dio terribile, un Dio che consente il male.
Ancora Il Frontespizio: nel 1938 lei vi pubblica il saggio Letteratura come vita, che costituisce il manifesto dell'ermetismo. Rievocando quegli anni lei ha scritto che in parte l'ermetisino è nato da una ristretta famiglia cattolica che aveva sentito in profondità la povertà e spesso la miseria delle proposte religiose del tempo. Può illustrare il senso di quest'affermazione?
L'ermetismo in parte deriva dalla lezione francese, da quegli scrittori come Péguy, come Claudel, e indirettamente anche dai simbolisti. Se l'ermetismo ha un merito è quello appunto di avere cercato di penetrare nella realtà e di soffermarsi a guardare quello che era il momento della creazione pura o, come ha detto Luzi, una sorta di antologia. Il Frontespizio aspetta ancora un momento di giustizia, perché è stato già bistrattato e misconosciuto negli ultimi anni della seconda guerra mondiale. E con l'aggettivo di ermetico si tendeva a rigettare quello che era stato un momento di fiducia nel mistero e nel segreto.
Avvento notturno di Mario Luzi è uno dei testi poetici esemplari dell'ermetismo. Il suo discorso poetico si sviluppa ormai da più di sessant'anni ed è uno dei più ricchi del nostro tempo. Quella di Luzi è una lunga e continua revisione della propria poesia, in cui la parola poetica si misura costantemente con quella della Rivelazione. Qual è il filo che lega le sue prove giovanili a quelle della maturità e della vecchiaia e il tema dominante della sua poesia?
Non c'è dubbio che nel panorama di oggi Luzi rappresenti una figura di grande importanza, importanza che non si limita al nostro recinto italiano ma ormai si è manifestata e affermata in molti altri Paesi. La sua è una poesia complessa che dal mondo dell'Avvento notturno arriva a Nel magma e alle ultime poesie, sempre dedicate alla riscoperta quotidiana e al grande ritorno dello spirito. In effetti tutto il discorso di Luzi si basa su un confronto, su una contrapposizione dolce che, pur non arrivando mai alla risposta assoluta, conserva la sua parte di vero. Naturalmente è stato un discorso che non si è mai scostato dalla ragione prima della vita, soltanto sono cambiati i toni, i modi, i tipi d'invocazione, ma la meta non è stata né depredata né diminuita. Ecco perché c'è un unico filo fra le prime prove giovanili e gli ultimi testi, fra lo stupore iniziale e la consapevolezza della grande maturità. Luzi aggiunge ogni volta alla realtà quel tanto di luce che è necessario per immaginare e intravedere un altro mondo dove l'uomo resta nudo e nello stesso tempo gravato dal peso della coscienza.
In un suo articolo del '45, Cristo non è cultura, lei definisce Elio Vittorini "una natura religiosa". In che senso?
Tracce di questa attenzione cristiana si ritrovano anche in scrittori che apparentemente hanno militato sotto altre bandiere. Qualcosa di religioso c'era anche in Vittorini e ancora di più, in modo appariscente, in Silone. Vittorini intanto rifiutava le filosofie del momento, l'idealismo italiano, l'esistenzialismo francese. In questa sua religione dell'uomo c'erano cose che appartenevano più propriamente alla visione cristiana. Per capire qual è stata l'origine, la partenza di queste sollecitazioni in Silone bisogna rileggere le pagine che ha dedicato a Don Orione, che sono i ricordi del terremoto che aveva devastato l'Abruzzo e il ricordo di un incontro fatto in treno con questo prete singolare. E Silone poi non è mai arrivato a entrare in una chiesa ma è sempre rimasto fuori, come Péguy. Nell'Avventura di un povero cristiano si capisce meglio che cosa Silone intendesse per cristiano, vale a dire i lavoratori, i sofferenti, la gente abituata alla miseria.
Quale accento assume il messaggio cristiano nella personalità di Pier Paolo Pasolini?
Pasolini parte anch'egli dalla miseria. Per certi aspetti egli aderisce all'interpretazione spirituale e cattolica della vita. Naturalmente fra problemi, drammi personali intimi e polemiche che motivano il suo rifiuto della Chiesa ufficiale; ricordo una sua poesia contro Pio Xll che fece scandalo. Ma poi nell'opera poetica, e soprattutto nell'opera narrativa ci sono molte tracce della sua educazione, della sua originaria formazione e di una intelligenza che rivelano una componente cattolica senza la quale non si può comprendere davvero Pasolini.
Esistono altri scrittori che, pur non essendo esplicitamente credenti, tuttavia rivelano una problematica e un orizzonte religiosi?
Non solo ci sono tracce di cristianesimo, come nel Cavaliere e la morte di Leonardo Sciascia, ma ci sono atti, manifestazioni pubbliche. Sciascia è morto assistito dal vescovo del suo paese, e benché lui dicesse che faceva tutto questo per rispettare le sue tradizioni, non c'è dubbio che all'ultimo, come lo stesso Vittorini, abbia avuto dei dubbi. In Sciascia la cosa è ancora più evidente e manifesta, perché tutta la sua letteratura precedente è una letteratura assolutamente laica, priva degli stimoli e delle inquietudini del cristiano. C'è poi Gianfranco Contini: nessuno ricorda mai che era un cattolico osservante, un credente fedele. Quando andava a trovare don Cesare Angelini a Pavia gli serviva anche la messa. Direi che pure questi dati di cronaca hanno la loro importanza.
Quali sono le radici profonde della religiosità e della poesia di Padre David Turoldo?
Padre David Turoldo lo possiamo mettere accanto al Pasolini poeta. Anch'egli ha sentito e vissuto drammaticamente la sua vita. È curioso che Turoldo e Pasolini siano entrambi friulani. Turoldo, che ha vissuto i suoi primi anni di scrittore a Milano ed era stato allievo di Mario Apollonio, è piuttosto un salmista, un profeta. Negli ultimi anni, segnati da una grave malattia, si potrebbe dire che Turoldo abbia perfezionato le sue virtù iniziali di slancio poetico, di amore della vita, di grande fiducia nella misericordia divina.
Dopo l'esperienza neorealista, Giovanni Testori imbocca la strada della letteratura religiosa con raccolte poetiche e testi teatrali. Lei ha scritto che ciò che lo contraddistingue è la straordinaria carica di passione, l'urgenza e il dolore della confessione, la battaglia con Dio. Sono questi i dati sostanziali della sua religiosità?
Il capitolo della letteratura cristiana o cristianeggiante si chiude per il momento con la figura di Giovanni Testori. Era un uomo fatto di sangue e di carne e nello stesso tempo cercava di trovare un equilibrio tra quello che era l'abisso e l'orrore del peccato e la preghiera, un discorso continuo e profondo con Dio. In parte era il Dio che gli aveva insegnato a conoscere sua madre, in parte era un cristianesimo, un cattolicesimo di tipo lombardo. E poi c'era invece il cristianesimo legato strettamente e direttamente al suo problema. In questo senso Testori è assimilabile a Pasolini: per l'omosessualità e il problema del peccato. Tutte cose che trasformavano la sua natura - dolce, sentimentale, generosa - in un'aperta posizione di protesta e diciamo pure di bestemmia. Una bestemmia che molto segretamente, in maniera sepolta si trova in tutti questi ultimi poeti che abbiamo ricordato: Pasolini, Padre Turoldo, e in modo violento in Testori. Testori non era soltanto uno scrittore, ma anche un pittore e un grande critico d'arte. Verso gli ultimi anni della sua vita era sceso anche nel campo della lotta politica e aveva intorno a sé dei giovani che lo consideravano non solamente come il loro maestro, ma come il loro profeta. Direi che questa è stata l'ultima grande figura del capitolo della letteratura d'ispirazione cristiana: ignorata o dileggiata, ma soprattutto negata. Questo perché gran parte della cultura e della letteratura del secondo dopoguerra è ideologica, per massima parte d'ispirazione marxista e quindi refrattaria alle posizioni e alle sollecitazioni di carattere religioso. Ma se si avessero i documenti che per il momento mancano ci sarebbe l'esempio di tre morti che lasciano capire quanto profonda fosse l'impronta spirituale e cattolica anche in chi rinnega queste idee. Ho ricordato Sciascia e la sua morte. Pare che anche Moravia negli ultimi tempi della sua vita avesse dei contatti con il parroco della sua parrocchia. E lo stesso Montale che, dopo la primissima parte dell'esistenza improntata e dedicata alla vita religiosa, al momento della morte si sarebbe riconciliato e avrebbe chiuso rispondendo alle preghiere di chi lo assisteva con un frasario che lasciava ben capire come fosse fortemente presente in lui una radice cristiana. Anche se negata per tanti anni.

Giovanni Piccioni è studioso di letteratura e traduttore

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