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Era Francois, peccato non fosse italiano

LIBERAL BIMESTRALE
di Sergio Romano
Liberal n. 8 - Ottobre/Novembre 2001

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François Furet è uno dei maggiori storici francesi degli ultimi trent'anni, ma fu anche, nel senso migliore della parola, giornalista. Gli occhi della storia, che Mondadori ha pubblicato alla vigilia dell'estate con una introduzione di Marina Valensise e una prefazione di Mona Ozouf, è per l'appunto un'antologia degli articoli che Furet scrisse tra la fine degli anni Cinquanta e la sua morte (1997) per France Observateur e Nouvel Observateur. Lo storico si occupò prevalentemente di due temi - la rivoluzione francese e il comunismo - e del modo in cui essi erano divenuti, a suo avviso, parte di uno stesso problema storiografico. Il giornalista recensì libri, commemorò anniversari, polemizzò con gli intellettuali del suo Paese e commentò gli avvenimenti dell'attualità. Ma fra i due mestieri, storico e giornalista, corre un rapporto molto stretto. Furet si occupò di attualità anche e soprattutto perché si accorse che la rivoluzione francese, vale a dire il tema principale delle sue riflessioni storiche, era stato catturato dai partiti comunisti e utilizzato come modello, archetipo, patente di legittimità e pietra di fondazione della loro ideologia. Per meglio "nobilitarsi" agli occhi del mondo, il comunismo aveva riscritto la storia d'Europa e fatto della rivoluzione francese una sorta di antenato della rivoluzione d'Ottobre. Con alcuni studi degli anni Sessanta e un lungo saggio del 1978 (Penser la Révolution française) Furet tracciò una netta distinzione tra gli avvenimenti del 1789 e quelli del 1792. I primi erano figli dell'Ancien régime molto più di quanto fossero padri e nonni del "Grande Ottobre". I secondi introducevano nella vita politica europea alcuni ingredienti che ritroveremo nelle ideologie totalitarie del Ventesimo secolo: la militanza politico-religiosa, la creazione dell'uomo nuovo, la manipolazione e la tirannia delle assemblee, l'epurazione e il terrore. La distinzione non era nuova e rifletteva convinzioni già presenti nelle opere di Burke, Madame de Staël, Manzoni, Tocqueville. Ma buttava all'aria la tesi della storiografia di sinistra secondo cui 1789, 1792, 1848, 1870 e 1917 erano le tappe di una stessa sequenza storica e logica. Furet, che si era iscritto al Pcf nel 1947 e ne era uscito dopo la rivoluzione ungherese del 1956, divenne bersaglio di duri attacchi in Francia e in Italia (Marina Valensise ricorda nella sua prefazione un giudizio sprezzante di Armando Saitta), ma la serietà dei suoi studi lo impose come uno degli storici più acuti e brillanti del momento. Giovò alla diffusione delle sue tesi in Francia, probabilmente, il fatto che negli stessi anni una parte della intelligencija francese (i nouveaux philosophes) traesse spunto dalla pubblicazione dell'Arcipelago Gulag di Solgenitsyn per sottoporre l'Urss e il Pcf a una sorta di radicale revisione storica e politica.
Questo stretto rapporto tra la materia dei suoi studi e l'ideologia (il comunismo) che aveva dominato per due generazioni la vita intellettuale francese, contribuì a fare di Furet un ottimo giornalista. Le sue riflessioni sul passato si prolungavano nel presente, divenivano materia di interpretazioni e scambi polemici. Le sue riflessioni sull'attualità, soprattuto quando concernevano l'Urss e il blocco sovietico, rimettevano in discussione l'interpretazione "canonica" del passato rivoluzionario europeo.
Lo storico che maggiormente aveva restituito la rivoluzione francese al suo contesto originario era continuamente sollecitato a misurarsi con il presente e a chiedersi per quale ragione, ad esempio, il partito comunista fosse riuscito a monopolizzare il concetto di antifascismo dando a se stesso, in tal modo, una patente di democrazia a cui non aveva diritto. Fu lui che parlò di "antifascismo democratico emiplegico", vale a dire di quel fenomeno per cui l'opinione laica e liberal-socialista si era resa "succube dell'egemonia comunista". Quell'antifascismo fu democratico, ma non abbastanza, ricorda ancora Marina Valensise, "da condannare con il nazifascismo anche il comunismo sovietico, in nome dello stesso rifiuto del totalitarismo e nella stessa logica di libertà". Per rendersi conto di questo continuo palleggio fra il passato e il presente, basta scorrere il sommario del libro di Mondadori. La rivoluzione d'Ottobre e la rivoluzione maoista, Trockij e Malraux, Robespierre e de Gaulle, Benjamin Constant e Raymond Aron, Stalin e Gorbacëv, Suvarin e Solgenitsyn, il caso Dreyfus e lo Stato d'Israele appartengono a una stessa prospettiva in cui la storia e l'attualità diventano inseparabili compagni di viaggio. Si potrebbe sostenere paradossalmente che Furet fu giornalista perché era storico e storico perché era giornalista.
Ho scritto più sopra che la diffusione delle tesi di Furet coincise con la popolarità dei nouveaux philosophes e del loro revisionismo anticomunista. Mentre Furet proveniva dal Pcf, i "nuovi filosofi" provenivano dalla cultura libertaria del '68. Mentre la scintilla dell'anticomunismo di Furet era stata la rivoluzione ungherese, quella dei nuovi filosofi era stata la pubblicazione del grande libro di Solgenitsyn sull'Arcipelago Gulag. Ma i due fattori - le analisi storiche del primo e l'improvvisa apparizione sulla scena intellettuale francese dei secondi - si sommarono ed ebbero l'effetto di suscitare in Francia una robusta corrente di pensiero che non esitava a infrangere i tabù intellettuali degli anni precedenti. I lager sovietici, il patto segreto fra Molotov e Ribbentrop dell'agosto 1939, la "consanguineità" dei due totalitarismi, le purghe e il Terrore uscirono dai salotti della destra, dove erano rimasti confinati sino ad allora, e divennero argomento di discussione nei circoli di sinistra.
Non è tutto. Gli anni in cui questo fenomeno comincia a delinearsi sono quelli in cui François Mitterrand infonde nuove energie nel partito socialista e riesce a rovesciare il rapporto di forze tra socialisti e comunisti. Alle elezioni politiche del 1973 e del 1978 i primi conquistano voti, i secondi li perdono. Comincia da allora l'irresistibile declino del Pcf. Vi è quindi una evidente sintonia in Francia tra l'evoluzione di una parte dell'intelligencija e quella della opinione pubblica. Questa sintonia suggerisce qualche considerazione sul modo in cui i problemi agitati da Furet e dai nouveaux philosophes venivano affrontati allora in Italia. Anche da noi naturalmente esistevano intellettuali che avevano abbandonato il Pci all'epoca della rivoluzione ungherese. Molti di essi tuttavia si erano progressivamente riavvicinati al partito. Non erano rientrati nella vecchia famiglia, non avevano "ripreso la tessera", ma continuavano a considerare il Pci come una struttura portante della democrazia italiana. In molti casi questo atteggiamento fu certamente dettato dall'importanza che il Pci aveva assunto, come "datore di lavoro", nell'industria culturale italiana; in altri, dalla convinzione che l'egemonia della Democrazia cristiana e l'influenza degli Stati Uniti sulla vita politica italiana richiedessero un contrappeso e che il Pci potesse svolgere questa funzione. Anche in Italia, come in Francia, un uomo politico cercò di rinsanguare il partito socialista e di rovesciare il rapporto di forze con il Pci. Ma l'operazione, in un sistema politico completamente diverso da quello della Quinta Repubblica, dette risultati parziali e mediocri. Craxi comprese che soltanto l'elezione diretta del presidente della Repubblica gli avrebbe permesso di emulare Mitterrand e di conquistare la leadership della sinistra. Ma né la Dc né il Pci erano disposti ad accettare una riforma costituzionale che avrebbe favorito il "terzo incomodo".
Non vi furono mai quindi in Italia, tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta, le condizioni politiche, istituzionali e culturali per una revisione critica del comunismo dei suoi partiti. Gli intellettuali non erano disposti a processare il Pci e l'Unione Sovietica; il Pci sembrava essere, agli occhi di molti, il garante della democrazia italiana; il sistema politico non favoriva l'emergenza di un forte partito socialista. Questo non significa beninteso che il Pci di Enrico Berlinguer fosse ignaro delle nubi che si stavano addensando sull'Urss e sulla sua ideologia. Ma dette al problema una risposta "italiana", nello stile della nostra grande tradizione trasformista. Il confronto con la Francia è, a questo proposito, istruttivo. Il Pcf si arroccò nella fortezza della propria ortodossia, perdette voti e rimase coerentemente ciò che era sempre stato. Il Pci divenne una sorta di Giano bifronte. Da un lato lanciò proposte riformiste - il compromesso storico, l'eurocomunismo, la terza via - e dette la sensazione di volere separare la propria sorte da quella dell'Unione Sovietica. Dall'altro continuò a sostenere la politica estera dell'Urss, a mantenere i rapporti con la dirigenza sovietica e ad accettare i finanziamenti del Pcus: sotto forma di "aiuti logistici" (il materiale richiesto da Pecchioli per l'organizzazione di un partito clandestino) e di sussidi diretti sino alla fine degli anni Settanta; sotto forma di tangenti sul commercio Est-Ovest nel decennio successivo. So che a molti italiani questi peccati appaiono veniali e assai meno gravi di quelli commessi dal Psi e dalla Dc nello stesso periodo. Farebbero bene a ricordare, tuttavia, che non esistono, in politica, pasti gratuiti e che il Pci dovette certamente sdebitarsi. Non sono favorevole all'istituzione di una commissione parlamentare sul caso Mitrokhin, ma sarei sorpreso se un'indagine non rivelasse che il Pci, in molte circostanze, chiuse pudicamente gli occhi per non vedere.
La grande operazione trasformistica del comunismo italiano sembrò avere successo. Gli italiani premiarono con il loro voto l'ambivalenza del partito. La direzione in cui si svilupparono le indagini della magistratura inquirente dopo gli scandali di Tangentopoli, gli assicurò una zona d'ombra in cui poté ripararsi e preparare il futuro. E le traversie della politica italiana, infine, permisero al suo leader nel 1998 di insediarsi a Palazzo Chigi e di conquistare in tal modo una sorta di primato. Unico fra i Paesi occidentali (ma simile in questo ai Paesi ex comunisti del dissolto blocco sovietico), l'Italia fu governata per cinque anni da una coalizione in cui gli eredi del Pci erano la forza più importante e per un anno e mezzo da un presidente del Consiglio che aveva frequentato in gioventù il campeggio dei pionieri sovietici in Crimea.
Da allora molte cose, tuttavia, sono cambiate e la crisi dei Ds dopo le ultime elezioni politiche sembra dimostrare che i nodi dell'ambiguità, prima o dopo, vengono al pettine. Avremo certamente alla fine, come in Francia, un vero partito comunista e un vero partito socialdemocratico. Ma avremo impiegato, per arrivarci, vent'anni più della Francia. Ecco alcune delle riflessioni suggerite dalla lettura del libro di François Furet.

Sergio Romano insegna Storia delle relazioni internazionali all'Università Bocconi di Milano


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